Note di fase

Note di Fase n.36

Maggio 2026


GLI USA E IL PANTANO IRANIANO

Quando si parla delle ragioni dell’aggressione Usa-sionista all’Iran, è facile pensare che il mondo sia in mano a due pazzi criminali sanguinari: il primo, Benjamin Netanyahu, che vede nella prosecuzione della guerra permanente la ragione della sua esistenza per evitare il tracollo personale come politico e allontanare gli innumerevoli guai giudiziari in cui è coinvolto. Il secondo, Donald Trump, che sembra un clown le cui performance sono in crisi, per cui alza la posta ogni giorno di più con numeri sempre più spericolati. La sensazione è che il primo trascini l’altro, usando i dossier scottanti che ha in mano legati alla pedofilia e allo sfruttamento sessuale del circo Epstein. Per quanto in questo quadro emergano elementi concreti, come la putrefazione della classe dominante imperialista, le ragioni dell’aggressione all’Iran vanno ricercati nelle leggi di sviluppo del sistema capitalista e nella sua crisi strutturale.
Siamo sicuri che gli attuali “padroni del vapore” – fondi d’investimento, le Bigtech della Silicon Valley e il capitale monopolistico – sacrificheranno in due minuti questi personaggi quando saranno un ostacolo al tentativo che la borghesia imperialista yankee sta facendo per uscire dalla crisi in cui si è avvitata. Va detto che, all’interno della borghesia imperialista Usa, Donald Trump e la linea tracciata dal tycoon esprimono gli interessi di una parte della classe dominante e la frattura interna alla stessa si aggrava di giorno in giorno.
Ma la lotta intestina che lacera la classe dominante Usa non riguarda il presidente Usa in sé, bensì la ricetta messa in campo per risolvere la crisi da sovrapproduzione di capitali e le sue ripercussioni sul piano industriale, finanziario e di egemonia globale che attanagliano la formazione Usa.

Il problema principale da risolvere nel più breve tempo possibile è la possibile sostituzione del dollaro come moneta commerciale unica nel mercato energetico, moneta che secondo il Fmi è passata dall’essere il 70% delle riserve globali delle banche centrali nel 2004 al 57% di oggi. La politica dei dazi trumpiana si era posta l’obiettivo di arrestare il debito e il disavanzo commerciale. Il primo è arrivato al 120% del Pil, il secondo è passato dai 479 miliardi di dollari del 2016 ai 911,6 miliardi del 2025. Inoltre, lo sperato flusso di capitali promesso da Trump sotto il ricatto dei dazi non è avvenuto – ad eccezione del settore dell’Ia che oggi rappresenta il 40% del Pil Usa.
Ad oggi l’Ia rappresenta la grande scommessa del capitale Usa, lo strumento attorno al quale rimodellare la propria egemonia globale. La scommessa ruota attorno alla supremazia tecnologica dei mezzi di produzione e, quindi, alla capacità di sottomettere il proletariato e i popoli, aumentando il tasso di sfruttamento e l’estrazione di quote di sovraprofitti sempre maggiori dalle formazioni più arretrate. Tuttavia, la sua applicazione non sta riuscendo a rivoluzionare la produzione industriale nel complesso, ma solo il settore bellico e parte di quello dei servizi. Cosa vuol dire questo? Significa che la remunerazione del capitale investito non è garantita affatto, soprattutto a fronte dei passi da gigante nello stesso settore della Cina. Significa che brucia sotto le ceneri una bolla finanziaria enorme pronta ad esplodere.

A fianco di questa continua, a crescere il debito federale, alimentando una dinamica finanziaria che spinge i capitali alla ricerca di rendimenti sicuri – come oro e argento – dei quali abbiamo visto le impennate delle fughe all’estero. Per l’imperialismo Usa è fondamentale gestire questa dinamica, puntellando lo status quo del dollaro come denaro mondiale. Infatti, la necessità di tutte le banche centrali di avere riserve in dollari per gli scambi commerciali favorisce il ruolo del dollaro come riserva di valore e sostiene l’acquisto dei titoli di stato Usa che sono denominati in dollari. Questo meccanismo è indispensabile per finanziare il debito: se si inceppa e altre monete diventano utili nello scambio, per la borghesia statunitense è il baratro.

