Intervista ai lavoratori Leonardo di Torino
1. Qual è la situazione del vostro stabilimento dal punto di vista produttivo? Cosa produce? Qual è la funzione principale del vostro lavoro? Quanti siete? Avete percepito picchi di lavoro? Sapete se ci sia cassa integrazione nello stabilimento? Ecc.
Oggi lo stabilimento di Leonardo Torino ha un organico che sfiora i 1800 dipendenti, ed essendo in una fase di forte crescita occupazionale non prevede nessun ammortizzatore sociale come la cassa integrazione.
Dal punto di vista economico, il programma che resta il più redditizio e che continua ad essere moneta corrente per i lavoratori di Torino e lo stabilimento di Caselle è l’Eurofigther Typhoon (Efa), il caccia di quarta generazione avanzata bimotore sorto nella seconda metà degli anni Novanta, che ha visto la progettazione e la produzione a carico di un consorzio formato dalle aziende leader del settore aeronautico di Germania, Regno Unito, Spagna e Italia.
Il concetto progettuale di questo velivolo prevedeva la difesa dello spazio aereo come caccia intercettore da superiorità aria/aria e rientrava quindi in un contesto di difesa di obiettivi anche civili.
È chiaro che il suo adattamento nel corso degli anni a caccia bombardiere e il corredo di sistemi d’arma da fuoco messi a sua disposizione, ha spostato l’asse concettuale da velivolo di difesa a velivolo d’attacco. La nascita del progetto Efa coincise col trasferimento di numerose lavorazioni civili dal sito di Torino verso gli stabilimenti campani, pugliesi e lombardi, allora in crisi di commesse, e il piano industriale del 1995 svuotò Torino della sua anima civile portando via il Boeing 767 a Pomigliano, le gondole motore a Venegono, le fibre di carbonio a Foggia, le lavorazioni a controllo numerico a Nola e le lamiere a Casoria.
Oggi le ultime lavorazioni civili, presenti nel sito di Caselle Nord, sono riconducibili all’occupazione di circa 40 maestranze sul programma Falcon 2000, un jet bimotore della famiglia Dassault.
A livello regionale, nella sua versione stealth, il caccia di quinta generazione F-35 viene oggi assemblato nello stabilimento di Cameri. Il percorso che ha portato all’adesione italiana a questo programma è stato coronato da una serie di proclami politici che sbandieravano e ostentavano l’occupazione di 10.000 lavoratori a pieno regime sul sito di Cameri (Novara), quando al 31/12/2025 il dato occupazionale è di 1109 maestranze di cui 80 somministrati. Inoltre, gli ingegneri e i tecnici italiani inviati dall’allora Alenia Aermacchi Finmeccanica in Lockheed Martin, non hanno mai potuto assistere agli sviluppi progettuali del velivolo restando al di fuori delle logiche Engineering basilari per il suo utilizzo, e quindi essenzialmente dipendenti dai diktat americani.
Il velivolo che dovrà sostituire l’Eurofigther Typhoon e che sarà il futuro dello stabilimento di Torino sembra essere il nuovo caccia di sesta generazione Gcap (Global Combat Air Programme), il programma che vede in campo Regno Unito, Italia e Giappone. Anche se oggi il programma subisce una fase d’incertezza dovuta ai ritardi finanziari di Londra, gli investimenti del Governo italiano e le massicce assunzioni avvenute in Leonardo in questi ultimi anni con conseguenti picchi di lavoro per lo stabilimento torinese, sono soprattutto volti ad accrescere le fila degli ingegneri e dei tecnici per la produzione di un velivolo al cui sviluppo potrebbero partecipare partner come Canada e Germania, che non vogliono essere dipendenti in futuro da un velivolo made in Usa e riconoscono i benefici della cooperazione con Paesi affini e affidabili.
Su questa scia europeista s’inserisce la produzione dell’Euromale o Eurodrone, la cui entrata in servizio è programmata per i prossimi decenni. Si tratta di un aereo senza pilota progettato per supportare le missioni di sorveglianza, acquisizione e riconoscenza dei bersagli strategici sia ad ampio raggio sia nei teatri operativi, che garantirebbe il raggiungimento della superiorità operativa attraverso un’ampia capacità modulare.
