Strike

Strike – Inserto Locale Milano e dintorni – n.01

INDICE

— Editoriale

— Scuola e guerra: contro i tagli all’istruzione

EDITORIALE

Il governo Meloni ha una vera e propria ossessione verso il mondo della scuola e della cultura in generale. Piegare questo settore lavorativo è diventata quasi una questione esistenziale per l’attuale governo reazionario. Per quale motivo? La scuola pubblica è storicamente il terreno in cui la sinistra e i movimenti progressisti hanno costruito e mantenuto la propria egemonia culturale. È il luogo dove, per generazioni, si è insegnato a coltivare il pensiero critico e a rifiutare l’obbedienza cieca: tutto questo per il governo ormai è inaccettabile, le nuove generazioni nella visione delle classi dirigenti italiane dovranno essere composte o da soldatini o da lavoratori obbedienti. Ed è esattamente questo che la destra sta cercando di fare.

Per normalizzare un modello sociale basato sullo sfruttamento e per preparare il Paese all’economia di guerra, il governo sa che deve prima di tutto attaccare il fronte interno: espugnare la scuola significa bonificare il perimetro in cui nasce il dissenso. Significa trasformare le aule da laboratori di coscienza critica a fabbriche di passività e conformismo. L’offensiva ideologica si muove su due direttrici speculari: da un lato l’introduzione di una rigida logica punitiva verso studenti e docenti precari che non si piegano alle nuove direttve (ad esempio quelle sul parlare di Palestina in classe), dall’altro la penetrazione sistematica della cosiddetta “cultura della difesa”: una vera e propria militarizzazione culturale e materiale delle nostre scuole, fatta di gite presso basi militari, presenza poliziesca tra i banchi di scuola, il tutto condito da massicce dosi di razzismo e classismo.

La propaganda nazionalista penetra nei programmi, con la riscrittura in chiave eurocentrica della storia e la purificazione ideologica della filosofia, e si materializza nella presenza delle forze armate e della Nato tra i banchi, mascherata da percorsi di orientamento o Pcto. In questo scenario la scuola pubblica diventa un terreno di contesa tra chi vuole resistere allo stato di guerra e chi ci vuole trascinare in un abisso di sofferenze e lutti. Pensiamo che sia fondamentale che i lavoratori e le lavoratrici, insieme a genitori ed alunni, oppongano alla cultura della difesa, la cultura della resistenza. Per fare ciò dobbiamo parlare dalle basi, dibattere, scambiarci informazioni, fare rete per rompere l’isolamento. Insieme si può fermare la propaganda di guerra che ormai infesta l’intera società, non solo le aule scolastiche.

Redazione Antitesi Milano

SCUOLA E GUERRA: CONTRO I TAGLI ALL’ISTRUZIONE

A partire dall’anno scolastico 2025/26, come previsto dalla legge di bilancio 2025, in Italia l’organico del personale docente è stato ridotto di 5660 unità. Dall’anno prossimo, una sorte simile interesserà il personale Ata, con un taglio di 2100 lavoratori. Questi tagli al personale arrivano mentre è in costante crescita il numero di docenti precari, quasi triplicato rispetto a 10 anni fa (contratti annuali sempre più sostituiti da quelli con scadenza il 30 giugno). E i contratti per supplenze brevi (senza permessi e con malattie pagate al 50%) costituiscono una massiccia componente dei contratti per docenti della scuola pubblica (rappresentano circa il 26,9% del totale dei docenti in servizio). Molti precari nel frattempo continuano sulla via crucis per ottenere un posto di ruolo. Chi ancora non ha l’abilitazione, si trova a dover seguire i corsi abilitanti da 60 cfu, il cui costo spesso supera i 2000 euro. In aggiunta, l’accesso a questi corsi, tutt’altro che scontato, per alcune classi di concorso è addirittura proibitivo. Una volta ottenuta l’abilitazione cominciano la trafila per un’assunzione che può durare anni. Soldi e tempo se ne vanno per inseguire concorsi, spesso lontano da casa. I docenti senza abilitazione o senza concorso sono invece assunti come docenti di sostegno, il che in parte spiega l’aumento del numero degli insegnanti di sostegno (unica figura lavorativa in aumento). Nel mondo della scuola, la precarietà è perciò una realtà che si è costretti ad accettare. Nei prossimi anni, la situazione non può che peggiorare. I contratti a tempo indeterminato saranno, a lungo andare, sempre più una minoranza. Oltre al taglio del personale, per il triennio 2025-2027, la strategia del governo è inoltre diminuire il numero di istituti e ridurne l’autonomia.

Questi tagli al personale hanno come obiettivo il ridimensionamento della spesa pubblica ordinaria per l’istruzione. I soldi del PNRR hanno infatti solo parzialmente coperto gli enormi buchi in termini di strutture e digitalizzazione.
Si tolgono stanziamenti alla scuola, e più in generale alla spesa pubblica (pensioni, sanità) e aumentano quelli alla guerra, vera priorità per lo stato, che si riarma in vista dell’ormai prossima guerra mondiale.

Ma, oltre al piano economico, la guerra, impatta anche a livello educativo e culturale, mettendo in discussione il ruolo stesso dei docenti. Da esponenti di spicco dell’attuale governo è stata più volte ribadita la necessità di diffondere e valorizzare una “cultura della difesa”, ovvero l’ideologia militarista. La scuola è un laboratorio della militarizzazione che progressivamente sta interessando tutta la società. Le forze dell’ordine sono sempre più presenti e visibili nelle scuole, con iniziative che coinvolgono visite nelle basi Nato, Pcto con l’esercito, campagne di sensibilizzazione su cyberbullismo o tossicodipendenza o attività di orientamento tenute dalle forze armate. L’enfasi sull’identità nazionale e l’amore per la patria delle linee guida di Valditara per l’educazione civica sono solo un esempio delle forme che sta prendendo la militarizzazione. Questo si concretizza ancora di più nelle Nuove Indicazioni Nazionali per i licei dove i programmi di storia si concentrano sulla storia occidentale e nazionale e dove vengono esclusi una serie di autori di filosofia, tra cui Marx, per valorizzare invece lo studio di autori come Croce e Gentile. Queste indicazioni non sono ancora i programmi ufficiali, tuttavia mostrano bene la direzione che l’istruzione sta prendendo e come il lavoro dell’insegnante diventi funzionale alla propaganda sciovinista. Come lavoratori della scuola abbiamo la forza di opporci a questa direzione e per farlo diventa necessario opporre alla cultura della difesa una cultura della resistenza, fondata sul rifiuto della guerra e del militarismo tra i banchi di scuola.