Antitesi n.17Sfruttamento e crisi

Il vincolo della guerra

Il “sistema Italia” e il keynesismo militare

“Sfruttamento e crisi” da Antitesi n.17 – pag.6


“(…) È una delle poche volte che in cui cresciamo più della Francia e della Germania e non siamo il fanalino di coda” [1] .Così, Giorgia Meloni, lo scorso giugno riassume va i risultati economici del suo governo e dell’intero “sistema Italia”, paragonandone la condizione a quelle delle altre due principali potenze economiche dell’Ue. Come non darle torto: quando qualcosa va male non se ne può certo decantare il bene, ma si può dire che va meglio di qualcosa che va peggio. Sono le stime della Commissione Europea ad affermarlo: la crescita del Pil italiano per il 2024 arriverebbe allo 0,9%, quello francese allo 0,7 e quello tedesco allo 0,1. Numeri che ci dicono come l’Italia vada meno male di Francia e Germania: la propaganda governativa prova a vedere il bicchiere mezzo pieno, nel raffronto con due economie da sempre più solide e forti di quella nostrana. Da questo punto di vista Meloni non ha tutti i torti a presentare il dato come inedito, ma certamente si prende meriti non propri. Non è l’imperialismo italiano ad aver guadagnato migliori posizioni mondiali rispetto ai principali concorrenti/ alleati europei, ma sono la guerra imperialista e la crisi di egemonia politica internazionale delle vecchie potenze gli aspetti principali che hanno determinato la conclamata decadenza economica di Berlino e Parigi. Nello specifico, la Germania è stata colpita più di ogni altro paese in Europa dal processo di guerra contro la Federazione Russa, soprattutto per i contraccolpi sul piano energetico e industriale che ha dovuto subire, visto il peso delle forniture energetiche russe nell’economia tedesca. Per quanto riguarda la Francia, la crisi è strettamente finanziaria, nel disavanzo a favore delle uscite di capitali rispetto alle entrate: la perdita di posizioni di saccheggio in Africa si fa ampiamente sentire a livello di bilancio. E in ogni caso, si tratta di uno svantaggio minimo, facilmente ribaltabile, rispetto alla “crescita” italiana. Ma lo 0,9 di crescita del Pil, per l’Italia, è un risultato da vantare per il governo Meloni perché la crisi è un dato pressoché sottinteso da parte delle classi dominanti europee. E anche così minime percentuali e comparazioni strumentali possono essere presentate come positive. Se guardiamo, infatti, al manifestarsi della crisi in Italia, emerge soprattutto il crollo della produzione industriale: se la crescita complessiva è allo 0,9%, la produzione industriale lo scorso inverno risultava in calo di oltre il 3%, con difficoltà che investono soprattutto il settore automobilistico, energetico, siderurgico, chimico e delle telecomunicazioni. Del resto, la condizione delle masse popolari del nostro paese parla chiaro: secondo le statistiche ufficiali una persona su dieci risulta in povertà assoluta; una su tre rinuncia alle cure mediche; quasi l’8% dei lavoratori dipendenti riceve una retribuzione sotto la soglia della povertà (percentuale che arriva ben oltre al 14% fra gli addetti a mansioni operaie) il che contribuisce anche a dirla lunga su un altro argomento della propaganda governativa, ovvero l’aumento dell’occupazione [2] . E qui casca l’asino, cioè la propaganda governativa di Meloni e camerati vari. Il crollo industriale italiano è legato alla crisi della Germania e della Francia, con le quali il “sistema Italia” è organicamente integrato. Berlino e Parigi sono rispettivamente il primo e il secondo partner commerciale di Roma. La quota maggiore di imprese straniere operanti nel nostro paese sono tedesche e l’interscambio tra capitalismo italiano e quello tedesco, nonostante si attesti alla cifra molto alta di 164 miliardi di Euro, ha registrato un calo di valore complessivo di quattro miliardi nel 2024. Non a caso, l’integrazione capitalistica italo-tedesca riguarda soprattutto i settori che nel nostro paese stanno venendo di più colpiti dalla crisi: chimico, automobilistico e, in particolare siderurgico. La crisi tedesca è, dunque, parte della crisi italiana e il sovranismo della destra borghese fa finta di non capire la compenetrazione tra le catene del valore e i mercati del capitalismo internazionale. In tal modo riesce a spargere un po’ di fumo propagandistico negli occhi delle masse popolari.