Da queste brevi note si capiscono le motivazioni della dura lezione impartita a Saddam Hussein nel 2003, quando decise di commercializzare il petrolio in euro. Quella guerra è stata funzionale a disciplinare le petromonarchie e gli altri produttori dell’area: nessuno si può permettere di spezzare il dominio del dollaro nel commercio energetico. Tuttavia, dal 2021 l’Iran ha stretto rapporti sempre più stretti con la Cina, arrivando progressivamente a commerciare in yuan fino al 95% del petrolio esportato. Questo rischio era previsto dagli Stati Uniti e la risposta è stata solo inasprire le sanzioni. Però, il problema si aggrava se l’emorragia avanza: nel 2023 Aramco (colosso energetico saudita) e la cinese Sinopec hanno stretto un accordo per commercializzare petrolio in yuan digitali; la stessa Arabia Saudita non ha rinnovato il patto, scaduto nel 2024, di commercializzare esclusivamente in dollari il petrolio; anche il Qatar ha deciso di stringere accordi sul gas naturale con Petrochina sempre in yuan; gli Eau sono diventati centro bancario per gli scambi Iran-Cina; l’intero consiglio di cooperazione del golfo è coinvolto in una partnership con la Cina e l’associazione delle nazioni del sud est asiatico.
La guerra all’Iran va letta, quindi, nel quadro della crisi economica dell’imperialismo Usa e nella necessità di puntellare il dollaro come moneta globale per finanziare il proprio debito. Ma dopo l’uccisione di Khamenei, l’auspicata guerra lampo che avrebbe dovuto far rientrare il petrolio iraniano dentro la sfera del dollaro grazie a un regime change è fallita miseramente. La capacità della resistenza iraniana è stata quella di regionalizzare lo scontro, facendo pagare il prezzo più alto ai satelliti statunitensi nell’area e dimostrando che i regimi venduti non erano al sicuro. Inoltre, la chiusura dello stretto di Hormuz ha avuto l’effetto di gettare nel panico l’economia globale, con l’obiettivo di isolare l’azione statunitense. Quella che doveva essere una guerra lampo, sullo stile dell’arresto di Maduro in Venezuela, si è trasformato nell’ennesimo pantano per le forze statunitensi.

IL RITMO DELLA GUERRA

Il fattore tempo è uno degli aspetti principali della guerra. Per gli imperialisti significa condurre un’azione militare che si concluda nel più breve tempo possibile, volta ad infliggere i maggiori danni possibili ad infrastrutture militari e civili e a decapitare la dirigenza nemica con omicidi mirati. Al contrario, per chi subisce l’aggressione imperialista, l’obiettivo strategico è diametralmente opposto. Una guerra di Resistenza presuppone attività volte allo sfiancamento e al logoramento del nemico, una guerra di lunga durata che metta in crisi la narrazione della potenza schiacciante imperialista e in discussione il sostegno che la guerra ha all’interno dell’opinione pubblica dei paesi belligeranti e nel campo di alleanze. Per chi resiste, prolungare il tempo dello scontro significa coltivare le condizioni per la vittoria.
Questa è la strategia dell’Iran e degli altri attori che stanno resistendo all’aggressione imperialista e che hanno imposto la regionalizzazione dello scontro colpendo prima le installazioni militari Usa nei paesi del Golfo e dopo le raffinerie, mettendo così in discussione la sopravvivenza economica delle petromonarchie e il patto di difesa che le lega agli Usa. In un crescendo che ha portato alla chiusura selettiva dello stretto di Hormuz – punto nevralgico per il passaggio delle materie energetiche a livello globale.

