La guerra avanza, colmare il ritardo!
“Editoriale” da Antitesi n.20 – pag.3
L’attacco dell’imperialismo Usa e dell’entità sionista alla Repubblica Islamica dell’Iran, iniziato il 24 febbraio scorso, segna una forte accelerazione nella direzione verso la terza guerra mondiale.
Gli imperialisti Usa, con questo atto di guerra, rispondono ai loro interessi sul piano globale. Attaccano uno dei paesi Brics, puntano la pistola indirettamente all’avversario strategico – la Cina, che importa la maggior parte del petrolio da Teheran – e cercano di appropriarsi delle immense riserve iraniane di petrolio e gas naturale per ottenere così una posizione di predominio nel mercato mondiale. L’entità sionista vede in questa operazione di guerra all’Iran la possibilità di eliminare la pericolosa minaccia dell’unico paese che la fronteggia nella regione, indebolendo la Resistenza Palestinese e quella Libanese, creando le condizioni non solo per la pulizia etnica dell’intera Palestina, ma anche per i piani della Grande Israele nel mondo arabo.
La guerra iniziata a febbraio è solo l’ultimo atto della campagna economica, politica e militare degli imperialisti Usa e dei sionisti contro l’Iran, che alterna la volontà di imporre un regime change a quella di sottomettere la Repubblica Islamica ai piani yankee, come fatto a gennaio con il Venezuela. A dicembre scorso, ad esempio, non era riuscito il tentativo di abbattere il regime soffiando sul fuoco della rivolta di parte delle masse popolari iraniane contro la pesante situazione economica, a sua volta frutto delle sanzioni occidentali. Con la forza delle armi, gli imperialisti tentano nuovamente questa operazione, infischiandosene delle masse popolari e delle donne che dicono di voler difendere dal regime, attuando la loro consueta pratica di massacri di civili – come con il bombardamento, già il primo giorno di guerra, di una scuola femminile a Minab, nel sud dell’Iran, in cui sono state uccise almeno 165 tra bambine e ragazze.
Invece, la risposta militare del regime iraniano ha colpito numerosi obiettivi nell’area mediorientale: basi militari Usa in Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman, Kuwait, Giordania, Iraq e soprattutto nel cuore dell’entità sionista, a Tel Aviv e Gerusalemme. Missili e droni iraniani, insieme al blocco dello stretto di Hormuz, hanno messo in seria difficoltà la realizzazione dei piani degli imperialisti Usa e dei sionisti. Inoltre, la loro criminale aggressività ha finito per compattare le masse iraniane attorno alla Repubblica Islamica, in nome della sovranità del paese e in rifiuto dei tentativi di regime change secondo gli interessi di Washington e Tel Aviv.
Nell’area mediorientale, oltre all’intervento militare diretto, gli imperialisti Usa si sono fatti promotori dell’accordo Board of Peace che raccoglie i rappresentanti di circa cinquanta paesi per gestire la ricostruzione di Gaza, secondo i dettami dei paesi imperialisti e attraverso l’espulsione del popolo palestinese. Questa nuova struttura sovranazionale rappresenta la forma con cui la borghesia imperialista statunitense vuole imporre la sostanza di un protettorato coloniale Usa in Palestina.
A questo gruppo di accoliti si è unito il governo Meloni, per ora in veste di osservatore, con la funzione di rappresentante e tutore dei monopoli italiani (come Webuild, Cementir, Saipem, Ansaldo). La “nostra” classe dirigente cerca così di guadagnarsi la propria fetta della torta della ricostruzione, dimostrando la propria aderenza sia alle politiche sioniste che a quelle imperialiste Usa.
Il Board of peace ha come primo obiettivo la normalizzazione della Striscia di Gaza, dopo due anni di massacri e genocidio e dopo che l’entità sionista non è riuscita a sconfiggere la Resistenza Palestinese. Il nuovo protettorato coloniale Usa ha lo scopo di continuare nella politica di espulsione e dominazione del popolo palestinese, nonché di liquidazione della lotta anticoloniale attraverso il disarmo della Resistenza.
Proprio come gli ultimi interventi militari statunitensi in Venezuela e Iran, anche questa nuova struttura è un messaggio globale di imposizione dell’unilateralismo yankee. Gli imperialisti Usa vogliono sancire di fatto l’esautorazione dell’Onu e la crisi della Nato, intesa come coordinamento e sintesi d’interessi tra Washington e potenze dell’Ue.
D’altronde, il carattere criminale dell’oligarchia finanziaria occidentale, che sta guidando il processo di guerra generale, oltre che da queste aggressioni militari, è ben dimostrato dall’emergere dei files di Epstein. Evidenziando il livello di barbarie, crudeltà e ipocrisia di cui sono capaci gli esponenti della borghesia imperialista, primi fra tutti leader politici come Trump, queste pubblicazioni danno un ulteriore colpo alla loro egemonia globale.
La tendenza alla guerra coinvolge tutte le borghesie imperialiste, incluse quelle europee e quella nostrana. Per il 2026, la Germania ha portato a 108 miliardi di euro le spese in armamenti, diventando il paese europeo con più spese militari, seguita da Francia e Inghilterra. La borghesia imperialista italiana non si discosta dai progetti imperialisti degli altri paesi dell’aggregato Ue che tendono a sviluppare progetti di riarmo generali. Il governo Meloni ha l’obiettivo di ridurre la spesa pubblica per aumentare la spesa militare, ora ammontante a circa 38 miliardi di euro. Questo a discapito delle masse popolari, nonostante oggi l’8,4% dei residenti in Italia, quasi 6 milioni di persone, già viva in condizioni di povertà.
