MARXISTI NERI
PER UNA TEORIA RIVOLUZIONARIA IN AFRICA
n. 04 – marzo 2026
In collaborazione con il Centro di documentazione antimperialista Olga Benario – Milano
INDICE
PARLARE DI AFRICA OGGI – p. 07
LA RIVOLUZIONE AFRICANA – p. 23
1972 – WALTER RODNEY
PANAFRICANISMO O MARXISMO AFRICANO CLASSICO? – p. 49
1988 – NTONGELA MASILELA
MARXISMO E LIBERAZIONE DELL’AFRICA – p. 81
1988 – DISCORSO DI WALTER RODNEY
AL QUEEN’S COLLEGE, NEW YORK
CONCLUSIONI – p. 99
GLOSSARIO DEGLI AUTORI – p. 102
PARLARE DI AFRICA OGGI
La fase storica attuale è segnata dal declino dell’egemonia statunitense e dell’ordine unipolare emerso dopo la guerra fredda. Al suo posto prende forma un assetto che si può definire “multipolarismo di guerra”:[Per approfondire, si rimanda all’opuscolo Multipolarismo di guerra] il tentativo, cioè, da parte di un insieme di potenze emergenti — in particolare i paesi del blocco BRICS — di imporsi come attori centrali nella ridefinizione degli equilibri globali. Sono aumentati i conflitti e si assiste a una crescente competizione tra Stati per il controllo di risorse e aree strategiche. In questo contesto di scontro tra blocchi, i popoli africani si affermano come attori centrali di un processo di liberazione e affrancamento dall’imperialismo occidentale. Negli ultimi anni, un rinnovato impulso anticoloniale ha attraversato il continente contribuendo a ridefinire gli equilibri politici interni e le relazioni a livello internazionale.
L’impatto della guerra in Ucraina ha colpito anche il continente africano, aggravando la situazione di carenza alimentare che affligge numerosi Stati, quali Egitto, Nigeria, Somalia, Sudan, Eritrea, Kenya, che dipendono in larga parte dal grano importato da Russia e Ucraina. La guerra e la conseguente rottura delle catene del valore hanno causato nefasti rincari su cereali e fertilizzanti. Oltre alle conseguenze economiche dirette, il conflitto ha anche riacceso e accelerato le tensioni inter-imperialiste, facendo dell’Africa un continente conteso tra potenze globali.
Negli ultimi anni Cina, Russia e Stati Uniti hanno intensificato la loro presenza diplomatica, economica e militare nel continente. Qin Gang, ex ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, nella sua prima missione all’estero nel gennaio 2023 ha visitato cinque paesi africani: Etiopia, Gabon, Angola, Benin ed Egitto. Tra il 2023 e il 2025, il successore Wang Yi ha compiuto tre missioni ministeriali in Africa, toccando complessivamente tredici Paesi africani, inclusi Egitto, Tunisia, Togo, Costa d’Avorio, Namibia, Repubblica del Congo, Ciad e Nigeria.
Nello stesso periodo, Washington ha realizzato circa undici visite ufficiali di alto livello nel continente, che hanno interessato nove Paesi africani: Sudafrica, Kenya, Etiopia, Niger, Angola, Nigeria, Costa d’Avorio, Ghana e Repubblica Democratica del Congo.
La Russia ha nel frattempo consolidato i propri legami con vari governi africani anche attraverso la compagnia militare privata Gruppo Wagner, impiegata per garantire sicurezza in Paesi come Libia, Burkina Faso, Sudan, Mali e Repubblica Centrafricana.
L’area dove si assiste oggi ai maggiori sconvolgimenti politici è il Sahel, fondamentale per il controllo di rotte migratorie e risorse strategiche, in particolare uranio e terre rare. Inoltre, a rendere questa regione cruciale concorrono anche fattori demografici e ambientali strettamente intrecciati. L’Africa è infatti il continente più giovane e in più rapida crescita demografica al mondo, mentre l’Europa invecchia e registra un calo di natalità: due fenomeni contemporanei che contribuiscono a delineare un futuro in cui il peso politico ed economico del continente africano è destinato ad aumentare. Tuttavia, la regione è esposta a crescente pressione dovuta agli effetti dei cambiamenti climatici, quali siccità, desertificazione, crisi alimentari, che rischiano di aggravare instabilità interne, conflitti per il controllo delle risorse naturali, nuove ondate migratorie verso il nord del continente e l’Europa.