Questa mossa ha globalizzato lo scontro e ha spaccato le borghesie del campo di alleanze statunitense, che hanno fatto orecchie da mercante agli appelli di Trump di unirsi alla guerra preferendo cercare accordi bilaterali con l’Iran. Anche le varie “coalizioni di volenterosi”, che hanno espresso la volontà di intervenire per la riapertura dello Stretto di Hormuz, di fatto non vogliono entrare nel pantano iraniano, almeno non prima che la capacita militare di Teheran non venga neutralizzata. Anche l’entità sionista ha subito lo smacco iraniano, Tel Aviv e Gerusalemme sono state colpite ripetutamente e le attività industriali di Haifa danneggiate. L’entità sionista, che per prima aveva tentato di regionalizzare lo scontro durante l’aggressione a Gaza bombardando contemporaneamente Palestina, Libano, Yemen e Iran durante la guerra dei 12 giorni, ha dimostrato l’incapacità di reggere un simile scontro quando questo è imposto dalle forze iraniane e dai suoi alleati. I sionisti stanno cercando di riaprire il fronte libanese, ma la resistenza diretta da Hezbollah, formazione data per neutralizzata, ha impedito qualsiasi avanzamento sionista nel sud del Libano e ha nuovamente spopolato le colonie di confine, Kyriat Shmona in testa. Anche sul fronte siriano i sionisti hanno subito i primi attacchi da parte di nuove formazioni nazionali siriane. Va menzionato anche il ruolo della resistenza irachena che ha neutralizzato il tentativo dei curdi di entrare in guerra al fianco di yankee e sionisti e ha colpito gli interessi petroliferi ad Erbil. Discorso a parte meritano gli Houti, il cui silenzio era sembrato un raffreddamento dell’alleanza con gli iraniani. Invece, hanno efficacemente colpito l’entità sionista e minacciano di chiudere lo stretto di Bab al Mandab se la guerra si inasprisse. La chiusura del secondo stretto sarebbe un colpo durissimo a tutta l’economia mondiale. Colpire e minacciare, ma mai raggiungere l’apice della guerra e lasciarsi uno spiraglio per alzare lo scontro sempre di più. L’esempio degli Houti dimostra chiaramente il tipo di guerra condotta dalla Resistenza che rovescia il fattore tempo come arma di difesa strategica, costringendo il nemico a pagare un prezzo via via più alto, imponendo l’impiego di sempre più forze e capacità militari per portare a casa uno straccio di vittoria sul campo.

LA GUERRA E’ GLOBALE

La guerra in Iran si è dimostrata essere, praticamente quasi fin dal suo inizio, un ulteriore tassello di tensione all’interno del blocco Nato e delle borghesie occidentali. Nonostante iniziali proclami che sembravano presagire un’entrata in guerra, diretta o indiretta, da parte dei principali paesi dell’alleanza atlantica, ciò si è rilevato essere soltanto una facciata. La chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran è riuscita a far rivalutare alle borghesie europee le proprie priorità: sostenere a occhi chiusi il proprio alleato americano o evitare un deterioramento della già grave crisi economica? La chiusura dello Stretto, trafficato prima della guerra da petroliere di tutto il globo in quanto uno dei passaggi marittimi cruciali per le forniture energetiche, è quindi ulteriore elemento di instabilità per le fragili formazioni europee, già alle prese con il blocco delle forniture dalla Russia. Oltre a minacciare i profitti dei padroni, il conflitto attuale sta esacerbando la contraddizione tra gli Stati Uniti e l’aggregato europeo. Infatti, i governi delle principali potenze imperialiste del Vecchio Continente si sono trovate a navigare lo scontro tra le correnti interne alla borghesia finanziaria euroatlantica. Questa contraddizione è stata particolarmente visibile nell’atteggiamento assunto dalla Francia, il cui governo ha preso le distanze dal conflitto, evocando il solito spettro dell’autonomia strategica europea. Questa postura non è da leggere nell’ottica della geopolitica borghese, quanto come un risultato della ricaduta che l’aggressione contro l’Iran sta avendo sulle condizioni materiali delle masse, e dunque sul loro sostegno ai governi europei. Ad oggi, escluso un formale sostegno della Corea del Sud, tutti i restanti paesi del blocco hanno rifiutato di prendere parte militarmente a tale spedizione.