Non sono inoltre da sottovalutare sia le produzioni legate agli addestratori M345 e M346 i cui laboratori impegnano a Torino una cinquantina del personale Leonardo, sia quelle del C27J che alternano missioni civili di consegna materiale per operazioni di primo soccorso a missioni militari per trasporto truppe negli scenari di guerra.
Resta un mistero invece se si proseguirà con il progetto per un nuovo sistema avanzato di difesa integrata progettato da Leonardo per rispondere alle minacce emergenti in uno scenario globale sempre più complesso, cioè lo scudo protettivo “Michelangelo Dome” ideato dall’ex amministratore delegato Roberto Cingolani, sparito dai radar Leonardo in maniera repentina dopo la presentazione del nuovo Piano Industriale.
In conclusione, noi crediamo che ogni risorsa in Leonardo sia un piccolo ingranaggio di un sistema atto a progettare e produrre i prodotti sopracitati ed che sia difficile stabilire la funzione principale del proprio lavoro, essendo inoltre quest’ultimo molto compartimentato, spesso si fa fatica ad intravedere la sua destinazione finale; parliamo, per esempio, di quei lavoratori che operano nelle funzioni come Budget, documentazione a supporto della produzione ma anche di chi fa software o sviluppa algoritmi per la cyber security e l’Ia.
2. La tendenza alla guerra sta impattando sul vostro lavoro? Si intende sia sul fronte lavorativo stretto che sull’ambiente e la sensazione sul posto di lavoro, coi colleghi, coi capi, coi sindacati
Se per impatto si intende una ricaduta in qualche misura associabile alla pratica quotidiana, diremmo di no. Riferendosi specificamente al sito di Torino, si rileva semmai una massa consistente di giovani nuovi assunti che ha intrapreso con legittimo entusiasmo l’approccio alla realtà aziendale, seppure in concomitanza di questa fase critica.
E per via della rilevanza numerica di questa forza lavoro, il clima ambientale risulta loro sin da subito perfettamente affine e congeniale da un punto di vista generazionale, e favorevole in termini motivazionali. Propizio anche in virtù del fatto che i più hanno modo di ritrovare e consolidare la propria rete di relazioni stabilite nel corso degli anni universitari (trascorsi presso il Politecnico nella stragrande maggioranza dei casi).
Ne consegue che la tipologia di questi dipendenti ha generalmente uno sguardo benevolo e conforme nei riguardi di tutta la accurata opera di fidelizzazione che l’azienda mette in opera, anche e soprattutto attraverso una strategia che punta scientemente a mitigare o allontanare ombre e circostanze di imbarazzo che possano essere poste in relazione con l’attuale contesto geo-politico: i giovani neo-assunti hanno generalmente accesso a un allettante novero di benefit e opportunità lavorative; a loro sono garantite discrete opportunità di carriera; e infine, da un punto di visto retributivo c’è chi ha rilevato nei loro confronti trattamenti particolarmente favorevoli.
Leonardo rappresenta per moltissimi di loro il naturale approdo del percorso di studi a cui si sono lungamente dedicati. Un polo di riconosciuto sviluppo tecnologico, che garantisce un impiego generalmente stabile e duraturo. Se poi nella comunicazione questo gruppo industriale si premura di mostrarsi con una immagine che ispira efficienza e modernità, opportunamente glissando sui risvolti meno edificanti, per i suoi giovani ingegneri non è certo il caso di eccepire.
Date queste premesse, intravedere per questi giovani lavoratori una possibilità di consapevolezza della estrema tragicità insita nei presupposti a cui già la semplice concezione di una industria bellica si richiama, e che trovano conferma nell’unica tipologia di quadro geo-politico che ne possa davvero garantire la sussistenza e la sopravvivenza – ovvero quella di uno scenario di guerra permanente – implica un grado di fiducia molto alto nella possibilità di instaurare una adeguata opera di sensibilizzazione. E anche relativamente agli scenari più recenti, fattisi ancora più cruenti, questa tendenza è ampiamente confermata.
Ma si è detto ampiamente dei giovani.
Più generalmente tra i dipendenti, di guerra e delle forti contraddizioni che il lavoro in ambito militare comporta, soprattutto sul piano etico, semplicemente non si discute.
Non si tratta, nel caso del dipendente Leonardo, di una aderenza incondizionata a una politica di tipo belligerante. Si connatura piuttosto come una sorta di assuefazione, con sfumature che variano individualmente dal fatalismo di chi ritiene che la deontologia sia il valore da privilegiare (rispetto all’etica); alla vera e propria indifferenza di chi non prova alcuna compartecipazione al dolore altrui o comunque non è disposto a stabilire alcun nesso con la propria condizione di responsabilità; a chi infine ricorre ad autentici meccanismi di rimozione.
