Sciopero generale della cultura
Il 12 giugno i lavoratori e le lavoratrici della cultura hanno deciso di fermare il loro lavoro, costruendo uno sciopero generale che mette al centro il valore del lavoro culturale e la dignità di chi lo produce.
Lo sciopero generale della cultura del 12 giugno si sviluppa in un contesto segnato da crisi economica, guerra, riarmo e repressione del dissenso. Mentre aumentano le spese militari e si restringono gli spazi di agibilità politica e sindacale, milioni di lavoratori e lavoratrici vedono peggiorare le proprie condizioni materiali di vita e di lavoro. Il settore culturale non rappresenta un’eccezione: ne è, anzi, una delle punte più avanzate.
Il mondo del lavoro nell’ambito culturale è attraversato, come molti altri settori, da decenni di processi di precarizzazione strutturale: appalti, subappalti, esternalizzazioni, frammentazione e isolamento non sono frutto di una mala politica, bensì strumenti imprescindibili per i padroni con l’obiettivo di abbassare salari, ridurre tutele e spezzare la forza collettiva delle lavoratrici e dei lavoratori. In molti luoghi della cultura convivono decine di lavoratori e lavoratrici formalmente assunti da aziende diverse, sottoposte a contratti differenti e spesso peggiorativi, pur svolgendo attività essenziali per il funzionamento delle stesse istituzioni.
Alla frammentazione si aggiunge l’applicazione di contratti collettivi nazionali inadatti al settore utilizzati in una logica che favorisce quelli economicamente più convenienti per le aziende, alimentando una competizione al ribasso che scarica il costo del servizio su chi lavora.
Dietro la retorica dell’eccellenza culturale italiana si nasconde un modello che riproduce pienamente i rapporti di sfruttamento propri del capitalismo nella sua fase attuale di crisi e guerra.
Lo Stato e le istituzioni pubbliche continuano a finanziare il settore, sostenendone infrastrutture, costi e investimenti; tuttavia una quota crescente delle attività viene affidata a privati che estraggono valore dal lavoro collettivo. Si socializzano le perdite e i costi, mentre si privatizzano i profitti. Le risorse pubbliche finiscono per garantire rendite e margini economici a imprese e fondazioni, mentre ai lavoratori e alle lavoratrici vengono imposte precarietà e salari indegni. Mentre le spese militari continuano a crescere vertiginosamente, finanziando guerre e riarmo, i fondi destinati alla cultura rimangono marginali e spesso subordinati a logiche di efficienza e profitto. L’attacco alle condizioni di lavoro nel settore culturale non è quindi un fenomeno isolato, ma parte di una più ampia guerra dall’alto che i padroni stanno conducendo contro tutta la classe lavoratrice.
Per questo lo sciopero del 12 giugno non è soltanto una vertenza di categoria, ma una risposta a un modello che considera la cultura una merce e il lavoro un costo da comprimere. La forza di questa mobilitazione risiede sopratutto nel suo percorso di costruzione che non nasce da una convocazione burocratica né da un’iniziativa calata dall’alto. Nasce dall’organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori, dalla loro capacità di riconoscere problemi comuni e di costruire rivendicazioni condivise. In questo processo di costruzione è stato il protagonismo diretto di lavoratori e le lavoratrici a indicare la direzione, imponendo all’intero mondo sindacale l’urgenza di affrontare questioni che per troppo tempo sono state considerate marginali.
Lo sciopero generale della cultura del 12 giugno indica una strada: quella di chi non accetta la frammentazione, rifiuta la competizione tra lavoratori e lavoratrici e sceglie invece di resistere con la solidarietà e la lotta!
Contro la precarizzazione del lavoro culturale, per l’organizzazione collettiva, dentro un quadro più ampio di opposizione a guerra, riarmo e sfruttamento!
Antitesi – Organizzazione Comunista