Così come ad essere rifiutato agli Usa è stato l’utilizzo di numerose basi militari europee per eseguire attacchi in suolo iraniano. La reazione di Washington è stata immediata: gli alleati tacciati di codardia e un attacco diretto all’esistenza stessa della Nato. Le tensioni fra gli Usa e i suoi alleati non sono poche: dalla minaccia dell’invasione della Groenlandia alla volontà di annettere il Canada, per arrivare all’ormai definitiva conclusione del supporto yankee all’Ucraina. Questo ulteriore tassello mostra la crisi sempre più esplicita di un blocco atlantista che non si può più considerare un’alleanza solida o comunque da dare per scontata. Il deterioramento delle relazioni atlantiche, se ancora non si formalizza in rotture o strappi, riflette l’isolamento Usa nella strategia di messa in discussione dell’ordine internazionale. È in questo quadro che le formazioni imperialiste europee, come Germania, Francia e Gran Bretagna, aspirano a ritagliarsi uno spazio di maggiore autonomia per quanto si cerchi costantemente di ricucire lo strappo con Washington.

Anche i paesi aderenti ai Brics stanno affrontando delle contraddizioni: questa coalizione, che nasce in origine come spazio economico alternativo all’egemonia occidentale, sta dimostrando i limiti del proprio progetto. L’aggressione al Venezuela prima e, soprattutto, la guerra all’Iran hanno dimostrato l’impossibilità di poter coltivare un’alternativa economica all’egemonia occidentale pacificamente. Sotto il mirino di Washington ci sono tutte quelle formazioni che cercano di ritagliarsi uno spazio alternativo che aggiri embarghi, sanzioni e angherie dell’imperialismo occidentale.
Le recenti aggressioni hanno dimostrato che un simile blocco di alleanze non protegge dall’intervento militare. Fra i paesi che hanno aderito figura Cuba, affossata dall’embargo yankee, ma anche la Nigeria, che ha permesso negli scorsi mesi di essere terreno delle mire espansionistiche Usa in Africa occidentale. Inoltre, nei Brics convivono formazioni disposte a fare affari assieme, ma che sul terreno si stanno confrontando militarmente: fra i paesi membri dell’alleanza figurano infatti sia Iran che Emirati Arabi Uniti, quest’ultimo ripetutamente attaccato dal primo per il suo ospitare basi e truppe yankee.
I Brics, che nascono principalmente come un tentativo di egemonia di Russia e Cina, dimostrano proprio come questi due paesi non solo non riescano ad instaurare e difendere alleanze solide, ma anche come il blocco atlantista tenta di togliere loro terreno fra gli Stati alleati, come nel caso dell’Iran o più recentemente in Mali, uno dei più fidi alleati del governo russo in Africa, dove un’offensiva separatista in corso sta man mano togliendo terreno con rapidità alle forze russe presenti sul territorio e a quelle governative.

Se l’obiettivo degli Usa in Iran, come detto all’inizio, va ricercato nella propria crisi strutturale, va inquadrato nel quadro più generale di tendenza globale dello scontro inter-imperialista. Colpire l’Iran, in ultima analisi, serve ad indebolire la Cina. Di fatto, se l’aggressione sionista agisce per i suoi scopi coloniali espansionistici del “Grande Israele”, gli yankee agiscono anche per isolare sempre di più i loro rivali strategici e tentare di allargare la propria egemonia tramite regime change – come si sta tentando appunto in Iran e come si è apertamente dichiarato per Cuba e Venezuela.
La Cina continua ad agire dietro le quinte, cercando di accreditarsi come interlocutore diplomatico. Infatti, Pechino è stata una delle principali mediatrici per riaprire lo Stretto, giocando un ruolo rilevante. Agli inizi di aprile, Cina e Russia hanno posto il veto a una bozza di risoluzione presentata dal Bahrein al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in merito alla scorta delle navi nello Stretto di Hormuz, affermando che la bozza “non è riuscita a cogliere le cause profonde e il quadro completo del conflitto in modo esaustivo ed equilibrato”. Washington continua ad accusare Pechino di finanziare militarmente l’Iran e di aver fornito obiettivi logistici su dove poter colpire i propri obiettivi in Medio Oriente, accuse che la Cina nega. Tuttavia, veritiere o meno, le accuse si incanalano nell’accrescersi delle tensioni, già risultate nelle sanzioni di una raffineria cinese responsabile di lavorare petrolio greggio iraniano, sulle quali gli USA stanno in ogni modo cercando di trascinare la Cina in vista di un possibile scontro aperto a Taiwan. È tuttavia verosimile che Pechino, in coerenza con le sue politiche social-imperiali, stia attivamente sostenendo il proprio alleato che, secondo varie indiscrezioni, ha acquistato droni e satelliti dalla Cina per contrastare il nemico.

