Strike n.05
RESISTERE CON OGNI MEZZO A GUERRA, CRISI E REPRESSIONE
numero 5 anno II
INDICE
— Editoriale
— Ma quale produttività è solo sfruttamento
— Lidl: la lotta paga e i padroni cedono
— Figli per la patria?
— Solo i lavoratori fermano la guerra
— Assassinati per il profitto dei padroni
EDITORIALE
Il governo Meloni, che sembrava un’armata invincibile, si sfalda ogni giorno di più. Del Mastro, Santanchè, Gasparri sono i nomi eccellenti costretti a dimettersi per dare una parvenza di pulizia e cambiamento. Anche i padroni di Confindustria, principale “datore di lavoro” dell’esecutivo, lo attaccano frontalmente sul decreto fiscale, fino a imporre il ritiro del taglio al credito d’imposta. Dietrofront che crea ulteriori polemiche nella compagine governativa, con Giorgetti a prendere atto che la coperta è troppo corta: la tendenza alla guerra e la conseguente corsa al riarmo impongono che non tutti i padroni possano salire sul carro vincente!
Ma la scossa più forte viene dalle masse popolari: la forte opposizione sociale al governo Meloni – fatta dalle piazze per la Palestina di settembre-ottobre, dai metalmeccanici di Bologna e dell’ILVA di Genova, fino ai 50.000 di Torino in solidarietà allo sgombero dell’Askatasuna – sembrava essersi inabissata. Alla fine, è tornata a galla! La schiacciante vittoria del No al referendum è un primo stop ai piani del governo Meloni. Oltre 14 milioni di No hanno espresso chiaramente il forte dissenso al tentativo di riforma costituzionale della magistratura. Il piano della borghesia imperialista del nostro paese, che mirava a sbilanciare l’equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo, subisce così una battuta d’arresto. La riforma prevedeva, infatti, di limitare l’autonomia dei magistrati per metterli sotto diretto controllo del governo.
Questo anche per aumentare il controllo sulle masse popolari che, con la terza guerra mondiale che avanza, devono disciplinarsi e chinare la testa alle politiche guerrafondaie, alle misure che erodono salari e diritti sociali e alla repressione sempre più stringente nei confronti di chi lotta. Eni, Leonardo, Finmeccanica, i grossi fondi di investimento e le grandi banche devono registrare una sconfitta.
Ma non ci illudiamo! Non è che la vittoria di una parte della magistratura significa meno lacrime per noi proletari: da sempre i giudici rappresentano l’organo che tutela gli interessi dei ricchi, pronto a scatenare tutto il suo arsenale di repressione contro chi mette in discussione l’ordine del capitale. Del resto, né i giudici né la sinistra istituzionale all’opposizione hanno alzato la voce contro i continui decreti sicurezza. Nessuno si è scandalizzato per l’attacco al diritto di sciopero nella logistica o per il fermo preventivo di polizia ai cortei.
Se c’è da prevenire e reprimere la lotta, da quel lato della barricata tornano ad essere tutti d’accordo!
Il dato positivo però è l’aver dimostrato che siamo in tanti a non tollerare più il governo Meloni come rappresentante della guerra, del riarmo e dei tagli allo stato sociale. Questa cosa li terrorizza, ma deve uscire allo scoperto e deve diventare mobilitazione nei posti di lavoro, nelle scuole e nei quartieri.
Ribellarci alla guerra, rifiutare la miseria che ci fanno vivere e, in definitiva, sabotare i piani dei padroni e del governo devono essere le nostre parole d’ordine.
