Antitesi n.17Classi sociali, proletariato e lotte

La Palestina scuote il mondo

Internazionalismo e resistenza nella metropoli

“Classi sociali, proletariato e lotte” da Antitesi n.17 – pag. 27


Ad un anno di distanza dal 7 ottobre Gaza continua a resistere nonostante il genocidio in corso. L’operazione Diluvio di Al Aqsa ha mostrato al mondo intero che Gaza da prigione a cielo aperto è potuta diventare la base dalla quale la Resistenza Palestinese conduce un’offensiva contro l’entità sionista, un’offensiva destinata a rimanere impressa nella storia.
È una Resistenza la cui forza è l’enorme radicamento popolare e l’accumulo di forze che fa tornare attuale lo storico slogan “Ben scavato vecchia talpa”! La battaglia si è estesa anche in Cisgiordania: a Nablus, Tukarem e Jenin, il “triangolo della Resistenza” e si esprime non solo in termini difensivi contro l’entrata dei sionisti, ma sferra significativi attacchi al nemico. Sono centinaia i soldati sionisti eliminati dalla Resistenza e migliaia i feriti, molti dei quali con amputazioni e disabilità a vita.
Questo accade mentre i sionisti subiscono attacchi pure sul fronte libanese ed è incandescente la questione Iran. L’entità sionista è in seria difficoltà sia internamente per la radicalità delle proteste contro Netanyahu, per i suoi fallimenti nella liberazione dei prigionieri in mano alla Resistenza, sia sul fronte esterno, nelle relazioni internazionali, come dimostrano i voti a larga maggioranza all’Onu sia per la cessazione della fornitura di armi all’entità sionista, sia per l’adesione della Palestina, a maggio, sia per la cessazione dell’occupazione dei territori del ‘67, a settembre.
L’appoggio Usa, nonostante il blaterare su possibili accordi di pace, è fondamentale per continuare il genocidio in corso di cui gli Stati Uniti non sono solo complici, ma mandanti e sostenitori con l’invio di finanziamenti, artiglieria, missili, bombe, armi ed esperti e con il pattugliamento del mare grazie ad un dispiegamento della marina militare mai visto fino ad ora. L’aspetto importante da sottolineare, troppo spesso poco o per nulla considerato, è che la contundente capacità della Resistenza Palestinese è sia quella di mettere in scacco la potenza militare dell’occupante (tra le più forti del pianeta) sia di sferrare forti colpi ai criminali piani di guerra dell’imperialismo contrastando così il procedere del conflitto mondiale.
La forza, la determinazione e la continuità della Resistenza Palestinese ha risvegliato in tutto il mondo la coscienza delle masse e la solidarietà nei confronti di questo eroico popolo combattente e, oggi, questo movimento continua a riversarsi nelle piazze dando filo da torcere agli imperialisti ad ogni latitudine. Il movimento per la Palestina va ben oltre la questione palestinese poiché, oltre a mobilitare i palestinesi e gli arabi immigrati, soprattutto giovani di prima e seconda generazione, coinvolge lavoratori, giovani, studenti, donne e proletari degli stessi paesi imperialisti, cioè la nostra classe di riferimento. Centrale è anche il ruolo che tende ad avere la classe lavoratrice in prima persona, con il boicottaggio del trasporto di armi da parte dei portuali di Genova, Salerno, Sidney, Barcellona e del porto del Pireo in Grecia.
Il movimento che si sta esprimendo contribuisce all’isolamento delle classi do minanti nei paesi del blocco atlantico, pedissequamente allineati all’entità sionista, e dunque tende ad assumere contenuti e pratiche che uniscono la solidarietà al popolo palestinese alla contestazione delle politiche antiproletarie e antipopolari dei vari governi, come recentemente manifestatosi con le mobilitazioni studentesche nel nostro paese.
La continuità degli attacchi della Resistenza e del procedere del movimento globale di solidarietà sono una dolorosa spina nel fianco dell’imperialismo, in particolare Usa, e hanno messo in crisi la sua egemonia sia sul fronte interno sia su quello internazionale. Si è evidenziata infatti, a livello globale, una linea di frattura tra le larghe masse e le classi dominanti del cosiddetto occidente collettivo, queste ultime tutte schierate col sionismo. Infine, altro aspetto rilevante è il legame oggettivo tra la Resistenza Palestinese e tutte le lotte di liberazione dei popoli oppressi, non solo quelle del mondo arabo. Si veda ad esempio l’Africa, con la lotta di liberazione dei popoli contro il neocolonialismo europeo e statunitense, che ha portato alla cacciata delle truppe francesi dal Burkina Faso, dal Mali e dal Niger e, da quest’ultimo, anche del contingente yankee.