È quindi evidente che vi è una crisi strutturale sia fra le alleanze borghesi consolidate che fra quelle nascenti. La guerra è oggi la direttrice fondamentale attorno alla quale le alleanze si rompono, si ricostruiscono e si ridefiniscono. Negli ultimi anni, le guerre non sono soltanto scoppiate in numero crescente, ma sono soprattutto diventate teatri di ostilità ad oltranza fra borghesie contrapposte, che rendono interi paesi scontro “indiretto” delle proprie ostilità e che, di questo passo, sfoceranno inevitabilmente in uno scontro aperto e diretto. Uno spartiacque cominciato con la balcanizzazione della Siria, proseguito con la guerra in Ucraina, fino ad arrivare al presente. Pensiamo a come la guerra in Sudan veda sul campo la giunta militare sostenuta dall’Iran contro la milizia delle Rsf finanziata ed addestrata da Emirati Arabi Uniti e Ucraina. O come, nella stessa guerra iraniana, l’Ucraina si sia resa protagonista dell’invio di tecnologie militari a sostegno dell’aggressione americana-sionista.
Sarà compito degli storici del futuro spiegare quando è scoppiata esattamente la terza guerra mondiale, quello che oggi possiamo però registrare è la tendenza a unificarsi dei fronti di guerra aperti e l’aggravarsi generale della tendenza alla guerra.

LA GUERRA IN CASA

Dall’inizio dell’aggressione imperialista contro l’Iran, con la risultante chiusura dello Stretto di Hormuz, le borghesie imperialiste europee si sono trovate a pagare un conto salato. Come già era stato dimostrato in Ucraina, la mancanza di una completa autonomia politica dell’aggregato imperialista europeo dagli Stati Uniti riflette una mancanza di autonomia strategica anche sul piano energetico. Ciò si è visto nell’aggravarsi della crisi che continua ad aggirarsi per l’Europa: negli ultimi mesi si parla di un incremento dal 50% al 100% dei prezzi medi del gas e di un simile aumento esponenziale dei costi industriali del gasolio, con un effetto diretto sui costi di produzione che vanno a colpire il malandato comparto industriale. L’effetto di questi aumenti ha destabilizzato anche le borse europee e minacciato le proiezioni già magre del Pil italiano, con timori anche che l’inflazione possa salire di un punto percentuale in più rispetto alle previsioni.

Il governo Meloni si ritrova, suo malgrado, a dover gestire la crisi energetica e la conseguente spaccatura interna alla borghesia euroatlantica che sta minando concretamente la sua progettualità. Come indicato nelle precedenti note di fase, la borghesia imperialista nostrana ha provato a cavalcare la contraddizione tra Unione Europea e Usa esercitando un ruolo di pontiere, per cercare di ottenere il supporto politico necessario dal resto della borghesia euroatlantica per ritagliarsi “un posto al sole” nella sponda meridionale del Mediterraneo e aumentare la capacità di penetrazione dei monopoli italiani in giro per il mondo, come nel caso dell’Eni in Venezuela. L’idea coltivata dal governo era quella di ottenere il massimo del risultato relazionandosi a Washington come principale alleato del Vecchio Continente e a Bruxelles come partner affidabile, politicamente solido e con i conti in ordine. Tuttavia, l’inasprimento del presente conflitto e del conseguente metodo gangsterista di Trump, che ha contraddistinto la strategia dell’imperialismo yankee finora, hanno reso questa posizione della borghesia imperialista italiana difficile da mantenere. In tal senso, dalla ormai famosa lite Trump – Meloni emerge un dato politico: in questa fase, l’imperialismo yankee non accetta mezzi termini o mediazioni dai propri alleati, richiedendo invece una completa e indiscussa sottomissione politica, economica e militare alla propria progettualità. Se sul piano esterno il governo è particolarmente vulnerabile al momento, una simile debolezza è individuabile anche sul piano interno.