La spirale crisi/guerra/crisi

Tuttavia, sarebbe riduttivo spiegare le difficoltà del capitalismo italiano unicamente come riflesso della crisi più grave di altri paesi. Anche l’Italia aveva la sua esposizione energetica rispetto alla Russia: se la Germania si attestava al 55% del fabbisogno, l’Italia arrivava comunque al 40%. La questione energetica poi non riguarda solo le forniture dirette, ma determina conseguenze generali e globali in termini di inflazione [3]. Questi termini a loro volta derivano, da una parte, da meccanismi di speculazione finanziaria e, dall’altra, dalla reciproca guerra economica tra Ue e Federazione Russa. Ciò ha inciso sull’industria italiana, che registra di fatto una condizione di recessione dallo scorso anno. La risicata crescita del Pil risulta quindi dovuta a settori secondari dell’economia, come il boom del turismo nel nostro paese, riscontrato dopo la fine della fase “pandemica”. Il rincaro energico ha colpito soprattutto il settore chimico, petrolchimico, cartiero, e della lavorazione del legno ed è stato uno dei fattori del tonfo del settore automobilistico, che la scorsa estate segnava un calo di quasi il 30% dei veicoli prodotti nel nostro paese, trascinando verso il basso l’intero comparto dei macchinari. Ma, vi sono anche altri aspetti delle ricadute economiche dovute al processo di guerra che vanno oltre a quello inflattivo.
La condizione di guerra determina la chiusura di mercati alle esportazioni, come avvenuto con quello russo rispetto alle imprese italiane, con perdite a loro carico stimate in almeno 350 milioni di euro. La guerra implica, poi, la ridefinizione delle catene del valore internazionale, della divisione del lavoro e della logistica commerciale. Com’è stato recentemente reso evidente con le pressioni esercitate sui transiti nel Mar Rosso da parte dello Yemen, in solidarietà alla Resistenza Palestinese. Le ritorsioni dei combattenti yemeniti rispetto al traffico marittimo internazionale hanno rallentato i transiti commerciali verso l’Europa e la stragrande maggioranza delle imprese italiane ne ha risentito in termini di aumenti dei costi e rallentamenti delle forniture. La crisi industriale, a sua volta, ricade sul piano finanziario, in particolare quello della tenuta dei conti pubblici: meno profitti significa meno entrate per uno Stato, come quello italiano, già fortemente indebitato. Ma non solo: il debito pubblico è condizione sine qua non del sistema imperialista, specie in tempi di crisi. In tal modo, la borghesia può mungere capitali dalla spesa pubblica e trarne profitto sicuro in tempi di magra, con investimenti, appalti e finanziamenti vari. È un modello che ultimamente, in Italia, è stato perseguito – a man bassa – dapprima con i tutti i famigerati “bonus edilizi” (e non solo della fase Covid) e poi, a livello europeo, è stato generalizzato con il fondo europeo Next Generation Eu e le sue articolazioni nazionali, i Recovery Fund. Tali interventi hanno comunque contribuito a evitare la recessione al capitalismo nostrano. La contraddizione sorge rispetto alla crescita del debito pubblico, che tende a lievitare ulteriormente a causa della crescita del costo del denaro cioè dall’aumento dei tassi di interesse, attraverso il quale, dal 2022, la Banca Centrale Europea punta al governo dell’inflazione. Quest’ultima, come già dicevamo, è determinata sia dalle condizioni imposte dalla guerra a livello internazionale, sia dalle massicce immissioni di denaro determinatesi nella fase “pandemica”, che hanno portato alla svalutazione e quindi all’inflazione. Insomma, il classico serpente che si morde la coda. Attualmente, il debito pubblico italiano è stimato ben oltre il 140% del Pil. Il deficit tra entrate ed uscite è del 7,4% del Pil, contro il 3% previsto dai trattati. Pertanto, la Commissione Europea ha avviato a giugno una procedura di infrazione, in base alla quale il governo dovrà tagliare almeno le uscite dello 0,5% del Pil ogni anno. Come a dire: lacrime e sangue per i proletari e le masse popolari si prospettano per la prossima legge finanziaria. Contemporaneamente, come diremo meglio in seguito, il governo dovrà ulteriormente aumentare le spese militari, data la condizione oggettiva di guerra a livello internazionale e il ruolo specifico che l’imperialismo italiano vi in tende giocare. Anche tali risorse andranno a essere prese dalla spesa sociale. A esempio, il miliardo scarso che il governo si è vantato di aver risparmiato con l’abolizione del reddito di cittadinanza nel bilancio del lo scorso anno, corrisponde a quanto speso per l’invio di armi al regime ucraino fino a inizio 2023.
Siamo difronte, dunque, a una condizione di spirale crisi/guerra/crisi cioè dell’inevitabile processo che connatura il capitalismo attuale. La necessità della guerra imperialista è determinata dalla lotta per la ripartizione dei mercati da parte delle potenze che ricercano spazi di valorizzazione dei propri capitali in eccedenza tramite forza lavoro da sfruttare, materie prime da immettere nei cicli del valore e intere formazioni economico-sociali da soggiogare finanziariamente. La guerra imperialista non è solo la continuazione della politica borghese con altri mezzi, ma è l’oggettivo sviluppo della stessa economia capitalista gravata dalla crisi. Ma, la guerra imperialista determina inevitabilmente delle ricadute oggettive, che sfuggono al controllo degli stessi soggetti che l’hanno promossa. Questa è, infatti, lo sviluppo sul terreno reale delle contraddizioni concrete del processo economico e politico. Ciò deriva innanzitutto dal fatto che la guerra è sempre un processo indeterminabile univocamente da chi la conduce. Essa è sintesi dialettica della lotta tra due poli opposti il cui movimento non è reciprocamente raffigurabile fino in fondo. Vedi, a esempio, le ricadute dello scontro tra sanzioni economiche tra Ue e Russia. In seconda battuta, deriva dal fatto che, essendo la guerra un processo obbligato e derivato dalla condizione oggettiva di crisi del capitalismo, gli Stati e i governi non possono non condurla – o condurla effettivamente – secondo la loro volontà e rappresentazione soggettiva, dato che devono sottostare a condizioni storicamente determinate che la caratterizzano e obbligano a combatterla.
Nel processo della crisi capitalistica, dunque, la guerra è figlia della crisi ma ne è anche un aspetto che finisce per aggravarla. Allo stesso tempo, questa costituisce mezzo per superare la crisi attraverso una nuova ripartizione di valore generale e globale: in ultima analisi sviluppando una guerra mondiale in grado di distruggere i capita li del blocco economico avversario. Così è avvenuto per le due guerre mondiali che hanno segnato precedentemente la storia del capitalismo monopolistico. E oggi, inevitabilmente, arriviamo allo scenario dello scontro inter-imperialista tra vecchie potenze del campo atlantico, a guida Usa, e nuove potenze, guidate dall’asse russo-cinese.
Il vero vincolo del capitalismo contemporaneo, italiano compreso, non è il debito, la finanza, la globalizzazione ecc., ma la guerra imperialista. Più della crisi stessa e delle sue varie manifestazioni, perché la guerra, essendone lo sbocco politico, finisce per vincolare lo stesso procedere della crisi.