Il movimento per la Palestina negli Usa

In questo articolo, che fa seguito a quello pubblicato sul n°16 della rivista intitolato La Palestina nelle piazze, cercheremo di analizzare il proseguire di questi movimenti per tentare di fornire alcuni elementi utili a ragionare su un parziale bilancio della partecipazione dei comunisti, al fine di rilanciare la nostra iniziativa, trarre indicazioni e insegnamenti ed elaborare linee particolari e metodo per rilanciare la lotta. Questo movimento apre prospettive di radicamento politico da parte dei comunisti e dunque va analizzato e compreso nelle sue contraddizioni. Parleremo principalmente in questo articolo di alcuni paesi imperialisti occidentali poiché qui siamo collocati e in un paese imperialista si svolge la nostra militanza. Per quanto riguarda gli Usa, un ampio movimento studentesco si è sviluppato nelle università nella primavera scorsa legandosi alle mobilitazioni cittadine e riversandosi nelle metropoli.
Questo movimento, nonostante la pesante repressione, si sta preparando al rilancio con la riapertura dell’università dopo la pausa estiva. Dice, infatti, a fine luglio Ahmad Ibsais, studente di giurisprudenza palestinese: “la maggior parte degli accampamenti è stata sgomberata. Lo spirito e la causa, tuttavia, sono molto vivi (…) L’impatto degli accampamenti studenteschi è andato ben oltre i confini dei campus universitari e non può essere annullato con la soppressione delle proteste (…) A fine maggio, il Palestinian Youth Movement, insieme a numerose altre organizzazioni, ha tenuto una conferenza di tre giorni a Detroit. Migliaia di persone si sono radunate per saperne di più sul ruolo della tecnologia nell’ apartheid e sulla solidarietà con i sindacati (…) Pochi giorni dopo, circa 100.000 persone si sono radunate a Washington DC per denunciare il sostegno incondizionato dell’amministrazione Biden a Israele. E più di recente, migliaia di persone si sono riunite di nuovo a Washington DC per protestare contro la visita negli Stati Uniti di Netanyahu al Congresso degli Stati Uniti che è stato accolto con applausi dai membri del Congresso di entrambi i partiti. (…) Più di 3.000 studenti sono stati arrestati per il loro coinvolgimento nelle proteste universitarie contro il genocidio dei palestinesi. (…) Un’area di particolare rilievo è il boicottaggio. Abbiamo visto le vendite globali delle aziende sulla lista del boicottaggio crollare in modo significativo (…) Le azioni di McDonald’s sono scese di oltre il 7% e quelle di Starbucks del 17%. (…) Se non verrà proclamato un cessate il fuoco entro l’inizio dell’anno scolastico, gli studenti torneranno dalle vacanze esti ve pronti a sconvolgere lo status quo (…) Se viene dichiarato un cessate il fuoco, il movimento di protesta studentesco continuerà comunque (…) La Palestina sarebbe comunque occupata (…) è diventato abbondantemente chiaro che Israele non sta conducendo una guerra per liberare i suoi prigionieri e “difendersi”. Invece, sta per seguendo la distruzione totale di Gaza per liberarla dalla sua popolazione indigena.
Nel movimento è diffusa la convinzione che dobbiamo andare avanti fino alla liberazione, indipendentemente dalla forza usata contro di noi. Non saremo arrestati per sottometterci. Con ogni arresto, ogni sospensione e ogni tentativo di metterci a tacere, le autorità locali e le istituzioni educative hanno solo ampliato il sostegno alla causa palestinese” [1].
Per quanto riguarda le elezioni presidenziali, la sostituzione di Biden con Kamala Harris, con buona pace dei “sinistrati” borghesi che la sostengono, fa passare dalla padella alla brace. Il movimento pro Palestina negli Usa ne è ben cosciente, in fatti il 19 agosto migliaia di manifestanti, in occasione dell’apertura della Convenzione nazionale democratica, la hanno contestata, denunciandola come punta di diamante del sionismo “made in Usa” e definendola “Killer Kamala”. Nell’occasione ci sono stati tafferugli e arresti: i manifestanti chiedevano la fine dell’occupazione e il taglio dei finanziamenti militari allo stato sionista. Le mobilitazioni di massa hanno svelato la oramai conclamata ipocrisia dei portavoce della borghesia imperialista. Altro campo importante di mobilitazione sono state le iniziative del movimento per il boicottaggio negli Usa che, come in altre parti del mondo, hanno ottenuto numerose vittorie, ultima ed importante a Boston nel mese di agosto la rescissione del contratto di affitto della sede di Elbyt Systems, azienda israeliana per lo sviluppo delle tecnologie in campo militare.
Le mobilitazioni svoltesi negli Usa ci lasciano numerosi insegnamenti: il primo è che le masse sono in movimento, anche nel paese capofila del processo di guerra imperialista globale, e che dunque bisogna avere fiducia in esse. Ciò è molto utile per contrastare l’idea diffusa tra molti, in particolar modo in Italia, che le masse sono supine ai dettami del potere, un’idea che veicola pessimismo e sconforto e alimenta l’opportunismo [2].