Per quanto l’ultima finanziaria sia stata quantomeno povera di finanziamenti e ricca di taglia, i conti economici non sono del tutto apposto. Il governo Meloni si ritrova a gestire un buco fiscale che non può essere risanato senza intaccare gli interessi di almeno uno dei suoi referenti. Che sia Confindustria, che ha già imposto un dietrofront al governo che voleva ritirare i bonus all’industria 5.0, oppure i grandi colossi del settore energetico, la misura sembra ormai colma. Con il multipolarismo di guerra che ormai grava in maniera sempre più preponderante sulle casse dello Stato, il governo non può che scaricare il costo sulle masse, con l’opposizione e il malcontento che cresce tra la popolazione.
Basti pensare al tanto celebrato taglio delle accise sul carburante, una misura che porterà un aggravio alle casse statali di più di 500 milioni di euro a fronte di un taglio esiguo ai rincari. Un simile buco è destinato ad essere riempito in parte dai fondi destinati ai servizi pubblici, data la mancanza di altre fonti a cui il fisco italiano può attingere senza intaccare i profitti della borghesia, come dimostrato dal fallimento del governo nel tassare gli extraprofitti delle industrie energetiche nonostante la crisi in corso. Infine, bisogna considerare che il deficit italiano per il 2025 si è attestato al 3,1%, quando l’obiettivo era ridurlo al di sotto del 3% per uscire dalla procedura di infrazione europea.
Ciò significa che il governo non potrà accedere ai fondi predisposti dall’Ue per la spesa militare connessa al piano strategico ReArm Europe, condannando il governo a dover varare una finanziaria ancora più sanguinosa per le masse popolari, dal momento che dovrà incrementare la spesa militare senza i miliardi di prestiti Ue. Se l’obiettivo delle ultime finanziarie era quello di mettere da parte un tesoretto da spendere per la prossima finanziaria in vista delle elezioni politiche, è evidente che il piano sia fallito. La mancanza di fondi significa soprattutto non poter portare avanti quelle politiche clientelari necessarie per legare ai partiti di maggioranza gli interessi della grande e piccola borghesia, con l’effetto di continue tensioni tra gli stessi partiti.
I primi effetti di questa stretta si sono visti anche in un aridissimo “decreto primo maggio” del governo, in cui si trovano solamente centinaia di milioni di euro in bonus alle aziende per stimolare le assunzioni e si inserisce il concetto di “salario giusto” legandolo al minimo salario dei contratti firmati dalle organizzazioni più rappresentative. Su questo punto va notato che per ora salta la definizione di contratti maggiormente applicati, di fatto andando incontro alle richieste dei confederali.

È importante per noi rilevare come il taglio della spesa pubblica e l’aumento dei prezzi siano il riflesso della guerra sul fronte interno, il regime di austerità è la ricaduta materiale delle politiche imperialistiche sulle masse popolari. Questo elemento è importante da sottolineare perché lega il generale, la tendenza alla guerra imperialista, con il particolare delle condizioni di vita delle masse popolari. Pensiamo che questa presa di coscienza inizi a massificarsi e si rifletta nella crescente polarizzazione politica presente nelle masse, che le forze politiche attuali faticano ad intercettare.
Questo fenomeno si è visto nell’ultimo referendum sulla giustizia. Per il governo questo appuntamento elettorale ha rappresentato l’opportunità di aggiungere un tassello nella costruzione di quell’apparato giudiziario di cui la borghesia imperialista ha bisogno, sia per gestire le contraddizioni interne alla classe dominante stessa, sia per affinare gli strumenti di repressione e oppressione delle masse popolari in una prospettiva di lunga durata. Allo stesso tempo, è stato anche un banco di prova per misurare il consenso attorno al governo stesso e per vagliare la capacità dell’esecutivo di apportare modifiche alla Costituzione. È proprio su quest’ultimo aspetto che attorno al referendum si sono mobilitate le masse per impartire una sonora sconfitta al governo.
Il colpo destabilizzante sferrato al governo ha avuto risultati immediati, con le dimissioni vistose di Gasparri, Delmastro e della Santanché, volte a ripulire l’immagine del governo.