E di guerra certo non si discute con i responsabili, che con ogni probabilità hanno acquisito il loro status anche in virtù di una condotta aziendale sempre aderente.
Tuttavia, nulla ci ha realmente rammaricato quanto l’aver personalmente constatato la difficoltà di discutere queste tematiche presso l’apparato sindacale, circostanza che sicuramente ha lasciato in noi uno strascico di profonda amarezza e disaffezione. E che ci ha indotto a prendere in considerazione strade e percorsi alternativi.
3. Visti i mega profitti di Leonardo, avete sentito che questo abbia migliorato la vostra condizione salariale?
Per quanto riguarda il mondo dei colletti bianchi, la ricaduta di questi profitti arriva in misura infinitesimale nelle tasche dei dipendenti. La misura di “aggancio” dello stipendio al “profitto” aziendale è costituita dal Premio di Risultato (PdR) che viene calcolato a partire da una cifra fissa e con meccanismi di rivalutazione a parametri finanziari e industriali. Il nostro stipendio, quindi, coincide con il Contratto Nazionale dei metalmeccanici e la parte in più è legata esclusivamente al PdR.
I parametri finanziari sono gli indicatori di Ebita (per il 20% del PdR) e Focf (per un ulteriore 20%). Il 60% del PdR invece è agganciato ad Indicatori di Produttività (on time delivery / milestones, indicatori di performance, indicatori di efficienza).
Quindi, ipotizziamo, un valore di PdR medio di 4mila euro, circa 800 euro derivano da Ebita e altrettanti da Focf. Che fanno 1600 € anno.
Se ipotizziamo che in tutte le aziende della galassia Leonardo ci sia un meccanismo simile e quindi moltiplichiamo per 60.000, che è il numero di dipendenti dichiarato da Leonardo (stiamo facendo veramente delle grandi approssimazioni!) arriviamo a 96 milioni di euro.
Prendendo quindi come riferimento i dati Leonardo 2026, lo 0,5% del profitto aziendale in termini di Ebita e Focf viene distribuito tra i dipendenti.
Sicuramente, dal punto di vista del trattamento economico, in Leonardo si sta bene, in particolare se il metro di paragone sono i dipendenti di altre aziende di altri settori produttivi.
Consideriamo però che l’incremento di stipendio correlato all’andamento del profitto viene attualmente assorbito, almeno in parte, dalla perdita del potere d’acquisto che tutti abbiamo subito in conseguenze delle stesse manovre geo politiche che stanno portando il comparto bellico a crescere e generare “profitto”.
Dando un’occhiata ai dati sul potere d’acquisto: dai dati Istat e Codacons relativi al mese di maggio 2026 si legge che, per una famiglia media con due figli, l’aumento di spesa si attesta attorno ai 1300 euro annui.
Quindi, per rispondere alla domanda, direi che l’aumento dei profitti aziendali, nemmeno in Leonardo, che va a gonfie vele, possiamo dire che abbia contribuito a migliorare la condizione salariale dei dipendenti.
Anzi, la deviazione di parti consistenti della spesa pubblica verso il comparto bellico sta drenando risorse dal welfare (sanità, ma anche scuola, trasporti) e questo sta generando ulteriori incrementi dei costi che le famiglie devono sostenere per “riprodursi”.
Per tornare al discorso della ricaduta dei profitti, una riflessione a parte merita il discorso della quotazione in borsa.
Le azioni di Leonardo hanno raddoppiato il valore negli ultimi due anni e questo grazie non solo all’andamento dei profitti aziendali, ma anche alle prospettive di crescita generate dall’aumento del numero e intensità delle guerre.
I dipendenti Leonardo possono godere di condizioni agevolate per acquistare le azioni del gruppo, in particolare se investono il PdR, con l’unico impegno a non rivendere le azioni prima di tre anni. Questo genera una convenienza economica “immediata” per i dipendenti che decidono di acquistare azioni di Leonardo, ma anche un vincolo per il futuro ed una rafforzata condivisione delle scelte aziendali che sostengono la crescita di Leonardo in borsa.