Ci insegnano anche che la forza e l’unità della Resistenza Palestinese ha spostato su posizioni di sinistra [3], antisioniste, il movimento di sostegno alla causa palestinese, tanto da agitare non solo i propagandisti dell’hasbara [4] sionista, ma anche le forze di destra interne al campo palestinese, inclini ad accettare la convivenza con l’occupante o addirittura collaborazioniste, come la cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese (Anp) di Abu Mazen. L’Anp nacque con gli Accordi di Oslo e dunque è espressione della borghesia burocratica palestinese, che tende ad essere integrata con l’imperialismo internazionale [5] .
A volte, gli argomenti dell’hasbara e delle forze palestinesi colluse con l’occupazione tendono a coincidere. Ne sono un esempio le posizioni espresse dalla direzione del movimento Boicotta Disinvesti Sanziona, più conosciuto con l’acronimo Bds, che non a caso ha sede a Ramallah, dove vi sono le istituzioni dell’Anp. A maggio, il Bds è uscito con un comunicato sul suo sito [6] nel quale agitava lo spettro dell’antisemitismo e dei provocatori all’interno del movimento studentesco negli Usa e in Europa, con l’implicito intento di attaccare le posizioni chiaramente antisioniste e a favore della lotta armata, diffuse fra gli studenti. In risposta, il Fronte popolare per la liberazione della Palestina così si espresse allora: “Abbiamo seguito la posizione presentata nella dichiarazione del “Comitato Nazionale Bds” (Bnc) per quanto riguarda la posizione richiesta sulla resistenza armata dai movimenti di solidarietà con il nostro popolo. Noi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina respingiamo la richiesta fatta nella dichiarazione (…) Il Fronte ritiene che esprimere chiaramente il sostegno ai diritti del nostro popolo a Gaza non contraddica l’appello a porre fine al genocidio e sostenere la resistenza in tutte le sue forme, compresa la lotta armata rivoluzionaria” [7].
Un’altra riflessione su questo movimento è che il limite principale che emerge è stata la mancanza di parole d’ordine generali contro la guerra imperialista, della quale gli Usa sono i principali promotori, e principalmente contro la guerra in Ucraina. L’aspetto positivo sul quale fare leva è l’antimilitarismo e le mobilitazioni contro l’industria bellica manifestatesi nel movimento. La produzione bellica non serve, infatti, solo per il Medio Oriente, ma pure per il nazista Zelensky e per ogni fronte di guerra. Positiva inoltre la risposta contro la repressione, con la determinazione e solidarietà agli studenti colpiti, che ha messo a nudo le menzogne sulla democrazia statunitense che mentre si erge a paladina dei diritti umani nel mondo arresta 3 mila studenti solo per far cessare le proteste contro una guerra genocida in atto.
Va segnalato, inoltre, a livello di lavoratori, il Movimento No Tech for Aphartheid che rivendica, nel cuore dell’ipertecnologica Silicon Valley in California, l’interruzione da parte di Google di Project Nimbus cioè la collaborazione con il governo e l’esercito israeliano per servizi di cloud e machine learning. Contro le proteste organizzate dai dipendenti di Google, vi sono stati arresti e licenziamenti da parte della multinazionale.
Anche nella cosiddetta Gran Bretagna, regime geneticamente guerrafondaio e sionista, si sono svolte oceaniche manifestazioni, nonché significative iniziative della classe operaia. Come ad esempio, il 4 agosto 2024 quando centinaia di lavoratori e sindacalisti hanno bloccato l’accesso al Foreign Development and Commonwealt Office nel centro di Londra, contro le esportazioni di armi a “Israele” e contemporaneamente, in Scozia, centinaia di manifestanti hanno bloccato la fabbrica di armi Leonardo a Edimburgo. Tanto che il nuovo governo laburista, insediatosi quest’estate dopo la storica sconfitta dei conservatori, sta tentando di calmare il malcontento e le piazze, con provvedimenti di facciata come la sospensione di trenta – tra le 350!! – licenze di esportazioni di armi al regime sionista.
Inoltre, in Gran Bretagna, la mobilitazione reazionaria si è fatta sentire con violente manifestazioni dell’estrema destra contro gli immigrati a seguito della uccisione di tre bambine a Southport ad inizio agosto. In questo contesto, si sono registrati diversi scontri fisici tra militanti pro-Palestina e fascisti islamofobi, legati agli apparati del regime sionista [8]. Ancor più pesantemente che negli Usa la repressione si è fatta sentire, caso eclatante gli arresti dell’attivista per i diritti umani Sarah Wilkinson, Richard Barnard, fondatore di Palestine Actione e del giornalista siriano-britannico Richard Medhurst, accusato di sostenere Hamas ed Hezbollah.

