Crisi e centralizzazione di capitale
Struttura e sovrastruttura nel “capitalismo di guerra”
“Sfruttamento e crisi” da Antitesi n.17 – pag.17
“Non sono i tempi che abbiamo vissuto fino a poco tempo fa, non sono più i tempi delle operazioni di supporto alla pace. Basta aprire un giornale, ascoltare un telegiornale, che si sente parlare di guerra. È una parola che non vorremmo mai pronunciare, ma di questo si tratta, e con questo dobbiamo fare i conti. (…) Dobbiamo impegnarci a farci trovare pronti (…) È difficile ed è complesso, non solo perché sullo scenario geostrategico vecchie e nuove potenze operano per disegnare delle sfere di influenze. Ma perché lo fanno sfruttando un’ondata tecnologica incessante, che ha determinato e sta determinando una vera rivoluzione militare”. [1]
Queste parole del generale dell’esercito italiano Carmine Masiello, qualificato esponente della burocrazia militare, posta a difesa degli interessi della frazione dominante della borghesia imperialista italiana, rendono bene la drammaticità dei tempi che stiamo attraversando, mostrando il legame della nuova stagione di guerra con la nuova spartizione del mondo che si impone in questo tornante della fase imperialista del capitalismo. Ma soprattutto registrano anche il rapporto tra la guerra e la struttura economica imperialista che oggi, per fronteggiare la crisi di valorizzazione, percorre la via del salto tecnologico. Salto che, come insegna la teoria marxista, persegue l’aumento della composizione organica del capitale investito per incrementare la produttività (plusvalore relativo) e per rilanciare la competitività nell’ambito di uno scontro tra i monopoli, reso sempre più acuto dalla crisi di valorizzazione che attanaglia il sistema.
La visione del generale è unilaterale e accenna solo alle ricadute in campo militare del processo. Noi, invece, prendendo spunti da un interessante lavoro del saggista Emiliano Brancaccio ed altri autori, [2] con la riflessione che segue, proviamo ad indagare le radici strutturali della guerra: la connessione tra crisi di sovraccumulazione, centralizzazione dei capitali (cresciuta enormemente nella fase della globalizzazione) e sbocco nella guerra interimperialista. Proveremo ad analizzare come la crisi-centralizzazione di capitali sbocca nella guerra e come la guerra accelera la crisi-centralizzazione, in un circolo vizioso che oggi apre le porte di un terzo conflitto mondiale.
In questa spirale, i cui effetti drammatici sono oggi, via via, sempre più concreti ed evidenti in termini di escalation bellicista, si ristrutturano sia la struttura (economica) che la sovrastruttura (ideologica, politica istituzionale, militare), come anche il loro rapporto reciproco, in particolare saldandosi ad un livello più elevato il rapporto tra oligarchie finanziarie e burocrazie statali imperialiste. Un rapporto che si ridefinisce e si organizza in funzione della tutela e del la valorizzazione degli asset finanziari e del rilancio, a debito, degli investimenti produttivi (pubblici e privati) che, passando dalla green economy e dai recovery found pandemici, approdano al keynesimo militare.
La radice strutturale della guerra
Siamo entrati in un’epoca in cui la tendenza alla guerra interimperialista da aspetto di fondo, che caratterizza la fase imperialista del capitalismo, ancora una volta (dopo le prime due guerre mondiali) cessa di essere tendenza per precipitare nella realtà sempre più concreta della guerra guerreggiata.
Un’epoca in cui si sviluppa un modello produttivo che possiamo definire “capitalismo di guerra”. Per non farsi abbagliare dalla geopolitica concezione borghese che ha in definitiva l’obiettivo di giustificare la guerra – per contrastare la propaganda di tutte le fazioni imperialiste che vorrebbero dipingere la guerra come voluta da dittatori pazzi (Putin) o da criminali imperialisti dementi (Biden, come anche Trump, o Netanyahu), e per rafforzare la denuncia che è il capitalismo che porta alla guerra, dobbiamo andare all’essenza e sviluppare una riflessione tesa ad indagarne le cause strutturali, cioè scoprire la sua connessione con la putrefazione del capitalismo della fase imperialista.