Dal 2012 la Francia, come successivamente anche altri paesi europei, è stata presente nel Sahel con l’operazione militare Serval, poi ampliata nella più vasta Operazione Barkhane, attiva in Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Stati limitrofi. Tuttavia, negli ultimi anni si è assistito a un progressivo deterioramento dei rapporti tra Francia e governi locali. Il Mali ha subito due colpi di Stato tra il 2020 e il 2021, guidati dal colonnello Assimi Goïta che, una volta insediatosi alla guida della giunta militare, ha rifiutato le richieste avanzate dalla “comunità internazionale”, aggravando ulteriormente le tensioni con Parigi. Il conflitto diplomatico ha raggiunto il suo apice nel maggio 2022, quando il
governo maliano ha espulso tutto il personale diplomatico francese dal Paese, costringendo la Francia a ritirare le proprie truppe e concludere le due missioni militari in Mali. È in questo contesto che si è inserito il Gruppo Wagner con l’obiettivo di garantire la sopravvivenza del nuovo governo maliano e al tempo stesso favorire la penetrazione della Russia non solo in Mali ma in tutta la regione del Sahel.
Il Niger, quarto produttore mondiale di uranio e snodo energetico cruciale per l’Europa, ha seguito un percorso simile nel luglio 2023, quando la giunta militare guidata da Abdourahamane Tchiani ha destituito il presidente filo-occidentale Mohamed Bazoum, fondando il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria (CNSP). Sostenuta da una forte ondata popolare antifrancese e filorussa, la nuova leadership ha espulso le truppe francesi dal Paese sancendo una pesante sconfitta per Parigi e Bruxelles.
Anche il Burkina Faso ha conosciuto un simile destino nel 2022, quando il capitano Ibrahim Traoré ha deposto il precedente leader militare e avviato una politica esplicitamente anti-imperialista. Tra le prime mosse del nuovo governo si hanno infatti la nazionalizzazione di importanti miniere d’oro, l’espulsione delle truppe francesi e una serie di iniziative per valorizzare l’identità culturale e simbolica nazionale. Traoré, spesso paragonato a Thomas Sankara, è diventato una delle figure più emblematiche del nuovo panafricanismo militante.
Queste trasformazioni hanno trovato una formalizzazione storica il 6 luglio 2024, quando a Niamey i leader militari di Burkina Faso, Mali e Niger hanno proclamato la nascita della Confederazione degli Stati del Sahel (AES).
I cambiamenti nel continente africano non si limitano a questo. Nel 2025, Nigeria e Uganda sono entrate a far parte dei BRICS, che oggi rappresentano un’alternativa concreta allo sfruttamento storico imposto da Europa e Stati Uniti e un nuovo modello di sviluppo economico, più equo e vantaggioso. Per questo motivo, molti altri paesi hanno già formalmente richiesto di aderire.
Se da una parte l’Occidente arretra in termini di influenza politica ed economica, dall’altra la Cina consolida il suo ruolo di principale partner economico africano. Nel settembre 2024, durante il Forum sulla Cooperazione Cina-Africa (FOCAC), Pechino ha annunciato un nuovo pacchetto di investimenti da 360 miliardi di yuan, equivalenti a oltre 50 miliardi di dollari, per i successivi tre anni. Questa strategia rientra nella Belt and Road Initiative (“Nuova Via della Seta”), con oltre 29 miliardi di dollari di investimenti nel solo 2024, concentrati su energia, infrastrutture e sviluppo industriale. La Cina ha inoltre puntato su progetti definiti “piccoli e belli”, cioè accordi mirati con paesi come Ciad e Senegal per migliorare servizi essenziali e infrastrutture agricole.
Anche l’Italia, nel tentativo di ritagliarsi uno spazio in questa competizione globale, ha rilanciato la propria presenza nel continente con il Piano Mattei per l’Africa. Presentato ufficialmente al Vertice Italia-Africa di Roma nel gennaio 2024, il Piano, con 5,5 miliardi di budget, si propone come uno strumento di cooperazione “alla pari” e promette investimenti in infrastrutture, energia, agricoltura e formazione. Nei fatti, però, risponde agli interessi strategici italiani ed europei: assicurare approvvigionamenti energetici, rafforzare il controllo su settori strategici, contenere i flussi migratori. Gli interventi si concentrano in Nord Africa, Sahel e Corno d’Africa riproponendo, sotto nuove forme, le dinamiche coloniali che storicamente hanno segnato i rapporti tra Europa e Africa.
L’Africa si conferma quindi centro nevralgico delle contraddizioni inter-imperialiste. Oltre alle prese di posizione delle borghesie nazionaliste, sono i popoli africani, in quanto protagonisti di nuove mobilitazioni anticoloniali, a trovarsi in prima linea per decidere il futuro di questa fase storica multipolare.

PERCHÉ UN QUADERNO SUI MARXISTI NERI?
Questo quaderno è il frutto di una formazione sulle lotte anti-imperialiste africane e raccoglie una selezione di testi che sono stati discussi dal Centro di Documentazione Anti-imperialista Olga Benario. La scelta di una formazione sulle lotte africane è frutto della consapevolezza che per comprendere il presente e il futuro è necessario interrogare il passato. Partendo dal testo Come l’Europa ha sottosviluppato l’Africa di Walter Rodney, sono stati poi aggiunti altri testi di autori africani e afro-discendenti. In questo quaderno vengono presentati tre testi: La Rivoluzione africana e Marxismo e liberazione dell’Africa di Walter Rodney; Panafricanismo o marxismo africano classico? di Ntongela Masilela.