La mobilitazione in Italia

Le mobilitazioni a sostegno alla Resistenza Palestinese in Italia, pur non riuscendo a trasformarsi in un grande movimento di massa, hanno espresso momenti significativi. Non ci sono state manifestazioni di centinaia di migliaia di persone come a Londra o negli Usa, ma si è sviluppata una miriade di iniziative che hanno visto protagonisti vari settori di classe: giovani, studenti, donne e lavoratori.
Sicuramente le manifestazioni del sabato, promosse ininterrottamente da ottobre 2023 fino ad oggi in particolare a Milano, dai Giovani Palestinesi d’Italia (Gpi) unitariamente a Unione Democratica Arabo Palestinese e all’Associazione dei Palestinesi in Italia (Api) sono state il volano per lo sviluppo e la continuità di tutte le altre mobilitazioni. Protagonisti i Gpi che hanno anche rappresentato la linea di sinistra, coerentemente antisionista, di fronte alle contraddizioni, emerse più volte, con l’Api, fortemente influenzata dall’Anp. Queste contraddizioni sono il riflesso del posizionamento di classe delle varie organizzazioni. Va sfatato il sentire comune nel movimento che basta essere palestinese per ricevere solidarietà senza ragionare sulle diverse linee politiche e dimenticando che anche in Palestina ci sono le classi. Questa riflessione va fatta in positivo a partire dalla giusta linea politica dell’unità nella battaglia antisionista delle varie organizzazioni aderenti al fronte della Resistenza Palestinese [9]. Il 7 ottobre e l’unità della Resistenza hanno segnato, anche per quel che riguarda i Gpi – attivi in Italia da ben prima – un enorme spostamento a sinistra, rafforzando sia la comprensione della necessità dell’unità della Resistenza in Palestina che quella del rapporto tra antisionismo e lotta all’attuale regime borghese in Italia, lo Stato di guerra oggi incarnato dal governo Meloni e dalle sue politiche repressive.
Alla manifestazioni di massa è seguito il movimento studentesco delle Acampade, che ha coinvolto più persone, ha avuto continuità e ha visto molti momenti di determinazione. Senza fare una carrellata di tutte le situazioni, ci soffermeremo solo su alcune situazioni riportando di seguito quello che compagni comunisti, interni alla lotta a Milano e a Catania, hanno scritto in relazione al loro intervento politico.