L’Ue è guerra

L’aver posto un fossato tra Russia da una parte e Ue dall’altra è il risultato politico sicuramente più positivo della presidenza Biden. Trump promette di più: spingendo Bruxelles a occuparsi direttamente di Mosca, vuole che Washington si dedichi al nemico strategico per eccellenza, la Cina; o si impegni nuovamente in Medio Oriente, affiancando direttamente il regime sionista nella guerra contro il suo nemico regionale, l’Iran. Per alcuni osservatori sarebbe stupefacente la facilità con cui sia le sovrastrutture dell’Ue e sia i singoli governi dell’Ue si sono accodati allo zio Sam nella campagna d’Ucraina. In realtà, questa facilità non la si coglie nel suo aspetto principale se guardiamo unicamente alla compenetrazione economico-finanziaria e alla storica influenza politica (figlia della Seconda guerra mondiale) della classe dominante statunitense su quelle poste alla testa dell’Unione e dei singoli Stati membri [4]. La si coglie, nel suo aspetto principale, guardando principalmente alla crisi come causa della guerra. Quello che occorre mettere a fuoco, infatti, è l’obiettivo delle classi dominanti dell’Ue di superare la crisi conducendo la guerra. L’Ue stessa nasce dalla crisi e si sviluppa con la guerra imperialista. È stato il procedere della crisi del sistema imperialista internazionale, negli anni settanta del secolo scorso, che ha determinato l’accelerazione nel processo di integrazione europea. La sovrapproduzione di capitali delle singole formazioni necessitava la creazione di un mercato unico: sia nei termini dello sbocco delle merci prodotte; sia rispetto alla ripartizione di masse di forza-lavoro, dunque di plusvalore; e sia rispetto all’integrazione delle catene del valore. La creazione della moneta unica, calibrata sul marco tedesco, rispondeva alla necessità di darsi uno strumento monetario difronte non solo alla tradizionale concorrenza statunitense, ma all’emergere (sul piano finanziario, commerciale e industriale) dell’imperialismo cinese come colosso globale. Le classi dominanti europee, capitaliste e imperialiste, hanno dovuto costituire un proprio aggregato economico e politico per tentare di tutelare congiuntamente i propri interessi. Ovviamente, non senza contraddizioni interne, poiché divise a loro volta da interessi a tratti anche antagonistici. E non senza ripartizioni gerarchiche, come si evince con il ruolo per molti versi preminente della Germania e con lo scaricare la crisi sulle formazioni minori, come avvenuto con la Grecia.
Nel 1999, lo stesso anno in cui entra in vigore l’euro come moneta ufficiale dell’Ue, i paesi dell’Unione sono parte dell’aggressione alla Jugoslavia, guidata dalla Nato. È l’atto politico-militare che sancisce lo sfondamento a est sia dell’Unione che dell’Alleanza Atlantica, L’allargamento delle due sovrastrutture imperialiste, Nato e Ue, procede di pari passo, con conquiste di mercati per i capitalisti europei e avanzamento di posizioni strategiche per il blocco militare diretto dagli Usa. L’aggregato imperialista europeo ripartisce i mercati a seguito del ben più potente e influente imperialismo Usa, potendosi così permettere di far arre trare la proiezione della Russia in un’area
storicamente a essa legata. Allo stesso tempo, con Mosca però si formano forti legami economici sul piano delle forniture energetiche. Queste vanno a costituire una base di forniture solide per l’industria del vecchio continente: circa il 40% del gas e quasi la metà del petrolio importati nell’Unione sono di provenienza russa. Nonostante il procedere dell’allargamento verso est e il rapporto economico con la Russia, l’Ue attraversa continue fasi di aggravamento della crisi di sovrapproduzione di capitali: i contraccolpi dello scoppio della bolla dei sub-prime nel 2008; quella dei debiti sovrani, nel 2010; e quella “pandemica”, nel 2020 [5] . Tutti questi passaggi di aggravamento della crisi segnano
anche ulteriori passaggi di centralizzazione politica ed economica dell’Ue, a conferma della sua natura di sovrastruttura di gestione della crisi del capitalismo europeo e della difesa dei suoi interessi globali.
Sul fronte esterno, nel frattempo, l’avanzamento del duo Nato-Ue procede linearmente fino a imbattersi nell’Ucraina, dove una parte delle classi dominanti è strettamente legata alla Russia. La conseguenza è che gli imperialisti occidentali, per imporre la loro egemonia, devono addirittura promuovere il golpe fascista di Euromaidan, nel febbraio del 2014. Un fatto cruciale, che provocherà la sollevazione delle masse popolari dell’est del paese in nome dell’antifascismo e del rigetto della russofobia. Da tale insurrezione si aprivano a nove anni di guerra tra il regime fascista di Kiev e le Repubbliche Popolari, fino all’ulteriore aggravarsi del conflitto, con l’avvio da parte di Mosca dell’Operazione Militare Speciale, nel 2022.
Questi eventi portano all’attuale disaccoppiamento economico tra Bruxelles e Mosca. Disaccoppiamento che, da una parte, è stato certamente spinto da Washington per i suoi interessi di guerra alla Russia e predominio sul vecchio continente; ma, d’altra parte, è stato fatto proprio dalle burocrazie dell’Ue e dalle classi dominanti europee. La motivazione di questa adesione sta, ancora una volta, nel rapporto tra crisi e guerra, ovvero nello sbocco inevitabile che la crisi del capitale ha verso la guerra, anche quando questa è, sul piano contingente, antieconomica. L’aggregato imperialista europeo, afflitto dalla crisi di sovrapproduzione (tanto quanto i propri alleati statunitensi) e minacciato esistenzialmente dalle nuove potenze in ascesa, sul lungo periodo non se ne sarebbe fatto niente del rapporto di clientela energetica dalla Russia. Quello che necessita è ripartire a proprio favore nuovi mercati verso est e, in prospettiva, mettere le mani direttamente sulle materie prime energetiche, che costituiscono la rendita capitalistica dei propri fornitori orientali. L’obiettivo comune di Usa e Ue è portare allo sfacelo politico, militare ed economico l’imperialismo russo, spartendosi poi le ricchezze del sottosuolo, capitali, mercati e forza-lavoro della Federazione Russa, riportandola alle condizioni di sottomissione successive al crollo dell’Urss.
Da qui l’accettazione senza troppe riserve da parte europea del piano guerrafondaio statunitense e il tentativo di adozione di un modello europeo di capitalismo di guerra, nonché dell’attrezzarsi verso la “difesa comune europea”.