A questo scopo cercheremo di scavare sotto la fenomenologia delle contraddizioni interimperialiste, per indagarne la radice economica a partire dalla centralizzazione del capitale e dal suo rapporto con la crisi di valorizzazione, che attanaglia le formazioni avanzate. Centralizzazione che, con la prevalenza dei monopoli, è un tratto fondamentale della fase imperialista.
“Non si tratta più di semplice concentrazione, identica con l’accumulazione, dei mezzi di produzione e del comando sul lavoro: si tratta della concentrazione di capitali già formati, della soppressione della loro autonomia individuale, dell’espropriazione di capitalisti ad opera di capitalisti, della trasformazione di più capitali minori in meno capitali maggiori. Tale processo si distingue dal primo per il fatto che presuppone unicamente una mutata ripartizione dei capitali già esistenti e funzionanti; che il suo campo d’azione non è dunque limitato dall’aumento assoluto della ricchezza sociale, ovvero dai limiti assoluti dell’accumulazione. Qui il capitale si gonfia in grandi masse in una mano, perché là va perduto in molte mani. È questa, in senso proprio, la centralizzazione, in quanto distinta dall’accumulazione e concentrazione”. [3]
Marx distingue chiaramente tra concentrazione di capitale come risultato dell’accumulazione, dovuta al plusvalore estorto e capitalizzato, e centralizzazione di capitale come risultato dell’accorpamento di capitali già esistenti. Questa seconda è una centralizzazione che avviene in diverse forme: uscita dal mercato dei capitali deboli, acquisizioni e fusioni aziendali, controllo di proprietà formalmente frammentate come nel caso delle società per azioni.
Oltre alla concorrenza, l’altra leva fondamentale della centralizzazione di capitali è il sistema del credito bancario. Il credito mette a disposizione della classe dei capitalisti enormi quantità di capitale parcellizzato, e il sistema delle società per azioni permette all’oligarchia finanziaria di organizzare il capitale sulla sua base privata senza assumerne direttamente la proprietà. Come chiarisce Marx, lo sviluppo del credito accelera la centralizzazione dei capitali, favorisce lo sganciamento tra proprietà e controllo dei capitali e porta con sé maggiore instabilità e possibilità di sovrapproduzione. Questi fattori di centralizzazione hanno portato al costituirsi dei monopoli e, come chiarito da Lenin, [4] all’entrata del capitalismo nella sua fase imperialista. La concorrenza tra i singoli capitalisti si è trasformata in concorrenza tra monopoli (pubblici, privati e misti). Questo passaggio, storicamente maturato con lo sviluppo del colonialismo, ha dato corpo alla proiezione imperialista monopolista e innescato la lunga e reiterata lotta, tra i gruppi imperialisti rivali, per la spartizione del mondo, a danno dei popoli oppressi.
Nella nostra epoca la tendenza di fondo della centralizzazione di capitali ha incontrato la crisi di sovraccumulazione di capitali che attanaglia da tempo (dagli anni ‘70) le vecchie formazioni imperialiste.
La relazione tra crisi e centralizzazione di capitali è caratterizzata da una dinamica di avvitamento: le conseguenze della crisi (insolvenze, fallimenti, acquisizioni) fanno crescere rapidamente la centralizzazione, e la centralizzazione, favorendo l’innovazione tecnologica e l’efficienza organizzativa e di sfruttamento, ove non si siano determinati nuovi spazi di valorizzazione, può aggravare le condizioni generali della crisi di sovraccumulazione di capitali.
La crisi, che ha accelerato i salti tecnologici alla ricerca di maggiori profitti (plusvalore relativo), ha anche spinto grandemente all’esportazione di capitali in cerca di migliori condizioni di valorizzazione (sfruttamento di forza lavoro a basso costo e spoliazione di risorse) e ha esasperato la finanziarizzazione della struttura economica capitalistica, con lo sviluppo abnorme della sfera finanziaria. Uno sviluppo monopolistico-finanziario che ha finito per mettere l’intero capitale (industriale, commerciale e bancario) sotto la direzione dell’alta finanza, cioè della frazione dominante della borghesia imperialista che è giusto definire oligarchia finanziaria.