Milano: la linea di massa nel movimento per la Palestina

“Nei mesi successivi al 7 ottobre alcune città hanno mostrato un grande slancio da parte del tessuto universitario con occupazioni o cortei selvaggi dentro le facoltà, ma si è trattato di casi singoli che non hanno avuto la capacità o la forza di avviare un movimento nazionale né sono state in grado di mantenere la mobilitazione alta a livello locale. Una svolta é arrivata con le Acampade promosse dai Giovani Palestinesi. Questa campagna è stata un ottimo punto di partenza e un segnale in controtendenza rispetto all’immobilismo universitario degli ultimi anni, anche se, pur avendo mobilitato moltissime città in contemporanea, non è riuscita a promuovere un ampio movimento di massa nazionale.
Le Acampade non si sono limitate alla mera solidarietà, ma hanno assunto una postura di lotta con l’obiettivo principale del boicottaggio accademico. L’enorme quantità di accordi universitari con l’entità sionista ha permesso in molti casi di allargare lo sguardo agli accordi tra università e aziende belliche in generale, soprattutto con monopoli italiani come Leonardo. Questa è stata una concreta applicazione della linea “fermare la guerra dove viene prodotta” e in diverse città ha facilitato un dibattito sulla linea di mettere la guerra al centro, concependo cioè la Palestina come uno dei fronti della terza guerra mondiale strisciante.
Un limite da superare è che le Acampade, pur partecipate da un buon numero di studenti, si sono rette in gran parte su collettivi e strutture organizzate, non riuscendo (tranne alcuni singoli casi) a sviluppare una gestione realmente di massa dove gli studenti potessero esprimere a pieno il loro protagonismo e spezzare la dinamica organizzatori-partecipanti. Anni di pacificazione dell’università hanno disabituato le masse studentesche alla mobilitazione in prima persona e questo ha favorito inevitabili tentativi dirigisti di strutture riformiste. Il recupero di un protagonismo e una cultura “militante” da parte delle masse studentesche è fondamentale, non solo per dare maggiore forza alle mobilitazioni, ma anche per la crescita di nuove avanguardie comuniste.
Avanguardia, infatti, non è comando, ma capacità di orientare le masse già in movimento. Il metodo di direzione dei comunisti è la linea di massa [10] che, oltre alla dinamica sinistra-centro-destra, impone ai comunisti di imparare dalle masse che si mobilitano, concependo le lotte economiche come una palestra di formazione. Maggiore la creatività e l’energia delle masse, maggiore sarà la crescita dei quadri comunisti che si muovono al loro interno. Applicando la linea politica e la linea di massa abbiamo perseguito con successo l’obiettivo di rafforzare e allargare l’organismo di massa, che raccoglie diverse facoltà, del quale faccio parte. Concludo dicendo che ancora una volta dobbiamo ringraziare la Palestina che ha risvegliato il movimento studentesco, nella speranza che le Acampade siano state solo l’inizio”.

Catania: la guerra al centro e il ruolo di Leonardo

“Per quanto riguarda la mobilitazione universitaria su Catania dal 15 Maggio è iniziata l’Acampada al dipartimento di scienze umanistiche. La partecipazione degli studenti è stata all’inizio abbastanza importante (circa 200 persone alla prima assemblea) e, a parte i gruppi organizzati c’era un buon numero di studenti che si sono uniti alla causa. Le rivendicazioni erano quelle indicate dai Giovani Palestinesi: annullamento dei rapporti tra UniCT e università israeliane; presa di posizione pubblica dell’Ateneo di condanna del Genocidio e dell’occupazione; interruzione rapporti con Leonardo. L’interlocuzione con il Rettore, è stata in fruttuosa perché tanto il Rettore quanto alcuni pezzi del Senato Accademico hanno assunto la posizione di equidistanza e di condanna della violenza della Crui (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane).
I principali momenti di piazza sono stati tre: occupazione del Rettorato dopo un primo incontro infruttuoso con il Rettore; presidio davanti al Rettorato durante la prima seduta del Senato Accademico; mobilitazione di piazza il 22 giugno.
Il sostegno alla causa palestinese ha coinvolto un buon numero di studenti, rispetto alla stasi degli ultimi anni e, degno di nota, non ci sono state posizioni ambigue circa la legittimità della Resistenza, in tutte le sue forme. La nostra linea, cioè quella di vedere la Resistenza Palestinese come punta avanzata della lotta contro la guerra imperialista e di praticarla nel nostro Paese come lotta al Governo e alle sue politiche guerrafondaie, trasformando il sostegno alla Palestina in lotta contro la guerra non è stata maggioritaria e dunque l’Acampada si è legata, a livello di massa, alla mobilitazione contro il Muos (sistema di controllo satellitare della marina militare statunitense presente in Sicilia). L’aspetto positivo sul quale fare leva
nel rilancio dell’iniziativa è sicuramente la richiesta di messa al bando dei rapporti tra Università e Leonardo da parte dei Gpi. Nei mesi precedenti alcuni collettivi universitari avevano organizzato una campagna di controinformazione e una campagna di raccolta firme per la cessazione dei rapporti
con Leonardo. La risposta degli studenti (di tutto l’Ateneo) è stata abbastanza positiva: nonostante molta ignoranza sul tema, infatti, c’è stato assenso sulla problematicità dei rapporti. La campagna era molto legata all’attuale situazione in Palestina, elemento questo che ha favorito il consenso degli studenti. Su questo tema il Rettorato si è chiuso a riccio e, se non ci fosse stata insistenza da parte studentesca sarebbe scomparso tra le altre rivendicazioni”.