La “difesa comune europea”

In cosa consiste la cosiddetta “difesa comune europea” di cui le burocrazie dell’Ue stanno parlando in maniera sempre più forte?Concretamente si tratta di una serie di misure volte a costituire una politica militare comune da parte dell’Unione: interoperabilità tra i singoli eserciti nazionali; investimenti decisi a livello centrale nel campo dell’industria militare; appalti centralizzati per i monopoli del settore bellico dei singoli paesi promuovendone la collaborazione; e la riduzione della dipendenza da fornitori esteri (soprattutto gli Usa).
Ciò risponde a due finalità. La principale è quella di sviluppare una capacità difensiva e offensiva congiunta che, seppur integrata nell’ambito della Nato, consenta di avere un potenziale bellico rispetto alla Russia, visto che il conflitto con questa si gioca sul terreno europeo. Questo accade giocoforza, vista la necessità e volontà degli Stati Uniti di dirigere il conflitto del blocco occidentale su più fronti: sia contro i popoli resistenti che contro le nuove potenze emergenti sul piano globale. Quindi, diversificando i fronti rispetto alla Russia, tenendo presente le sfide poste dal Medio Oriente, dall’Iran e i suoi alleati, e sull’area del Pacifico, dalla Cina. Priorità fatte proprie soprattutto da Trump e dalla destra repubblicana statunitense. La finalità secondaria è quella di sviluppare politiche economiche centralizzate di keynesismo militare [6], tramite un mercato comune europeo del settore bellico: soldi pubblici a livello di Unione per i monopolisti delle armi. È una tipica misura da capitalismo di guerra. Contro le ricadute economiche del processo di guerra, che comportano l’aggravamento della crisi, si traduce la guerra in economia, pompando l’industria bellica in funzione di controtendenza alla crisi. Sviluppando un mercato garantito dalla fase bellica di lunga durata e dalle laute commesse non più solo statali ma sovrastatali (a livello di Ue).
Entrambe le due finalità rispondono alla centralizzazione monopolistica [7] dell’industria europea del militare che si vuole promuovere e organizzare dall’alto. Si fa ciò indicando le priorità per lo sviluppo della difesa unificata del vecchio continente e fornendo leve finanziarie a livello centrale per spingere i monopoli a convergere su produzioni comuni. Ursula von der Leyen, da capo della Commissione Europea, confermata anche dopo le ultime elezioni, si è fatta finora promotrice del processo di militarizzazione dell’Ue. Al summit di giugno dei 27 capi di Stato ha proposto, in tal senso, un fon do comune di 500 miliardi, sul modello del Next Generation Eu e delle altre politiche economiche europee per la fase “pandemica”. Gli ha fatto eco, a settembre, il famigerato Mario Draghi. Nelle vesti, stavolta, di consulente della Commissione Europea per la competitività, Draghi ha presentato un proprio piano da addirittura 800 miliardi di “debito comune” all’anno, incentrato su tutto ciò che serve all’autonomia strategica dell’Ue nella situazione mondiale del “multipolarismo di guerra”: tecnologia in campo digitale e energetico; infrastrutture intraeuropee; nonché industria delle armi. Il modello sono sempre le politiche di centralizzazione politico-finanziaria in capo all’Ue operate durante la fase dell’emergenzialismo Covid. Questo significherà, non solo, acquisti centralizzati di armamenti (come già fatto per i vaccini), ma anche ulteriore emissione di titoli di debito europeo per finanziare le politiche militariste decise dall’Unione.
Su questo punto si sta riproponendo la contraddizione tra le classi dominanti europee: tra i paesi “rigoristi”, fautori del rigore finanziario e dunque sfavorevoli all’indebitamento a livello centrale dell’Unione; e gli “espansivisti”, fautori di politiche espansive sul piano finanziario e dunque favore voli all’indebitamento a livello centrale. È la stessa divisione prodottasi all’epoca del dibattito interno all’Ue sull’adozione del quantitative easing [8] da parte della Banca Centrale Europea nel 2015, in risposta alla fase di “crisi dei debiti sovrani”. Stessa risposta determinatasi anche nella fase pandemica, rispetto al finanziamento del fondo Next Generation Eu con gli eurobond, cioè l’indebitamento a livello centrale di Unione. Anche in questo caso, abbiamo, da una parte, i paesi non ufficialmente esposti a livello di debito pubblico del nord Europa (la Germania e i cosiddetti frugali) e dall’altra quelli super indebitati dell’area mediterranea (con in testa la Francia e l’Italia). In