Nei fatti, tra le pressioni esterne e le sconfitte interne, il governo Meloni si mostra per quello che è: una tigre di carta. In pochi mesi, il governo è passato da essere celebrato per la sua stabilità, ad essere una polveriera costellata da rese di conti interne, epurazioni mirate e attacchi esterni dai propri alleati americano-sionisti. Come si è visto anche con i risultati del Referendum, l’unica stampella su cui si regge questo governo è la strutturale debolezza e opportunismo dell’opposizione, connaturati al loro progetto politico indistinguibile da quello governativo e, dunque, strutturalmente incapace di rispondere se non tramite attacchi ai singoli personaggi o tramite la magistratura: ne è un esempio il caso recente dello scandalo intorno alla concessione della grazia a Nicole Minetti, usato dall’opposizione come grimaldello giudiziario per chiedere le dimissioni di Nordio.
In questa situazione si sta aprendo e ampliando uno spazio per un discorso di rottura con l’attuale sistema che può e deve essere colmato dai comunisti oggi, legandosi alle masse, unendo il generale al particolare e rispondendo al diffuso malcontento legato al declino delle condizioni materiale e alla putrefazione di questo sistema con la prospettiva rivoluzionaria.

MASSE IN MOVIMENTO

L’Italia dall’inizio dell’attacco congiunto di Usa e Israele in Iran, è stata teatro di mobilitazioni con chiare parole d’ordine esplicite tra cui il rifiuto della guerra, seppur in maniera minore rispetto alla questione palestinese. Un esempio di mobilitazione con chiare parole d’ordine e obiettivo d’intervento mirato è stato il blocco del convoglio militare che trasportava blindati, munizioni e armi di passaggio alla stazione di Pisa lo scorso 12 marzo. Il presidio antimilitarista aveva un’indicazione chiara: bloccare la logistica di guerra individuando nelle infrastrutture civili, come le stazioni delle città, il centro in cui portare il proprio rifiuto attraverso prospettive pratiche e raggiungibili per ottenere questo obiettivo. La mobilitazione a Pisa non è stato un caso isolato in un mese segnato da un avanzamento prepotente della guerra imperialista; infatti, la vitalità del movimento si è espressa anche nella due giorni No Kings del 27 e 28 marzo scorso. La parola d’ordine “Blocchiamo tutto” emersa lo scorso autunno durante le mobilitazioni in solidarietà con la Flotilla lanciata dai portuali di Genova, continua ad aggirarsi come un fiume carsico.
Quest’ultima mobilitazione ci restituisce un’immagine che va oltre alle parole d’ordine e al protagonismo della pluralità, molto eterogenea, degli organismi promotori. La partecipazione di decine di migliaia di persone segnala la chiara disponibilità delle masse a una mobilitazione che tiene ben uniti il rifiuto della guerra e della sua economia, l’opposizione al governo Meloni e allo Stato di guerra, nonché la difesa dei propri spazi sociali. Il punto di riferimento ben delineato è la Palestina.

È evidente come la classe dominante stia arrancando nel cercare di consolidare il proprio castello ideologico e di far accogliere alle masse la propria necessità di strutturare un’economia bellica a scapito di un’economia sociale. Queste necessità sono sempre più ostacolate da una resistenza sociale che emerge in forme sempre più visibili e organizzate. Quando esiste un fronte interno in opposizione alla guerra imperialista, la classe dominante è davanti a una empasse in cui rispondere può intensificare la frattura interna. Per uscirne, due degli strumenti di cui si dota sono: il tentativo di costruire una mobilitazione reazionaria con il chiaro obiettivo di ricompattare il proprio consenso interno e isolare l’opposizione; aumentare la stretta repressiva mirata ai dissidenti.