I diversi volti del movimento

Oltre che nell’università sono state importanti anche le mobilitazioni degli studenti medi perché la scuola sta diventando centrale per la diffusione della dottrina di guerra. Si moltiplicano, infatti, i progetti tenuti da militari e quotidianamente uomini in divisa entrano nelle scuole per progetti ufficialmente formativi o pedagogici, ma anche con momenti nei quali promuovere la carriera militare. La militarizzazione dei rapporti scolastici avanza e oltre all’intervento diretto delle forze di polizia, sono chiamati a collaborare anche dirigenti e tutto il personale. Contemporaneamente gli spazi per un confronto autonomo tra studenti stanno scomparendo: le assemblee e i ritrovi sono ridotti all’osso con la prosecuzione delle limitazioni del periodo “pandemico”. Le occupazioni vengono criminalizzate, chi vi partecipa deve farlo a certe condizioni, eventuali danneggiamenti devono essere puniti con sospensioni o bocciature (come successo al Severi Correnti di Milano) e si è sempre sotto la minaccia del voto di condotta. Nonostante il clima fin qui delineato va rilevato che la situazione giovanile è tutt’altro che pacificata. E sono per lo più giovani e giovanissime i protagonisti e le protagoniste che animano i cortei per la Palestina che ogni settimana riempiono le piazze e le strade. Le manganellate inferte dai poliziotti a Pisa, il 23 febbraio scorso, contro un corteo di studenti medi sono la riprova di quanto lo Stato di guerra tema il protagonismo giovanile e sia pronto a reprimerlo anche nella maniera più violenta.
Tra i lavoratori, i portuali si confermano come punta avanzata della mobilitazione pro Palestina che con chiarezza uniscono alla lotta contro la guerra. Significativa la giornata del 25 giugno, promossa dall’Assemblea genovese contro la logistica di guerra, comprendente il Coordinamento Autonomo Lavoratori Portuali e i sindacati di base: “Giornata da incubo, dal punto di vista del traffico per il blocco dei varchi portuali nell’ambito della manifestazione contro la guerra e in solidarietà al popolo palestinese (…) i manifestanti hanno bloccato due varchi del porto e sfilato in corteo sul lungomare paralizzando i collegamenti cittadini tra il ponente e il centro” così hanno scritto i giornali locali [11].
Altra significativa mobilitazione che ha saputo mettere al centro del sostegno alla Palestina la lotta alla guerra e alla Nato è la lotta contro il Muos in Sicilia dove, con rinnovata determinazione anche quest’estate si è svolto il campeggio di lotta. Durante le tre giornate di campeggio ci sono stati momenti assembleari sulla questione palestinese e si è deciso di accogliere l’invito della Resistenza Palestinese alla mobilitazione internazionale del 3 agosto. Il corteo ha deciso di dimostrare la propria combattività danneggiando diversi metri della rete della base militare e piantando le bandiere No Muos e della Palestina all’interno della base stessa. La risposta delle forze dell’ordine presenti in maniera massiccia è stata violenta: sono stati lanciati lacrimogeni di gas tossico Cs, in violazione delle normative di legge, continuando ad attaccare da dietro il corteo anche quando quest’ultimo ripiegava in presidio dopo la sortita alla base. La lotta No Muos continua ad essere una contraddizione per lo Stato di guerra in Sicilia.
Anche il movimento delle donne ha dovuto esprimersi giocoforza sulla Resistenza Palestinese. Esso è un movimento composito e fortemente influenzato dall’ideologia liberal-borghese, ma la forza e la continuità della Resistenza Palestinese, anche in questo caso, ha spostato più a sinistra la visione della questione. Va registrata positivamente la critica al femminismo occidentale, denunciato come funzionale alla colonizzazione, attraverso la mistificazione della liberazione della donna nel mondo arabo, secondo il modello delle cosiddette democrazie dell’imperialismo statunitense ed europeo, che in Medio Oriente trova incarnazione nel regime sionista. Ed è su questo aspetto positivo che bisogna agire per ostacolare la concezione sbagliata che spadroneggia, soprattutto negli ambiti universitari, della “decolonizzazione” attraverso lo slogan “decolonize your eyes”. È una visione figlia dell’intersezionalismo che mette sullo stesso piano le contraddizioni di classe, di genere e di razza e non tiene conto che qui, nei paesi imperialisti, non dobbiamo decolonizzarci, ma sostenere le lotte e le guerre anticoloniali e antimperialiste. Il problema non è quello di trasformarci individualmente o di cambiare il linguaggio, ma di lottare contro l’imperialismo del nostro paese. Non dobbiamo fare una battaglia culturale per “capire i palestinesi oppressi dal colonialismo”, ma condurre la lotta all’imperialismo secondo gli interessi della nostra classe, il proletariato, prendendo esempio dal popolo palestinese.
Resta importante rilevare comunque come la Resistenza Palestinese renda più facile mettere il dito sulla piaga delle deviazioni frutto dell’influenza del femminismo borghese dentro la mobilitazione più generale sulla questione femminile. Possiamo dire che, in generale, è una cartina di tornasole che svela le posizioni riformiste e opportuniste.