questo caso però, a fianco di Roma e Parigi, spicca la posizione dei paesi baltici, retti da regimi russofobi e fautori della militarizzazione estrema della frontiera settentrionale con la Russia, che dovrebbe dunque, nei loro intenti, essere sostenuta finanziariamente direttamente dall’Ue. È probabile che la posizione della Germania e degli altri “rigoristi” venga sconfitta nell’evolversi del dibattito in sede Ue, com’è sempre avvenuto finora negli altri summenzionati frangenti di centralizzazione finanziaria per affrontare gli sviluppi della crisi capitalistica. Quest’ultima ha determinato, finora, che le classi dominanti europee tendano sempre di più verso una centralizzazione a livello di Unione in ambito economico e politico, vista la loro debolezza sul singolo piano nazionale e l’evolversi di una situazione internazionale sempre più complessa. Il “vincolo della guerra” oggi spinge la “vecchia Europa” in maniera ancora più forte sulla centralizzazione politico-militare e sulla determinazione della sua base finanziaria e industriale. In ballo c’è il rendere, sempre più, la campagna contro Putin una battaglia più direttamente europea che statunitense e, sul piano economico-sociale, gestire la crisi sul fronte interno.
La necessità di politiche strutturali – con fondi da centinaia di miliardi e indebitamento europeo – è dunque pressante. Anche perché finora le risorse stanziate a livello centrale per il riarmo del vecchio continente non sono sufficienti. Si parla di poco più di 22 miliardi divisi tra Fondo Europeo per la Difesa e tra il bilancio ordinario dell’Ue. In aggiunta a questi, vi sono i singoli capitoli di spesa, come quelli previsti dall’Act in Support of Ammunition Production, che investe 500 milioni a livello comunitario per rimpinguare di munizioni gli eserciti dei singoli paesi, vista la penuria di proiettili e missili (spediti a man bassa al regime di Kiev). Con l’Act in Support of Ammunition Production si è previsto apertamente che i singoli Stati possano rifare il proprio arsenale anche attingendo al Pnrr e persino ai fondi di coesione. Sfatando definitivamente quell’ipocrita mitologia per cui il fondo Next Generation Eu fosse destinato a produzioni civili e non militari.
C’è poi da ricordare la nuova dottrina del bilancio dell’Ue, che ha dato via libera ai governi nazionali di spendere in riarmo fuori dai parametri del cosiddetto patto di stabilità, sancendo quindi l’austerità per il sociale e la spesa pubblica in deficit per il militare [9]. Del resto, se da una parte gli yankee hanno la capacità di spingere per riportare la guerra in Europa e dall’altra le borghesie imperialiste Ue condividono l’obiettivo strategico di minare l’ascesa del le nuove potenze imperialiste, non c’è oggi una contraddizione sostanziale tra “difesa comune europea” e riarmo promosso in ambito Nato. Riarmo che consiste nel famoso 2% del Pil, sul quale batte la destra trumpiana, per ripartire tra gli alleati gli oneri della guerra globale. A luglio, negli Usa, il vertice della Nato si è concluso con l’emissione del documento “Ukraine Compact” che vede stanziare 40 miliardi di aiuti militari a Kiev, con l’adesione non solo dei paesi aderenti all’Ue, ma dell’Unione Europea stessa. E, nella difficile situazione finanziaria italiana, con una procedura d’infrazione europea sul groppone e la necessità di politiche di austerità, il governo Meloni sta chiedendo a Bruxelles lo sforamento di bilancio per le spese per la “difesa”. Questo in ossequio agli interessi dei monopolisti del settore e per rilanciare ulteriormente il keynesismo militare.