La finanziarizzazione, che possiamo considerare una sorta di esportazione virtuale di capitali (dalla sfera produttiva alla sfera finanziaria), è interessata anch’essa dalla centralizzazione. Quest’ultima, infatti, caratterizza anche i mercati finanziari con la costituzione di colossi monopolistici finanziari dediti, oltre che al finanziamento a interesse degli investimenti produttivi, alla speculazione e all’appropriazione per spoliazione: tutte forme di accumulazione capitalistica che comunque gravano su una massa complessiva di plusvalore data dal processo produttivo come processo di valorizzazione e sempre più limitata dalle condizioni asfittiche che hanno già portato alla crisi di sovraccumulazione di capitali.
Come nella sfera produttiva anche in quella finanziaria l’elemento strutturale della crisi di sovraccumulazione di capitali accelera il processo di centralizzazione, esasperando la concorrenza monopolista e la fagocitazione dei capitali deboli da parte di quelli più forti. In particolare favorisce il rigonfiamento delle bolle finanziarie fino a farle scoppiare (come è avvenuto nel 2007-2008 con la crisi dei sub-prime) e l’esasperazione della competizione e dello scontro tra i capitali monopolistici finanziari che sempre più velocemente fluttuano a livello globale in cerca di valorizzazione.
Carattere fondamentale della concorrenza monopolistica è quello di praticare prezzi alti all’interno della formazione economica (di cui si ha il controllo del mercato) e prezzi bassi all’esterno, sul mercato mondiale (in cui si combatte la guerra per il controllo di nuovi mercati). Questo dato fondamentale fa crescere l’importanza “economica” del potere statale come strumento competitivo: è tramite il potere statale che i monopoli possono ottenere sanzioni, tariffe, dazi e sussidi che determinino condizioni a loro favorevoli nell’ambito dello scontro con i monopoli concorrenti. Inoltre, la spinta all’esportazione di capitali (determinata dalla crisi di sovraccumulazione) rende necessaria la creazione di un spazio economico in cui questi capitali possono valorizzarsi, e dove questo spazio non c’è bisogna conquistarlo e controllarlo con la forza militare.
È un processo che ha conseguenze anche nella sovrastruttura (istituzionale, politica, militare) a cui è assegnato il compito di garante di ultima istanza delle condizioni generali della valorizzazione e del disciplinamento della struttura a questo fine. Alla centralizzazione di capitali corrisponde la centralizzazione del potere politico, verso una più elevata integrazione tra la struttura economica monopolista e la sovrastruttura (ideologica, politica, istituzionale e militare). Un’integrazione diretta dall’oligarchia finanziaria e necessaria per prendere decisioni (politiche, giuridiche e strategiche) che ne tutelino gli interessi. Questo avviene riformando le vecchie istituzioni del capitalismo “liberale” nel senso dell’autoritarismo imperialista, verso un sistema che abbiamo già definito di “democrazia governante”. [5]
Ne risulta un cambiamento della sovrastruttura caratterizzato da una centralizzazione del potere politico, sempre più stretto nelle mani dell’oligarchia finanziaria, che investe e destabilizza gli assetti istituzionali di tipo liberal-democratico. [6]
La campana a morto del vecchio ordine liberale suona da tempo nelle cosiddette democrazie occidentali, come nelle cosiddette autarchie orientali, e i suoi ritocchi accompagnano la definitiva sostituzione del welfare state col warfare state.
Conseguenze della crisi e della centralizzazione
La definitiva affermazione della moneta creditizia fiduciaria (con lo sganciamento del dollaro dall’oro deciso da Nixon nel 1971), lo sviluppo del credito con la crescita abnorme della sfera finanziaria in conseguenza della crisi degli anni ‘70, la deregolamentazione dei mercati finanziari della fase della globalizzazione con la crescita della leva finanziaria e dell’economia del debito, hanno creato le basi per un’accelerazione del movimento di centralizzazione dei capitali.
