Volantini e comunicati

Alcune riflessioni sul Ccnl dei metalmeccanici


Dopo mesi di scioperi e mobilitazioni si è arrivati alla firma di una bozza di rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Se mettiamo a confronto la piattaforma votata dai lavoratori con il contenuto dell’accordo, il risultato è chiaramente insufficiente e al dì sotto delle aspettative. La vertenza che ha riguardato i metalmeccanici ci da diversi spunti per un ragionamento più ampio, per questo vale la pena ripercorrere i passaggi e cercare di trarne degli insegnamenti.

Il tavolo di trattativa

I metalmeccanici uscivano dalla vigenza del contratto precedente con un punto fondamentale: l’indice Ipca-Nei, per la prima volta aveva pagato più degli aumenti contrattati e non di poco. Basta ricordare che l’accordo 2021-2024 prevedeva un aumento certo di 125 euro al quinto livello (C3) in quattro anni, ma per effetto dell’inflazione ha portato ad un aumento sullo stesso livello e nello stesso periodo di 310 euro. L’indice Ipca-Nei introdotto con la riforma del 2009 e poi consolidato nel Patto di fabbrica, è un parametro calcolato dall’Istat che misura l’inflazione depurata dai beni energetici importati. Questo significa che gli aumenti salariali vengono agganciati a un indice che non tiene conto dei costi reali che i lavoratori affrontano, come bollette e carburanti, scaricando di fatto l’inflazione sui salari. Politicamente, il Patto e l’Ipca-Nei vanno letti insieme: sono strumenti che stabilizzano i profitti e disciplinano la forza lavoro, riducendo la contrattazione a un terreno controllato dal capitale. Va detto che quando fu introdotta questa specie di scala mobile zoppa l’indice Ipca-Nei viaggiava mediamente sullo 0,6% con aumenti ridicoli.

A fronte di questo la piattaforma proponeva un aumento di 280 euro (sempre al C3) secondo una logica semplice: 1. l’indice Ipca-Nei non copre completamente l’inflazione; 2. legare i salari all’inflazione significa aumentarne il valore nominale ma non quello reale; 3. bisogna portare a casa un aumento certo e slegato dall’aumento dei prezzi. Oltre a questo la piattaforma aveva l’ambizione di lanciare la parola d’ordine delle 35 ore a parità di salario.

Fin da subito la trattativa ha mostrato da subito la chiusura totale di Confindustria: la controparte ha avanzato proposte che puntavano a smantellare pezzi fondamentali del contratto nazionale, come eliminare l’anzianità dalla parte alta della busta paga, ridurre gli automatismi sui passaggi di livello, imporre l’esigibilità del Ccnl come alla Fiat e legare gli aumenti esclusivamente all’indice Ipca-Nei. Federmeccanica perseguiva un progetto politico preciso: mantenere il congelamento dei salari reali, inoltre usare il Ccnl come una clava per colpire quelle realtà aziendali che nelle fabbriche riescono a portare a casa accordi migliorativi sulle parti normative. Per questi motivi, passato il periodo di conciliazione, il tavolo si è immediatamente chiuso.

40 ore di sciopero

Le 40 ore di sciopero hanno seguito la logica “dell’escalation”, ovvero partendo da piccoli pacchetti di ore che via via andavano a crescere in numero. Non solo, anche le forme dello sciopero hanno visto inizialmente presidi fuori dalle fabbriche per arrivare alle manifestazioni cittadine e poi regionali. Questa strategia ha portato ad aver bruciato ore di sciopero per iniziative di fatto invisibili e poco incisive, delle quali i lavoratori non capivano il senso e l’utilità. Il blocco degli straordinari, la mancata firma da parte delle Rsu sul finanziamento dei corsi di formazione, l’articolazione di alcune ore di sciopero gestite dalle Rsu con blocchi “a singhiozzo”, per linee e/o per reparti, e altre iniziative collaterali, in molte realtà, hanno inciso molto di più dei pacchetti di 2 o 4 ore di sciopero. L’aspetto interessante da sottolineare è che più il padronato manteneva il muso duro più gli operai prendevano coscienza della necessità di dare un segnale forte per la riapertura del tavolo. La mobilitazione ha visto quindi un crescendo impulsato principalmente dalla rigidità padronale.

Il culmine della mobilitazione è stato raggiunto con l’occupazione della tangenziale di Bologna. Quest’azione ha avuto il merito di portare la lotta su un piano che ponesse problemi all’ordine pubblico, violando apertamente l’infame Decreto Sicurezza da poco approvato. Il governo a fronte dell’iniziativa operaia si è trovato costretto a sollecitare Confindustria a riaprire il tavolo, convocando le parti sociali il giorno seguente a Roma. Il segnale è chiaro il governo non voleva e non vuole gli operai a far casino per le strade. Va detto anche che le 40 ore di sciopero avevano creato una spaccatura all’interno del padronato, con grandi nomi come Leonardo, Fincantieri e diverse multinazionali lombarde comunicare pubblicamente la propria volontà di una riapertura del tavolo, mentre il blocco confindustriale veneto e in generale della media industria puntare i piedi per la chiusura.

