Volantini e comunicati

Milano olimpica: laboratorio dello stato di guerra


Milano non è solo una città che ospita le Olimpiadi: Milano è un laboratorio.

Qui lo stato di guerra prende forma, si sperimenta, si raffina. Le Olimpiadi non sono solo un evento, ma anche un dispositivo politico: servono a rimodellare la città e a disciplinare. La città si deforma sotto il peso delle grandi opere: cantieri infiniti, territori devastati, quartieri sacrificati. Le Olimpiadi diventano il pretesto perfetto per imporre militarizzazione e obbedienza.

Milano detta il modello. E lo stesso accade fuori dalla città.
Nei territori montani coinvolti dai Giochi – Valtellina, Bormio, Livigno – la Didattica a Distanza ritorna non come emergenza, ma come tecnologia di governo. La DAD serve a liberare strade, a ridurre presenze, a non disturbare la macchina olimpica. Non importano i danni provati che questa modalità determina.
La conseguenza? Le famiglie proletarie vengono lasciate sole, senza servizi, senza alternative.

Zone rosse
Milano è il cuore della blindatura. Le zone rosse già esistenti vengono prorogate e ampliate. Accanto a queste nascono le zone rosse olimpiche: Parco Sempione e Arco della Pace, Porta Romana con il Villaggio Olimpico, Santa Giulia, CityLife, Rho-Fiera, Assago. Ci dicono che sono misure temporanee.
Milano insegna il contrario: ogni zona rossa resta.

ICE, Olimpiadi e guerra interna
In questo contesto si inserisce la presenza dell’Agenzia per l’Immigrazione (ICE) a Milano, al seguito della delegazione statunitense. Non è cooperazione tecnica né folklore diplomatico: è esibizione di un modello repressivo.
L’ICE, addestrata dalle IOF sioniste, discende direttamente dalla logica delle slave patrols, le pattuglie armate dello Stato schiavista incaricate di cacciare gli schiavi fuggitivi, reprimere le rivolte e produrre terrore come strumento di governo. Quelle milizie non erano una deviazione, ma il cuore dell’ordine coloniale. ICE eredita questa funzione: sospensione dei diritti, arresti arbitrari, deportazioni, detenzione amministrativa.
La sua presenza a Milano olimpica serve a mostrare come si governa una città blindata durante un grande evento, come si costruisce un fronte interno pacificato mentre siamo sempre di più verso il baratro della terza guerra mondiale.

Questa logica non è estranea all’Europa. Ha già un nome: Frontex. I CPR e militarizzazione dei confini ne sono gli strumenti.
È in questo quadro che si inserisce anche la repressione del movimento di solidarietà alla Palestina: manifestazioni vietate o caricate, arresti, denunce, persecuzioni politiche (vedi caso Anan), censura.

Milano come prova generale
Tutto questo compone un quadro chiaro: siamo già nello stato di guerra.
Uno stato di guerra che non si annuncia, ma si prepara: con grandi opere, grandi eventi, zone rosse, militarizzazione diffusa, sgomberi e allontanamenti. Con leggi securitarie e con il welfare viene smantellato e sostituito dal warfare. Questo fronte interno è inseparabile dalla guerra esterna.

La Palestina è lo specchio più avanzato di ciò che qui viene sperimentato in forma attenuata. Occupazione, controllo del territorio, sorveglianza, detenzione amministrativa, sospensione permanente dei diritti… con il progetto Trump “Resort Gaza” come prospettiva.
Milano olimpica è una delle prove generali di questo assetto globale.
Ciò che oggi viene testato nella città-evento domani sarà normalità.

Non c’è neutralità possibile.
Non c’è ritorno alla normalità, perché la normalità è già guerra.
La nostra unica prospettiva: resistere per vincere.

Antitesi – Milano