Il risultato attuale di questo processo è che a livello globale l’80% del capitale azionario è controllato da meno del 2% degli azionisti. [7] “I principali dieci maggiori investitori istituzionali, dopo aver quadruplicato le loro partecipazioni a partire dal 1980, oggi possiedono collettivamente più di un quarto del mercato azionario statunitense.” [8]
Come abbiamo detto, la centralizzazione dei capitali non crea solo concentrazione del potere economico, ma anche concentrazione del potere politico. Le ripercussioni sulla sovrastruttura mostrano: esautoramento della rappresentanza democratica, esecutivizzazione del processo decisionale, crisi e involuzione delle istituzioni socialdemocratiche (tutele sindacali, welfare, previdenza, assistenza, istruzione, sanità, ecc.), svolta reazionaria sul fronte interno e attacco alle istituzioni liberal democratiche (diritti politici e civili) ben evidenziato dall’accelerazione operata con la gestione autoritaria della pandemia (green pass) [9] e dal recente ddl 1660 in Italia. Il modello è quello del “warfare state”, dello Stato di guerra, nel quale l’autoritarismo politico e l’austerità economica sul fronte interno corrispondono all’esposizione bellicista sul fronte esterno.
L’integrazione dei monopoli, in primo luogo quelli finanziari, con le sovrastrutture Stato-nazionali e sovranazionali, porta con sé la promulgazione di leggi e lo stabilirsi di costituzioni materiali e prassi istituzionali sulla base dei loro interessi. Il risultato è il rafforzamento della spinta alla centralizzazione. In questo sviluppo la concorrenza non scompare, ma si rafforza come concorrenza monopolista, nel cui gioco acquistano un ruolo sempre più rilevante le decisioni politiche.
Anche nella concorrenza monopolista l’insolvenza favorisce l’acquisizione dei deboli (debitori insolventi) da parte dei forti (creditori). Questo nella visione classica del pensiero economico borghese non è un grosso problema, anzi, insolvenze e relativi fallimenti sono stati spesso considerati un fattore benefico per il capitalismo perché eliminano le imprese inefficienti rispetto a un dato equilibrio sistemico. Tuttavia la crisi del 2007-8 (scoppio della bolla dei sub-prime) ha dimostrato, per l’ennesima volta, che il capitalismo è tutt’altro che un sistema il quale può essere orientato stabilmente all’equilibrio. Equilibrio è possibile, ma il processo di riproduzione del capitalismo può manifestarsi soltanto attraverso crisi. La crisi del 2008 dimostrò inoltre che il livello di concentrazione di capitali nel sistema bancario-finanziario (too big to fail) impone misure di salvataggio straordinarie (il cosiddetto “bazooka” della Fed) per evitare il crollo sistemico, rendendo così evidente la necessità del trattamento “politico” dell’insolvenza. L’intersezione di una accresciuta centralizzazione dei capitali con l’aggravarsi della crisi di sovraccumulazione, nel contesto della concorrenza monopolista, ha creato le condizioni (possibilità del crollo sistemico) per cui le insolvenze-fallimenti nel settore finanziario non possano essere più considerati un “bagno salutare”.
Nell’illusoria concezione economica borghese dell’equilibrio “naturale” (l’equilibrio cosiddetto “naturale” della regola di Taylor) [10] l’inflazione e la crescita del Pil vengono regolati dall’azione sui tassi da parte delle Banche Centrali (Bc): se il Pil e l’inflazione crescono oltre l’equilibrio “naturale” la Bc alza i tassi, nella condizione contraria li riduce. Tuttavia, l’andamento economico asfittico delle vecchie formazioni avanzate dell’occidente, che ha caratterizzato il decennio successivo alla crisi del 2007-8, ha dimostrato l’inconsistenza della tesi secondo cui l’azione sui tassi sarebbe stata in grado di guidare la domanda aggregata e, quindi, gli investimenti e l’inflazione verso la ripresa economica. Nonostante la decisione di tutte le Bc di tenere i tassi a zero, e anche negativi, per tutto il periodo dalla crisi dei sub-prime alla “pandemia”, e l’erogazione contestuale di quantitative easing (immissione nel mercato di massa monetaria) a gogò, non c’è stata crescita del Pil. Inoltre, la gravità della crisi era evidenziata dal fatto che nemmeno l’inflazione cresceva.