La riapertura del tavolo, quindi, possiamo vederla come una vittoria parziale, perché ha mostrato che la lotta può spaventare il governo, ma ha incrinato solo in parte la rigidità padronale. Inoltre, va sottolineato che gli scioperi hanno sì registrato una buona partecipazione in termini di adesione ma per le iniziative di piazza non si può dire altrettanto. La classe operaia vedeva la giustezza della lotta ma non comprendeva l’utilità di alcune iniziative di mobilitazione.

Inoltre, alla riapertura del tavolo si è assistito ad un ripiegamento in ordine sparso. Le segreterie nazionali non hanno dato alcuna indicazione sul mantenimento delle iniziative collaterali seminando un clima di incertezza e scaricando sulle singole Rsu e sui singoli lavoratori la scelta di mantenere o meno il blocco degli straordinari, ecc. Questo ha portato alla distensione dell’agitazione e ovviamente all’indebolimento della mobilitazione dei lavoratori proprio nel momento in cui serviva continuare ad affondare i colpi per ampliare le contraddizioni all’interno del padronato e verso la necessità di pace sociale imposta dal governo.

L’ipotesi di accordo

Dire che l’accordo svende i diritti o che sia un tradimento non è realistico. Dentro l’accordo ci sono anche miseri passi avanti sulle parti normative, così come l’aumento del welfare. Questo non toglie il bilancio negativo che vede un contratto insufficiente su più punti, primo fra tutti quello salariale. L’aumento di 205 euro in 4 anni non recupera il potere d’acquisto perso e resta sotto ai 280 euro in 3 anni della piattaforma iniziale. Rispetto al ragionamento di partenza fatto sulla piattaforma, se dovessimo scorporare l’aumento dalle previsioni sull’indice Ipca-Nei stilate dall’Istat, che ipotizza un aumento del 2% per i prossimi anni, ne viene fuori che la trattativa è andata sopra di poco più di 40 euro da quanto previsto. Non solo, vengono cedute due giornate di Par che da individuali tornano ad essere collettive, quindi a discrezione dell’azienda e aumenta la flessibilità esigibile, tutte robe che colpiscono direttamente il tempo di vita dei lavoratori. Per non parlare del vuoto cosmico sulla riduzione dell’orario di lavoro.

Va detto che non è un contratto che fa felice nemmeno Confindustria, anzi, visto che Assistal e la Federmeccanica del Lazio sono uscite dal tavolo negoziale al momento di apporre la firma sulla proposta, in segno di dissenso, probabilmente gli obiettivi sostanziali che si erano posti non li hanno raggiunti.

Il problema è ribaltare i rapporti di forza

Tutto questo va letto dentro la cornice del Patto per la Fabbrica, firmato nel marzo 2018 da Confindustria e Cgil, Cisl, Uil. Quel patto ha ridisegnato il modello contrattuale e le relazioni industriali, fissando regole che limitano gli aumenti salariali e spostano molte questioni delicate al livello aziendale. In pratica ha messo paletti stretti alla contrattazione nazionale, rendendo più difficile strappare risultati veri. Il Patto per la Fabbrica è una gabbia che rafforza il peso padronale e indebolisce il fronte operaio.

Inoltre, il nodo è che senza rapporti di forza veri non si strappa nulla. Proprio quando le mobilitazioni stavano crescendo a fronte della chiusura padronale si è deciso di ripiegare. Giustificare oggi il contenuto dell’accordo con la litania del “non avremmo avuto la forza per andare avanti” significa accettare opportunisticamente i rapporti di forza per come sono, senza investire per un loro ribaltamento. Su questa linea la previsione è quella di trasformare la trattativa in uno scambio tra qualche soldo in più e pezzi normativi. La situazione attuale è il prodotto di una “gestione del conflitto” che ha portato al rinnovo con un esercito operaio poco allenato allo scontro, mentre la controparte misura la forza dei lavoratori dalla testa ai piedi. Contrattazioni di secondo livello ottenute senza nemmeno mezz’ora di sciopero, hanno indebolito la capacità di lotta. Se le fabbriche non tornano ad essere palestre di conflitto è impensabile ogni 3 anni che la classe operaia sia pronta ad un appuntamento nel quale si scontra con i rapporti di forza generali che il padronato metalmeccanico è in grado di mettere in campo.

Esempi positivi in questo senso ci sono come dimostrano gli esempi di Genova, Bologna e tutte quelle realtà dove la mobilitazione è viva. Pensiamo che il voto contrario al rinnovo, espresso da diversi lavoratori, è un segnale importante, ma non basta. L’indicazione dovrebbe essere quella di prendere la piattaforma iniziale è cercare di imporla con la lotta fabbrica per fabbrica, quantomeno nei sui punti più avanzati come la riduzione dell’orario di lavoro. La lezione è chiara: senza conflitto e senza organizzazione, il capitale detta le regole.

Solo cercando di ricostruire i rapporti di forza, il protagonismo e la determinazione operaia si può puntare a portare a casa contratti che portino avanzamenti sostanziali, costringendo gli apparati sindacali a fare quello che vogliono gli operai invece di delegare a loro la propria condizione.

Antitesi – Organizzazione Comunista