Come è stato per la guerra in Ucraina, dove la costruzione di un nemico esterno alternativo alle contraddizioni interne ha contribuito a ridefinire il campo del conflitto, assistiamo allo stesso tentativo per quanto riguarda la guerra in Iran. L’Italia, infatti, è stata spettatrice di timidi tentativi di mobilitazioni che hanno posto al centro parole d’ordine riconducibili a posizioni filomonarchiche e interventiste. Sul quadro del terreno dell’opposizione all’aggressione imperialista all’Iran, vale la pena analizzare come in un primo momento la mobilitazione della destra iraniana abbia avuto l’effetto di immobilizzare le masse e creare confusione. Questa operazione politica, diretta dall’alto, mira non tanto a sviluppare una concreta mobilitazione reazionaria, almeno visti i risultati, quanto a immobilizzare le masse, renderle inoffensive, introducendo parole d’ordine e narrazioni funzionali a spostare la concentrazione verso un nemico esterno. Il chiaro obiettivo di questi tentativi è di riportare la genuina opposizione alla guerra, decisamente egemonica tra le masse, su un terreno che non metta in discussione il nostro imperialismo, il suo campo di alleanze e il ruolo concreto che questo ricopre nella tendenza alla guerra.

L’insieme di queste dinamiche si inserisce in un quadro più ampio di repressione nei confronti di chi si oppone alla guerra e al governo Meloni. Un esempio significativo è rappresentato dal continuo aggiornamento del Dl sicurezza, che introduce progressivi aggravamenti di pena, evidenziando una strategia mirata a disarticolare e attaccare chi si organizza e agisce per opporsi. Questo processo non solo punta a frammentare il campo dell’opposizione di massa, ma contribuisce anche a intorbidire il terreno politico, rendendo più difficile una presa di posizione chiara e consapevole.
Nel tentativo di mobilitazione reazionaria però possiamo incominciare a tirare le somme su chi questa partita la stia vincendo. Le masse, infatti, tendono a occupare gli spazi di mobilitazione disponibili, anche quando risultano politicamente annacquati ed eterogenei, per riempirli dei propri contenuti e riportare al centro le proprie parole d’ordine, che esprimono con chiarezza l’opposizione alla guerra e la solidarietà ai popoli aggrediti. Un esempio lampante è rappresentato dal 25 aprile scorso in quasi tutta Italia. A Milano, le masse scese in piazza sono riuscite ad allontanare la Brigata Ebraica e tutta la combriccola costituita dalle componenti filo-Usa, filo-Israele e filo-Scià, che da oltre quindici anni tentano di costruire una propria legittimazione all’interno del campo popolare nel giorno della liberazione. Anche a Bologna e a Roma si è resa chiara una linea politica precisa: posizioni filo-ucraine, lette in chiavi atlantiste, sono state allontanate dalle piazze restituendo il chiaro rifiuto della normalizzazione della narrazione interventista dentro spazi che nascono storicamente come luoghi di conflitto sociale e di critica all’imperialismo, come quello del 25 aprile.

Questo risultato è espressione di come, nella realtà delle masse, al momento non c’è spazio per una retorica reazionaria, ma al contrario emerge una linea chiara dove la guerra non è interpretata come semplice scontro tra blocchi di potere, bensì è espressione della putrefazione di un sistema di barbarie. La direzione è quella del rifiuto della guerra e della subordinazione agli interessi dei blocchi imperialisti, individuando nella Palestina il principale punto di riferimento, come dimostrano anche le forme di organizzazione e mobilitazione espresse nelle iniziative di solidarietà internazionale, quali la flottiglia umanitaria per Gaza e le campagne a sostegno di Cuba. Le piazze dello scorso 25 aprile, quando le forze reazionarie guerrafondaie volevano farne terreno di contesa, sono state non soltanto difese, ma queste forze hanno dovuto lasciare il campo.
È su questo terreno che si gioca la nostra partita: la capacità di mantenere chiarezza politica e coerenza nelle parole d’ordine, legandosi alla resistenza delle masse, è fondamentale per accumulare forze nella prospettiva rivoluzionaria.

Antitesi Organizzazione Comunista