Con la fine dell’illusione dell’equilibrio naturale è rimasta la necessità di salvaguardare comunque la stabilità finanziaria di un sistema che non è riuscito ad uscire dalla crisi. È in questo quadro critico che vanno lette le decisioni degli Stati di adottare strumenti extra economici come i lockdown e le altre misure della gestione autoritaria della “pandemia”. [11] Esse hanno permesso di chiudere la fase dei tassi a zero, tutelando gli asset e contenendo il rischio di esplosione delle bolle finanziarie. Hanno favorito, inoltre, un nuovo sviluppo della concorrenza monopolista e un’ulteriore centralizzazione di capitale nell’ambito della big pharma, dei settori high tech e della grande distribuzione, ecc.
Nella situazione post Covid, caratterizzata dall’avvitamento ulteriore della crisi e dal riesplodere dell’inflazione, la tutela della stabilità finanziaria viene perseguita utilizzando l’azione sui tassi delle Bc come regolatore del conflitto intercapitalista tra creditori e debitori: i primi interessati a tassi alti per tutelare la remunerazione dei loro crediti e i secondi interessati a tassi bassi per tutelarsi dall’insolvenza e dal rischio di acquisizione da parte di altri. In questo nuovo scenario l’azione delle Bc cessa definitivamente di avere una qualche parvenza di neutralità (accompagnamento del sistema verso l’equilibrio “naturale”) per assumere essenzialmente l’onere di decidere fino a che punto siano tollerabili fallimenti e recessioni per remunerare il credito, lungo il sentiero reso sempre più stretto dalla condizione di crisi generalizzata, tra deflazione e inflazione. Il sentiero è reso sempre più stretto dalla crescita del debito complessivo (pubblico e privato), che è una conseguenza della crisi e che pone il problema della solvibilità complessiva del sistema. Una solvibilità che con il crescere incessante del debito (pubblico e privato) esige tassi sempre bassi.
Come regolatori della solvibilità del sistema, le Bc diventano anche regolatori della concorrenza monopolista i tra capitali aventi profitti sopra la media e quelli sotto la media, e con ciò regolano anche il ritmo della centralizzazione dei capitali (fallimenti-acquisizioni). L’effetto di contenimento dell’insolvenza, conseguente all’azione delle Bc che abbassano i tassi, è diretto ed efficace, mentre come abbiamo visto, quello su Pil e inflazione resta indeterminato, perché è condizionato dall’aggravamento della crisi di sovraccumulazione.
Con la crisi del 2008 quindi, dopo una precedente fase di sottomissione agli interessi dei creditori (tassi alti), le Bc, di fronte all’insolvenza, ai “big to fail” nel settore finanziario e alla prospettiva di un’ondata di fallimenti con recessione fuori controllo, hanno fatto inversione inaugurando il “decennio eretico dei banchieri centrali”. Una svolta che mostra un nuovo rapporto tra finanza e politica, tra struttura e sovrastruttura, in cui alle Bc è assegnato principalmente il compito di tutelare la solvibilità complessiva del sistema e di regolare la centralizzazione dei capitali (in particolare la speculazione finanziaria). Sulla questione della solvibilità si è infatti aggravato il conflitto interno alla borghesia imperialista e alla classe dei capitalisti in generale – tra capitali deboli (soggetti ad insolvenza e acquisizione) e capitali forti (creditori e acquisitori).