Concludendo, a fronte di un’azienda con grandi profitti e ottima posizione in borsa, la magra distribuzione di briciole di questi profitti e la fidelizzazione attraverso l’incentivazione all’azionariato diffuso fanno sì che, come dipendenti, godiamo del riflesso di questa ricchezza.
Ma è un riflesso che ci distoglie e non è sufficiente a risarcire il prezzo quotidiano che paghiamo e pagheremo perché questo “eldorado” possa continuare a realizzarsi.
4. Tra i lavoratori si discute di guerra? E nel caso, che ragionamenti circolano? Come sono stati visti gli scioperi di settembre – ottobre per la Palestina?
Ci troviamo spesso a riflettere con amarezza su un dato innegabile: all’interno dei corridoi e dei reparti della nostra azienda, il tema della guerra sembra essere circondato da un muro di assoluto disinteresse. Tra i lavoratori non si discute quasi mai di ciò che sta accadendo e l’atteggiamento complessivo che respiriamo quotidianamente risulta purtroppo segnato da un profondo e diffuso menefreghismo. Questa apatia ha trovato una conferma evidente anche nella bassissima partecipazione agli scioperi proclamati negli ultimi mesi, giornate che sono passate quasi sotto silenzio, senza raccogliere adesioni significative e senza innescare alcun tipo di dibattito o commento tra i colleghi.
Tuttavia, non vogliamo cedere al pessimismo. Proprio di recente, in occasione dell’assemblea da noi organizzata insieme alla Fiom territoriale lo scorso 26 maggio, abbiamo assistito a un segnale inaspettato che riaccende la nostra speranza: l’affluenza è stata di gran lunga superiore rispetto alle previsioni. Questa buona partecipazione ci suggerisce una chiave di lettura differente. Quel silenzio assordante che avvolge i temi etici non è necessariamente frutto di una totale insensibilità; potrebbe piuttosto derivare da una forte e comprensibile – sebbene un po’ remissiva – paura di esporsi in ditta su argomenti così delicati, o semplicemente dal fatto che molti colleghi, pur nutrendo forti dubbi etici nel proprio intimo, non sanno ancora a chi rivolgersi per poterne parlare liberamente. È da questa consapevolezza che vogliamo ripartire, per offrire a tutti un punto di riferimento sicuro e condiviso.
5. Dall’autunno ad oggi le cose sono cambiate, ma anche senza le masse in strada si vedono aperture da parte di pezzi di sindacato silenziosi negli anni passati. Come vedete dalla vostra posizione il lavoro da fare che si prospetta? Cosa direste a dei vostri colleghi altrove, che parole avreste (a partire dalla vostra esperienza) per chi sta in altri stabilimenti, altre fabbriche, insomma, a quei lavoratori che soffrono la condizione che la fase dettata dalla tendenza alla guerra impone loro?
Ai nostri colleghi degli altri stabilimenti rivolgiamo un invito accorato e fermo: vi suggeriamo di far sentire sempre e comunque la vostra voce, senza cedere alla rassegnazione. Vi esortiamo a pretendere con insistenza l’appoggio delle rappresentanze sindacali, a redigere comunicati incisivi da affiggere nelle bacheche aziendali e a presidiare i cancelli con attività pacifiche ma determinate di volantinaggio. È inoltre fondamentale richiedere con fermezza che all’interno delle assemblee si trovi lo spazio e la dignità per discutere non solo di questioni salariali, ma anche di urgenti dilemmi etici che interpellano la nostra coscienza di lavoratori.
Per quanto riguarda il nostro stabilimento, stiamo portando avanti un impegno preciso e cioè favorire l’ingresso in ditta del sindacato USB. Questo obiettivo nasce dalla nostra necessità di trovare una realtà che dimostri una sensibilità autentica verso quelle tematiche etiche e sociali che sentiamo così vicine. Questa scelta si è resa indispensabile anche a fronte del supporto offerto finora dalla Fiom interna, rivelatosi purtroppo del tutto inconsistente e insignificante di fronte alle nostre istanze.
Un’altra azione concreta che ci proponiamo di fare è un lavoro di sensibilizzazione sui colleghi più giovani, che al momento sembrano decisamente distanti e insensibili alla nostra causa. Crediamo sia fondamentale trovare il modo di coinvolgerli e scuotere questo loro disinteresse, per far capire anche a chi è entrato da poco quanto siano importanti e urgenti questi temi.