Il ministro della difesa Crosetto sta portando avanti un progetto di riforma legislativa per un aumento di 100 mila effettivi nell’esercito, puntando ad arrivare nel 2040 a 275 mila militari. In questo progetto vi è anche il proposito di far entrare gli immigrati nell’esercito: buoni come carne a buon prezzo da sfruttare nei campi, nell’edilizia e nelle fabbriche; buoni come capro espiatorio per deviare il malessere di massa nei loro confronti; adesso buoni anche come carne da macello nei progetti di guerra della nostra borghesia imperialista. Inoltre, il progetto di riforma prevede l’aggiunta di 15 mila riservisti, stile esercito sionista, nonché l’assunzione di 10 mila carabinieri (quarta arma dell’esercito) sia in ottica di intervento in altri paesi che di repressione e controllo interno.
La borghesia imperialista italiana ha la necessità di costruire un’egemonia sul fronte interno affinché i propri piani non siano intaccati. Il ministero delle imprese e del made in Italy sta promuovendo la strategia del welfare aziendale per alcuni dei principali gruppi monopolisti dell’economia italiana (Eni, Intesa Sanpaolo, Fincantieri e Leonardo). Si tratta di una sorta di privatizzazione dello stato sociale, dedicato esclusivamente alle famiglie occupate nelle imprese ritenute strategiche per il futuro di guerra del paese – in particolare settore petrolifero e del gas, capitale finanziario e industrie di armamenti. Un’operazione che ha la facciata di rispondere alle esigenze delle famiglie e delle masse popolari, ma che va verso la privatizzazione dei servizi e la costruzione di settori corporativi di aristocrazia operaia, nell’ottica di coltivare egemonia di guerra.
E se il fronte interno non si adegua arriva la repressione. A fine gennaio, a seguito della manifestazione di solidarietà contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna partecipata da 50 mila persone, il governo ha celermente approvato nuove misure repressive che contemplano, in pieno stile fascista, il fermo preventivo per impedire la partecipazione a manifestazioni di massa. La strategia è chiara: colpire i protagonisti e le pratiche che hanno contraddistinto le lotte degli ultimi mesi, criminalizzando le lotte e agendo preventivamente rispetto a chi si oppone alla pacificazione del fronte interno. La borghesia imperialista attacca frontalmente, in particolare, il movimento antisionista dopo che è stata messa in difficoltà dalle mobilitazioni popolari di settembre e ottobre. Buona parte della sinistra borghese si accoda a queste misure repressive, con la proposta di una nuova normativa, sostanzialmente bipartisan tra Pd e governo, volta ad accusare di antisemitismo chi si oppone alle politiche genocidarie dell’entità sionista.
Per lo sviluppo di un’egemonia nazionalista e, in prospettiva, della mobilitazione reazionaria in vista dei piani imperialisti di guerra, la classe dirigente ha anche la possibilità di utilizzare i fascisti. La destra istituzionale al governo ha un legame esplicito con quella extraparlamentare, utile nella mobilitazione reazionaria sul tema degli immigrati, per promuovere la “guerra di civiltà tra occidente e Islam” e contro il movimento di solidarietà alla Palestina. Un’altra carta da giocare ai fini della mobilitazione reazionaria è quella di Vannacci, che punta a raccogliere da destra il malessere di vasta parte delle masse rispetto alla fornitura di armi al regime ucraino.
Lo Stato della borghesia imperialista italiana in questa fase di sviluppo della tendenza alla guerra ha anche la necessità di cambiare alcune sue forme istituzionali per andare nella direzione autoritaria nella gestione delle contraddizioni sul fronte interno. In questo senso rispondono i progetti della compagine governativa in merito alla cosiddetta “riforma” della giustizia e al premierato.
La classe dominante, che sta mostrando sempre più il suo vero volto criminale, per rispondere pienamente ai progetti di scontro militare nell’accelerazione verso la terza guerra mondiale, ha bisogno di sviluppare egemonia tra le masse nella prospettiva del conflitto. Tuttavia, il clima reazionario promosso e tutte le misure repressive introdotte e applicate non bastano. Il malessere delle masse popolari è diffuso e le mobilitazioni continuano in tutto il paese, traendo nuova forza dall’indignazione che la guerra imperialista provoca e dalle sue conseguenze sulla vita materiale delle masse popolari, anche nel nostro paese.
La verità è che la classe dominante è debole: la crisi economica e il processo di guerra imperialista la obbligano continuamente a rincorrere le contraddizioni che le sue stesse azioni determinano, aprendo uno spazio politico enorme per farla finita dapprima con la sua egemonia e poi con il suo potere. La repressione dei decreti sicurezza è una tigre di carta: a sentire i manettari della destra e i garantisti della sinistra borghese fa paura e paralizza, ma la determinazione delle masse popolari e dei compagni ha già dimostrato di poterla sconfiggere, come successo con le mobilitazioni in appoggio alla Resistenza Palestinese dello scorso autunno. Quest’ultime hanno segnato la possibilità di costruire un movimento di massa contro la guerra imperialista, da cui i comunisti debbono trarre gli elementi più avanzati per integrare i propri ranghi, in primis quella parte di gioventù proletaria che, giustamente, disprezza e odia fin nelle sue viscere il sistema capitalista e la sua violenza.
La guerra avanza, accelerando sempre più ad ogni passo le contraddizioni del sistema capitalista attorcigliato nella sua crisi. Per i comunisti è necessario colmare il ritardo rispetto a questo processo di avanzamento della guerra, per lavorare alla costruzione dell’organizzazione comunista, nella prospettiva dell’abbattimento del sistema capitalista. Dobbiamo saper rispettare l’appuntamento con la storia: i tempi di crisi e di guerra sono tempi di rivoluzione, bisogna però formare i rivoluzionari e costruire l’organizzazione rivoluzionaria.