Il ruolo dei monopoli italiani

Il rilancio del keynesismo militare non può che rappresentare l’aspetto principale in tale settore economico, visti i dati negativi sulla produzione industriale italiana dell’ultimo periodo, soprattutto se fatto con investimenti e finanziamenti europei. Inoltre, il riarmo nazionale è prioritario vista la necessità per l’imperialismo italiano di partecipare alla contesa internazionale, nell’ambito della Nato e dell’Ue, per guadagnarsi il suo “posto al sole” nella ripartizione capitalistica.
La retorica dei monopolisti del complesso militare-industriale italiano si lega perfettamente al progetto della “difesa comune europea”, forti anche degli ottimi risultati in termini di profitti nell’attuale fase di guerra globale. Presentando il piano industriale di Leonardo per il quadriennio 2024-2028, l’amministratore delegato Roberto Cingolani, già ministro della “transizione ecologica” nel governo Draghi, ha affermato che “le industrie europee hanno una responsabilità sociale enorme e non possono che essere loro a fare da sherpa per i governi (…) trasformando le varie forme di sinergie in elementi di pressione dal basso verso l’alto per gli Stati (…) i percorsi creati dalle aziende sono quelli che garantiscono maggior sicurezza all’Europa. Se aspettiamo che i 27 Stati si mettano d’accordo su una strategia comune, è molto difficile” [10]. Cingolani punta sulle relazioni inter-monopolistiche come base concreta e diretta per la costruzione della “difesa comune europea”. Lo fa mettendo il dito nella piaga della tradizionale divisione politica in seno all’Ue, che abbiamo visto emergere ad esempio sulla questione dell’indebitamento per il riarmo. Leonardo sta effettivamente svolgendo un ruolo guida nel processo di integrazione dei monopoli bellici europei, che, però, è molto più contraddittorio di come Cingolani vuole venderlo. Emblematico, da questo punto di vista, lo sfumare dell’accordo, annunciato a dicembre 2023, tra Leonardo e il suo corrispettivo franco-tedesco Knds [11]. L’accordo era volto alla realizzazione di un “Gruppo di Difesa Europeo”, cioè l’integrazione tra apparati del complesso militare industriale per creare strumenti militari condivisi tra gli Stati dell’Ue, in particolare la nuova generazione di carri armati Leopard. La rottura delle trattative tra i due gruppi monopolistici è arrivata la scorsa primavera, perché la quota di capitale italiano, cioè da parte di Leonardo, avrebbe sovrastato quella franco-tedesca, con la prospettiva che i nuovi carri armati venissero in gran parte prodotti in Italia (nello stabilimento di La Spezia, ex Oto Melara). La vicenda è paradigmatica del fatto che le relazioni inter-monopolistiche che dovrebbero, secondo quanto affermato da Cingolani, sfuggire le contraddizioni politiche tra Stati aderenti all’Ue, si incagliano sulla basilare contraddizione economica tra capitalisti, ovverosia la concorrenza. Senza contare il fatto, poi, che i monopoli del settore militare sono perlopiù a capitale statale – come appunto è il caso di Leonardo e del ramo francese della Knds essendo quindi soggetti all’influenza dei rispettivi governi. Ma, se a giugno Leonardo e Knds “divorziavano”, a luglio il gruppo italiano convolava a nuove nozze con l’altro grande produttore di armi europeo, il tedesco Rheinmetall, fresco peraltro di una mega commessa da 8,5 miliardi da parte del governo Scholz per la produzione di munizioni sia per l’esercito tedesco sia da esportare a quello ucraino. Il nuovo accordo stilato tra Leonardo e Rheinmetall sostituisce appieno quello naufragato essendo “volto alla creazione di una nuova Joint Venture paritetica che ha l’obbiettivo di sviluppare un approccio industriale e tecnologico di respiro europeo nel campo dei sistemi di difesa terrestre”[12]. Tra questi sistemi vi sarà: il nuovo modello di carro armato progettato dalla Rheinmetall, il Panther KF51, che promette di