Come procedere?

La mobilitazione per la Palestina è di gran lunga superiore alla quasi inesistente mobilitazione reazionaria a favore della guerra e dell’entità sionista. Il fronte interno non è pacificato e le parole d’ordine che risuonano nelle piazze dal 7 ottobre ad oggi sono cambiate; con il passare del tempo è stata resa minoritaria la posizione dei “né né” grazie ai giovani arabi che hanno preso la testa del movimento. La mobilitazione reazionaria, pur insignificante, ha evidenziato come forze che si spacciano “di sinistra” o addirittura marxiste, in realtà, siano reazionarie: è il caso di Lotta Comunista e delle aggressioni avvenute in alcuni atenei durante le Acampade.
Come comunisti mettiamo al centro del sostegno alla causa palestinese il legame tra la solidarietà alla lotta di liberazione palestinese e la lotta di classe e rivoluzionaria sul fronte interno, legandola alla battaglia contro il nostro imperialismo e dunque alla guerra della Nato. La lotta in solidarietà alla Resistenza Palestinese è principalmente in funzione della lotta, qui, contro la guerra imperialista. La nostra linea è quel la secondo cui l’internazionalismo parte dall’appoggio alla Resistenza Palestinese, ma si deve sviluppare in lotta di classe sul fronte interno, in particolare nella costruzione di dibattito, organizzazione e pratica comunista. La linea degli opportunisti è quella per cui l’appoggio politico alla Resistenza Palestinese è l’aspetto principale, a cui subordinare lo sviluppo politico nel nostro paese. È una linea che non dà impulso alla lotta di classe sul fronte interno e porta inevitabilmente al compromesso con la sinistra borghese collusa con il sistema in generale, contribuendo anche all’indebolimento del movimento stesso. Caratteristica principale degli opportunisti è di non legare il sostegno alla Palestina alla lotta contro la guerra. Allo stesso modo opportunisti e riformisti non legano le lotte particolari economiche alla lotta contro le politiche di guerra del governo. Altro aspetto da affrontare è quello di legare la lotta al sionismo alla lotta contro la fascistizzazione della società e la repressione, poiché il sionismo è un modello che le nostre borghesie dominanti applicano. La lotta contro il sionismo è lotta contro i modelli repressivi interni e i palestinesi sono maestri nello sfatare il mito del “controllo assoluto e totalitario” da parte delle classi dominanti. Questo anche perché il movimento sta facendo, e dovrà fare sempre di più, i conti con la repressione di piazza e con la criminalizzazione. Esemplari gli arresti dell’Aquila a marzo e quelli di Napoli, dove sono otto gli indagati per i presidi di febbraio davanti alla Rai, nel febbraio scorso, e per i quali nel mese di luglio sono state emesse quattro misure cautelari. La classe dominante vuole chiudere gli spazi di agibilità che si sono aperti, come dimostra anche il divieto per la manifestazione nell’anniversario del 7 ottobre a Roma. La maggioranza governativa
sta lavorando per approvare il Ddl 1660, un nuovo e più pesante “pacchetto sicurezza”, con l’entrata in vigore del quale il salto autoritario dello Stato di guerra promette di essere ancora più acclarato [12].
La crisi dell’egemonia imperialista è il dato dal quale partire nell’ottica di approfondire la crepa: la guerra e le sue ricadute dirette o indirette sulla vita delle masse popolari sono l’elemento concreto sul quale fare leva per minare la legittimità di questo sistema. È il fronte interno della guerra, il fronte che ci deve trovare protagonisti. Questi segnali di masse in movimento e di difficoltà a pacificare il fronte interno da soli non bastano e ci mostrano quanto ritardo, come comunisti, abbiamo da colmare. In questa fase dobbiamo partire dall’insegnamento
che ci arriva dalla Palestina, quello di accumulare forze nella resistenza per costruire le condizioni della vittoria. Ogni movimento rivoluzionario nasce e si sviluppa inizialmente su un piano difensivo. Oggi, questo piano è quello dell’opposizione alla guerra, resistere alle sue ricadute interne e difendere le condizioni di vita delle masse popolari. È all’interno di questo piano che dobbiamo radicarci tra le masse, imparare a distinguerci per unirci e ad usare il metodo della linea di massa, cioè partire sempre dagli aspetti positivi che emergono nelle situazioni dove interveniamo. Dobbiamo accumulare forze da formare, organizzare e mobilitare contro la classe dominante, trasformando le crepe in una breccia che metta in discussione tutto il sistema. Dobbiamo considerare il movimento di solidarietà alla Palestina base di massa per sviluppare il movimento contro la guerra imperialista, senza disdegnare il movimento per la pace la cui base è onestamente antimilitarista, promuovendo al suo interno il disfattismo contro l’imperialismo nostrano.

