Volantini e comunicati

L’adunata della guerra


Tra pochi giorni Genova sarà invasa dalla guerra. L’adunata degli Alpini, dietro l’immagine festosa e la possibilità di facile guadagno per la borghesia cittadina, porta con sé la normalizzazione del modello militare nella società. La dimensione apparentemente goliardica della “festa” lascia presto spazio alle numerose contraddizioni che un raduno militare comporta. Nella fase di tendenza alla guerra, poi, queste contraddizioni assumono ancora più peso se lette nella cornice dello stato di guerra.

Tralasciando l’aspetto economico, che meriterebbe un’analisi più approfondita per comprendere il legame tra industria bellica e grandi eventi militari, vale la pena soffermarsi su alcuni punti. Innanzitutto, pare banale ma è importante ribadirlo, gli alpini sono un corpo militare attualmente attivo, strettamente legato agli interessi imperialisti italiani ed occidentali. Gli Alpini operano, o hanno operato negli ultimi decenni, in Kosovo, Libano, Iraq, Afghanistan, Niger, Libia e Sahel, tutti territori centrali per il controllo delle materie prime, delle rotte energetiche, commerciali e migratorie. Con un costo per lo stato che si aggira tra l’uno e di due miliardi di euro annui. Storicamente, inoltre, il corpo degli Alpini rappresenta un fiore all’occhiello dell’imperialismo italiano, impiegato nelle guerre mondiali, nelle campagne coloniali e durante l’invasione dell’Urss. In questo senso, la loro presenza in città contribuisce a legittimare l’apparato militare borghese, la sua funzione politica e la necessità della guerra imperialista. Guerra imperialista che con l’attacco Usa e sionista all’Iran ha subito un accelerazione verso un terzo conflitto mondiale.

L’adunata normalizza il modello sociale e valoriale dell’esercito borghese intriso di cameratismo, nonnismo e sopraffazione di genere. In un contesto in cui in diversi paesi europei si discute il rafforzamento della leva o il ritorno di forme di servizio militare obbligatorio per i più giovani, la celebrazione pubblica del mondo militare diventa uno strumento di costruzione del consenso attorno alla militarizzazione della società. Particolarmente sconcertante, poi, è il panorama se lo analizziamo dal punto di vista della contraddizione di genere. Negli anni gli episodi di violenza e molestie durante l’adunata sono stati una costante, donne e soggettività non eteronormate, hanno subito e denunciato numerosi episodi di prevaricazione e violenza sessuale. Senza contare l’enorme costo sociale che le masse popolari dovranno pagare solo per “festeggiare” la guerra e lo stato di guerra.

Opporsi alla guerra oggi, significa opporsi anche alla legittimazione del modello sociale militare borghese che gli alpini rappresentano e “festeggiano”. Dare spazio a queste iniziative vuol dire legittimare lo stato di guerra e la sua repressione. I costi sociali anche a Genova sono enormi. Lo spostamento dei fondi per l’edilizia popolare in favore della spesa militare, sul territorio genovese, si traduce in 13 milioni in meno per la ristrutturazione delle case popolari. L’ampliamento dell’infrastruttura logistica territoriale, tra terzo valico, stazione di Sampierdarena e porto, vede la città sempre più centrale come hub logistico-militare. Leonardo Spa, prima azienda italiana in produzione di armamenti, con il consenso dell’amministrazione comunale, parteciperà direttamente nello stilare i programmi didattici del nuovo liceo tecnologico in Valpolcevera. Amministrazione comunale che, con in testa la sindaca Salis, pochi giorni fa sfilava al presidio in sostegno alla Flotilla e alla Resistenza palestinese, che resiste e combatte l’occupazione sionista e l’imperialismo occidentale, mentre tra pochi giorni parteciperà alla sfilata degli Alpini al fianco dell’esercito, in sostegno alla guerra imperialista, dimostrando tutta l’ipocrisia di chi oggi è al governo, da destra a sinistra. Gli investimenti in produzione bellica e la legittimazione della guerra imperialista, sono l’interesse dei padroni. A Genova come in tutta Italia, va a scapito di lavoratori e lavoratrici, giovani proletari, donne, migranti, soggettività non-eteronormate che sempre più spesso rischiano di perdere il lavoro o di non trovarlo nemmeno, di non avere una casa, di vivere una vita precaria, fatta di oppressione e sfruttamento, mentre tutto il tessuto sociale e produttivo che dovrebbe sostenerli invece che sfruttarle, viene mangiato dall’economia di guerra.

L’unica adunata possibile è quella delle masse popolari e della classe proletaria, per fermare i piani di guerra della nostra borghesia e di chi ci governa, come già avvenuto nelle mobilitazioni in favore della Resistenza Palestinese, contro il genocidio e l’assedio imperialista.

Contro l’adunata della guerra, morte all’imperialismo!
Organizzarsi per costruire un mondo nuovo, senza più classi, guerre e sfruttamento.
Il presente è lotta, il futuro è Rivoluzione!

Antitesi – Genova