superare le derivazioni dal Leopard; e i nuovi veicoli da combattimento della fanteria Lynx, che dovrebbero essere prodotti in Italia per il 60%. Beninteso, il governo italiano acquisterebbe, nel prossimo futuro, ben duecento mezzi militari, fra carri armati e blindati da fanteria, prodotti sulla base dell’accordo, per la “modica” cifra di 20 miliardi, rinnovando buona parte dei veicoli da combattimento terrestre dell’esercito. Un’accumulazione capitalistica tanto comoda quanto insanguinata: miliardi pubblici che entrano a un monopolio pubblico che sta armando la “nazione” per la guerra imperialista. L’altro grande passaggio, vantato da Leonardo, verso la “difesa comune europea” è l’accordo con il monopolio franco-tedesco dell’aerospazio Airbus, volto allo sviluppo dei modelli di F-35 di tipologia M-346 e, in generale, per “il rafforzamento dei legami e della cooperazione industriale nei futuri domini dell’addestramento dei piloti militari” [13]. Va ricordato che è sui M-346 prodotti da Leonardo che si sono addestrati i piloti dell’aeronautica militare del regime sionista, seminanti morte e distruzione in Palestina e in tutto il Medio Oriente. Sempre nel settore dell’aerospazio, Leonardo ha realizzato una joint venture con la multinazionale francese Thales, denominata Thales Alenia Space. Quest’ultima è, a oggi, considerata l’azienda più importante a livello mondiale per la realizzazione di satelliti definiti “ad alta capacità e agilità”, avendone mandati in orbita ben 125, per conto dell’Agenzia Spaziale Europea e del ministero della difesa italiano. Thales Alenia Space è il principale appaltatore del sistema Cosmo-SkyMed, volto all’osservazione tramite satelliti del globo terrestre, promosso dall’Agenzia Spaziale Italiana e dal ministero della difesa, con scopi dichiaratamente militari.
È grazie a questa capacità di imporsi nel mercato della guerra che Leonardo si sta aggiudicando una buona fetta dei finanziamenti per armare l’Ue da parte del Fondo Europeo per la Difesa. Lo scorso anno è arrivato primo per finanziamenti, incamerando il 74% degli 832 milioni stanziati, quindi circa 614 milioni. Quest’anno si è piazzato secondo, ma ponendosi alla testa del riarmo nel settore dell’aerospazio essendo alla guida di progetti strategici, come Emissary, “che punta a migliorare la sorveglianza del dominio spaziale a livello europeo” e E-cuas, volto a creare le condizioni per la difesa dell’Ue da attacchi con droni [14].
Leonardo, da solo, copre il 70% della produzione militare italiana, ma la ripartizione delle commesse da parte del Fondo Europeo per la Difesa non poteva non coinvolgere anche gli altri monopoli e aziende italiane del settore. Innanzitutto, Fincantieri, che rientra nel progetto dell’European patrol corvette, assieme alla spagnola Navantia, alla francese Naval Group, all’italo francese Naviris (a sua volta joint venture
tra Naval e Fincantieri) e alla greca Hydrus. Tale convergenza dei maggiori produttori di navi militari a livello europeo è volta a creare una nuova tipologia di navi da combattimento ed è tra i progetti più finanziati dal Fondo Europeo per la Difesa, con 60 milioni nel 2023 e 154 milioni nel 2024. Ma, i monopoli italiani, coinvolti nei progetti della “difesa comune” determinati dal Fondo Europeo, sono molti e coinvolti in svariati progetti: Iveco e Ge Avio, nel campo della difesa terrestre e navale; Lace, nel campo dei laser militari; Elettronica nel campo dell’aeronautica. Un ruolo lo hanno anche le piccole e medie imprese: a esempio la veneta Officina Stellari e la sarda Nurjana Technlogies, coinvolte entrambe nel progetto Staalion, per la protezione dei satelliti europei. E, infine, pensiamo ai progetti di ricerca militare europea dove sono sicuramente coinvolte anche le università, tra cui il Politecnico di Torino, l’ateneo di Genova e quello di Padova, tramite Hit09, società da esso promossa nel campo dell’aerospazio.