Ripaghiamo con entusiasmo rivoluzionario il sacrifico del popolo palestinese nel rilanciare la partecipazione
alle mobilitazioni!

Promuoviamo, ad un anno dal 7 ottobre, una campagna di propaganda e agitazione a sostegno della Resistenza Palestinese, punta avanzata della lotta contro
la guerra imperialista!

Organizziamo la nostra classe perché sostenere realmente la Resistenza Palestinese significa lottare contro il governo dei padroni, che immiserisce e reprime la
classe lavoratrice e le masse popolari per finanziare la guerra!

Organizzarsi per resistere!
Resistere per vincere!


NOTE:

[1] A. Ibsais, Il movimento studentesco filo-palestinese è vivo e vegeto, invictapalestina.org, 27.7.24

[2] Vedi Glossario p. 84

[3] Non nel senso ideale, astratto, o ideologico e politico, ma di posizionamento e forza reale che muove le contraddizioni positivamente.

[4] In ebraico significa “spiegazione”, sarebbe la propaganda sionista, organizzata dal regime e dai suoi apparati, per difendere l’occupazione della Palestina, negandone la natura razzista, coloniale e i suoi crimini, definendo categorie propagandistiche riprese in tutto il blocco occidentale. Ne è un esempio la formula “unica democrazia nel Medio Oriente” per definire il regime di occupazione e l’etichetta di antisemita per il movimento pro Palestina

[5] Vedi Antitesi n° 16, La sinistra palestinese, pp. 55 ss.

[6] Supporting the student-led solidarity mobilitizations in their demands for boycott and divestment and aganist repression, bdsmovement.net, 14.5.24

[7] Dichiarazione diffusa in lingua inglese dal canale Telegram PalestineResist, poi fatto saltare dalla censura sionista.

[8] Vedi Anti-Muslim Crimes – Israel’s Hand in Instigating the Racist Uk Riots, palestinechronicle.com, 8.8.24

[9] Ricordiamo che, oltre ad Hamas e Jihad islamico, espressioni politiche della borghesia nazionale e della piccola borghesia palestinese fermamente contrapposte all’occupazione, la Resistenza Palestinese comprende formazioni marxiste che rappresentano la classe lavoratrice, come il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, il Fronte Democratico di Liberazione della Palestina e il Fronte Popolare – Comando Generale.

[10] Vedi La linea di massa. Il metodo di direzione dei comunisti in Antitesi n°12, pp. 70 ss.

[11] Genova, giornata da incubo: traffico paralizzato a Ponente e in autostrada per il blocco ai varchi portuali dei manifestanti pro Palestina, telenord.it, 25.6.24

[12] Vedi Il D.l sicurezza. è un nuovo passo verso lo Stato di guerra, antitesirivista.org, 24.9.24