Le pressioni contrastanti con cui i diversi gruppi della borghesia imperialista agiscono sulle Bc inducono queste ultime a favorire la centralizzazione di capitali ad un grado di solvibilità ritenuto sostenibile sul piano politico. Quando il ritmo della centralizzazione oltrepassa il limite della sua sostenibilità politica (i tassi appaiono troppo alti), la cosa è resa evidente dal fatto che insorge la coalizione dei capitali “in passivo”. Sul piano interno questo si è palesato nel “sovranismo” (America first, ecc.), mentre sul piano esterno abbiamo visto il ritorno del protezionismo finanziario e commerciale con la rottura della globalizzazione perseguita dalla borghesia imperialista Usa e occidentale (che ha come base strutturale formazioni economiche indebitate) a fronte dell’emergere di nuovi creditori globali, Brics+ in testa (basati su formazioni economiche in crescita che accumulano risorse finanziarie).

Multipolarismo oligarchico di guerra
“Il capitale finanziario divenne il dominatore del mondo, una potenza in particolar modo mobile e flessibile, ramificata nei vari paesi, priva di caratteri individualistici e separata dall’immediato processo di produzione. È fuori dubbio che l’evoluzione tende alla costituzione di un trust unico, mondiale, assorbente tutte le imprese e tutti gli Stati senza eccezione. Ma l’evoluzione si compie in tali circostanze, ad un tale ritmo, attraverso tali antagonismi, conflitti e sconvolgimenti che, prima di giungere alla creazione di un unico trust mondiale, prima della fusione ‘super-imperialista’ universale dei capitali finanziari nazionali, l’imperialismo dovrà fatalmente esplodere e il capitalismo si trasformerà nel suo contrario”. [12]
A livello internazionale l’andamento di sviluppo diseguale tra vecchie formazioni sovraccumulate e in declino (“occidente collettivo”) e nuove formazioni emergenti (Brics allargato) si è inesorabilmente aggravato. In ambito finanziario questo sviluppo diseguale determina uno squilibrio nel rapporto tra debitori e creditori, dove i primi sono le vecchie formazioni e i secondi quelle emergenti. Un quadro in cui la concorrenza monopolista genera vincitori e vinti.
Lo squilibrio finanziario si evidenzia nella dinamica delle bilance dei pagamenti e delle posizioni nette sull’estero (importexport di merci e capitali e relativo accumulo di squilibrio nei rapporti credito-debito).
Il declino di competitività occidentale si traduce in una condizione di pesante indebitamento estero (bilance dei pagamenti in passivo) che colloca queste formazioni nella posizione di soccombenti nello sviluppo ordinario del processo di centralizzazione, con gli asset che subiscono la spinta all’acquisizione da parte dei creditori emergenti.
Gli Usa hanno visto il loro debito estero superare la soglia del 60% del loro Pil, mentre cinesi, asiatici, arabi e anche russi, iraniani, ecc., sono in attivo e vogliono usare il loro credito per acquisire imprese occidentali, in una situazione in cui la maggior parte degli investimenti diretti esteri viene effettuata attraverso acquisizione di aziende esistenti.
In questa situazione l’oligarchia finanziaria occidentale non tenta più di governare la tendenza globale alla centralizzazione dei capitali, ma punta a bloccarla con le politiche di protezionismo finanziario e l’uso sempre più massiccio di sanzioni e dazi (dinamica iniziata ben prima della guerra in Ucraina). È il protezionismo dei debitori, che ha rotto il gioco della globalizzazione e creato la nuova situazione in cui la centralizzazione può darsi solo come “centralizzazione imperialista” di capitali. I golden power e i friendshoring rompono le vecchie catene del valore (finanziarie, energetiche, tecnologiche in primis) e le riorganizzano sulla base delle linee di demarcazione definite dallo scontro tra i gruppi imperialisti.
La “centralizzazione imperialista” configura un nuovo assetto delle catene del valore caratterizzato dai confini d’influenza internazionale e dalle relazioni di alleanza imperialista. Cioè, la centralizzazione di capitali trova sbocco unicamente nelle condizioni determinate dallo scontro interimperialista.