L’uso duale della guerra

Nella crisi dell’imperialismo, in primis del blocco dominante a guida USA, la guerra è un vincolo per tutte le potenze, sia sul fronte internazionale, per ripartire i mercati e garantirne la riproduzione, sia, sul fronte interno, per stabilizzare le relazioni tra le classi. Quando gli imperialisti vogliono riferirsi ad applicazioni tecnologiche che si usano sia in campo civile e soprattutto in campo militare, parlano di “uso duale”. Ebbene, in questa fase, siamo di fronte a un uso politico-strategico duale della guerra: da una parte sul fronte internazionale della contesa inter-imperialista e del neocolonialismo contro i popoli oppressi; e dall’altra, sul fronte interno, come “puntello della crisi”, nelle forme del keynesismo militare. Lo vediamo bene anche rispetto all’imperialismo italiano. L’infame concessione ottenuta da Eni, da parte del governo di Netanyahu, per l’esplorazione delle acque antistanti Gaza, alla ricerca di giacimenti di gas, proprio mentre si sta consumando la guerra di genocidio dell’esercito sionista, la dice lunga sulla “diplomazia militare” dell’imperialismo italiano. L’accaparramento del gas palestinese da parte del principale monopolio energetico italiano non sarebbe stato possibile senza: il sostegno incondizionato da parte della cricca di Meloni alla banda assassina di Netanyahu; la collaborazione strategica tra il complesso militare-industriale italiano (con Leonardo in testa) e quello sionista; e l’accordo di cooperazione, a tutti i livelli, tra Roma e Tel Aviv del 2002. Sul fronte interno, l’industria militare è l’unico settore saldo nel desolato panorama produttivo italiano, grazie allo sviluppo del processo di guerra imperialista a livello mondiale. Se il 23 febbraio 2022 le azioni di Leonardo erano quotate a 6,4 euro, il 24 febbraio 2022, giorno dell’avvio dell’“Operazione Militare Speciale”, salivano a 9 euro, mentre il 12 ottobre 2024, all’annuncio della reazione sionista dopo il 7 ottobre, arrivavano a oltre 14 euro. In Italia, secondo dati del 2022, il gruppo ha più di 30 mila dipendenti, ma si pone a capo di una filiera produttiva, costituita perlopiù da piccole e medie imprese, che arriva a 125 mila addetti, producendo lo 0,6% del Pil nazionale, l’1,4% dell’industria nazionale e il 13% dell’industria di alta tecnologia. Fincantieri, nel 2023, è riuscita a ridurre il negativo di bilancio da 324 a 53 milioni, dopo che, l’anno precedente, aveva aumentato al 36% la sua quota di produzione in ambito militare. Per quest’anno, si prevedono ricavi a 8 miliardi, con una crescita di quasi un terzo rispetto al 2023. In Italia, il gruppo risulta avere più di 8 mila dipendenti, ma ne muove in totale circa 40 mila, considerando l’indotto della famigerata giungla di appalti e subappalti dei cantieri navali. Sono dati di per sé già significativi che, però, non vanno letti in forma statica. Il keynesismo militare, con tutte le sue manifestazioni ed estrinsecazioni (dalla militarizzazione dei Pnrr alla “difesa comune europea”, passando per l’obbligo del 2% del Pil in spesa bellica fino allo svincolo di bilancio in sede Ue per gli investimenti in guerra) offre il maggior effetto moltiplicatore in campo industriale nell’attuale fase economica mondiale. Tutto il settore manifatturiero, a partire dalla produzione di acciaio, può trovare riferimento nel settore della “difesa”. Per la classe dominante, questo dovrebbe anche significare la possibilità di coltivare una classe operaia industriale impiegata nella produzione di armi e irregimentata quindi anche dal punto di vista ideologico, anche perché qualificata, selezionata e ben retribuita. Un disegno che i reazionari, dal primo conflitto mondiale in poi, hanno sempre coltivato ma che è sempre storicamente fallito, travolto, da un lato dalla spirale oggettiva crisi/guerra/crisi e, dall’altro, dal ruolo soggettivo che i comunisti sono stati in grado di praticare nella loro classe di riferimento. I prossimi tempi ci diranno se oggi sapremo anche noi essere all’altezza delle sfide che il keynesismo militare e, in generale, la condizione attuale dell’imperialismo ci pone.


Note:

[1] Pil: Meloni, meglio di Francia e Germania grazie a nostro sistema produttivo, ilsole24ore.com 6.6.2

[2] Il dato viene gonfiato ampiamente perché per l’Istat è occupato chiunque, dai quindici anni in su, lavori almeno un’ora nella settimana di rilevazione e perché contemporaneamente sale il numero degli inattivi, coloro che non cercano più stabilmente un lavoro, i quali vengono così depennati dalla percentuale dei disoccupati.

[3] Vedi infra Glossario pp. 83

[4] Sul punto vedi Antitesi n° 13, pp. 10 ss.

[5] Vedi Antitesi n° 12, Il capitalismo pandemico, pp. 5 ss.

[6] Vedi Antitesi n° 13, pp. 67 s.

[7] Vedi l’articolo seguente, p. 17

[8] In Europa consistette nel finanziamento da parte della Bce del debito del sistema bancario dei singoli paesi con l’emissione di moneta e l’acquisto di titoli a livello centrale.

[9] Vedi Lo Stato di guerra, Antitesi n° 16, pp. 5 ss.

[10] A. Di Rocco, Roberto Cingolani (Leonardo), la difesa comune europea parte dalle industrie, milanofinanza.it, 17.7.24

[11] Si tratta di una holding formato dalla francese Nexter e dalla tedesca Krauss Maffei Wegmann

[12] Leonardo e Rheinmetall: accordo strategico per lo sviluppo della nuova generazione di sistemi di difesa terrestre, leonardo.com, 3.7.24

[13] Airbus e Leonardo firmano MoU per approccio congiunto al mercato dei sistemi di addestramento integrato, leonardo.com, 21.6.24

[14] Leonardo al comando della difesa Ue, leonardo.com, 18.7.24