Uno dei punti di partenza della riflessione è il rifiuto della narrazione che dipinge l’Africa come un continente “senza storia” prima dell’arrivo degli europei. Questa rappresentazione ha avuto la funzione politica di giustificare la colonizzazione e il dominio imperialista, negando ai popoli africani una propria soggettività storica. In realtà, la storia africana è ricca di lotte anticoloniali e di resistenze organizzate. Come dimostra Walter Rodney, il cosiddetto “sottosviluppo africano” non è il risultato di incapacità o di un presunto ritardo culturale, ma l’esito di secoli di saccheggio coloniale che hanno sistematicamente distrutto le strutture produttive, sociali e culturali preesistenti.
Il testo La Rivoluzione africana di Walter Rodney, incluso nel quaderno, mette in luce come i movimenti di liberazione africani abbiano rivendicato non soltanto l’indipendenza politica, ma anche la trasformazione radicale delle strutture economiche, sociali e culturali ereditate dalla colonizzazione. Rodney sottolinea che la Rivoluzione africana deve essere intesa come un processo complessivo e profondo, capace di rompere con i modelli imposti dal colonialismo e dal neocolonialismo, e di ricostruire società fondate su principi di uguaglianza, partecipazione popolare e controllo collettivo delle risorse. In questo percorso, le masse popolari, i lavoratori, i contadini e le classi subalterne devono essere protagoniste attive, perché nessuna liberazione autentica può essere realizzata da élite nazionaliste o militari. La liberazione africana, come sostiene Rodney, è inseparabile dalla lotta contro il sistema capitalista e imperialista internazionale e deve partire dal recupero della storia, della cultura e della dignità dei popoli africani.
Un altro obiettivo della formazione è stata la messa in discussione della visione eurocentrica che ha dominato non solo la storiografia ufficiale, ma anche una parte rilevante della cultura e del pensiero critico occidentale, inclusi molti movimenti marxisti europei. La storia africana è stata spesso narrata attraverso una prospettiva coloniale o ridotta a semplice appendice delle vicende europee. Questa prospettiva ha portato anche a una scarsa considerazione del marxismo africano e dei movimenti che a esso si sono ispirati. Con i testi raccolti in questo quaderno intendiamo invece valorizzare le riflessioni di importanti teorici marxisti africani o afro-discendenti, convinti che il marxismo non debba essere considerato un insieme rigido di concetti da applicare in modo meccanico, ma una metodologia dinamica e critica per analizzare i rapporti sociali, economici e politici, capace di articolarsi e trasformarsi in relazione alle condizioni storiche e culturali di ogni contesto. Il contributo dei movimenti di liberazione e dei pensatori africani rappresenta una risorsa preziosa per il pensiero marxista internazionale. Nel celebre discorso tenuto al Queen’s College di New York nel 1975, Rodney ha sintetizzato bene questo approccio:
Vorrei suggerire due ragioni fondamentali per cui ritengo che il pensiero marxista, come pensiero scientifico-sociale, possa esistere a livelli diversi, in tempi differenti e in luoghi diversi, mantenendo il suo potenziale come strumento e come insieme di concezioni che le persone dovrebbero apprendere e comprendere. Il primo punto è considerare il marxismo come una metodologia, poiché una metodologia, praticamente per definizione, sarebbe indipendente dal tempo e dal luogo. Si può applicare la metodologia in qualsiasi momento e in qualsiasi contesto. I risultati potrebbero variare, naturalmente, ma la metodologia stessa rimarrebbe indipendente dal tempo e dal luogo. […] La mia seconda considerazione è quella di considerare il marxismo come un’ideologia rivoluzionaria e un’ideologia di classe.
Questo approccio metodologico ha permesso al marxismo africano di intrecciarsi con il panafricanismo. Se il marxismo ha fornito una chiave di lettura dei rapporti economici e sociali, il panafricanismo ha rappresentato il quadro politico e culturale di riferimento per le lotte di liberazione. La relazione tra marxismo e panafricanismo viene approfonditamente affrontata nei tre testi di questo quaderno.
Infine, è importante sottolineare che la formazione su marxismo nero e lotte africane non vuole essere un esercizio storiografico, ma un indispensabile strumento di analisi politica. Solo attraverso lo studio critico dell’imperialismo in Africa – della sua genesi, delle sue dinamiche di sfruttamento e delle resistenze che ha incontrato – è possibile decifrare gli avvenimenti odierni nel continente africano, così come le contraddizioni che attraversano le metropoli capitaliste. Senza una comprensione materialista di come l’imperialismo ha plasmato e continua a plasmare l’Africa, non è nemmeno possibile smascherare le forme in cui esso si presenta oggi nelle città come violenza razzista e militarizzazione dei confini.