In questo quadro emerge il keynesismo militare [13] come modello produttivo su cui riorganizzare lo sviluppo strutturale.
Il protezionismo imperialista dei debitori non è apprezzato dai creditori che incontrano ostacoli alla loro esportazione di capitali.
Ostacoli politici che quindi non possono più essere affrontati solo economicamente. Da tutto ciò risulta il riarmo generalizzato e l’accelerazione della tendenza alla guerra che caratterizzano l’attuale situazione globale.
Questa situazione è stata fin qui affrontata dalla borghesia imperialista Usa con la strategia del doppio espansionismo: del debito e della proiezione militare. L’espansione del debito estero è utilizzata anche per finanziare la proiezione militare sul piano globale. A sua volta, la proiezione militare è finalizzata a creare gli accaparramenti di capitale (tramite nuove possibilità di rapina e sfruttamento) necessari a garantire e remunerare l’espansione del debito. L’applicazione di questa strategia ha avuto come conseguenza la lunga serie di guerre di spoliazione: dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia alla Siria. Ma in tutte queste occasioni l’imperialismo dei debitori occidentali ha incontrato la resistenza dei popoli (e l’opposizione dei concorrenti imperialisti) fino a registrare una grave crisi di risultati: perdita dell’influenza sull’Iraq (in favore dell’Iran), sconfitta in Siria (con l’intervento russo), fuga dall’Afghanistan, ecc.
I due attuali principali fronti di guerra, quello ucraino e quello mediorientale, rischiano di avere un esito simile per gli Usa e le potenze occidentali (G7, Nato, ecc.): il primo mostrando l’illusorietà dell’obiettivo strategico della dissoluzione della potenza imperialista russa (al fine di mettere le mani sulle sue enormi risorse) e il secondo l’incapacità di tenuta della super colonia sionista, come agente di controllo e sfruttamento imperialista occidentale sull’area mediorientale, a fronte dell’eroica Resistenza del popolo palestinese e del suo campo di alleanze.
Su questo quadro di generale perdita di egemonia dell’oligarchia finanziaria e delle borghesie imperialiste occidentali incombono in particolare le conseguenze strutturali della rottura del mercato finanziario globale. L’esclusione della Russia dal sistema di pagamenti Swift (che è stata preceduta da quella dell’Iran) spinge i capitali emergenti a creare un loro sistema finanziario internazionale, sotto l’egida del capitale finanziario cinese. Il sequestro degli asset e delle riserve valutarie russe, determinato dalle sanzioni, porta con sé insicurezza e grandi deflussi di capitali che hanno già provocato crisi bancarie in Usa e in Europa. La rottura del circuito finanziario-commerciale UsaCina determina il disimpegno cinese dal finanziare il debito Usa e ne mina gravemente la copertura.
Questi sono solo alcuni esempi della spirale di destabilizzazione che caratterizza il mercato globale dei capitali finanziari: il focus, e fattore di avvitamento, è la crisi del dollaro come denaro mondiale. Crisi sottolineata dagli sforzi che vanno compiendo le classi dirigenti delle formazioni emergenti per liberarsi dalla tutela del dollaro, con accordi per regolare gli scambi con valute proprie e con il dibattito aperto per dotarsi di una valuta internazionale alternativa. Un brutto segnale per il dollaro è stato il mancato rinnovo dell’accordo Usa-Arabia Saudita. Accordo ormai cinquantennale che stabiliva la commercializzazione del petrolio arabo per mezzo della divisa statunitense. Se il dollaro cesserà di essere denaro mondiale, e di conseguenza non sarà più utilizzato come riserva di valore, per gli Usa (che non potranno più finanziare il loro debito semplicemente stampando dollari) si apriranno le porte dell’inferno della svalutazione e del crollo finanziario sistemico.
Di fronte a questo incubo, le classi criminali dell’oligarchia finanziaria e delle borghesie imperialiste occidentali indebitate attuano il protezionismo finanziario-commerciale, riorganizzano il capitalismo come capitalismo di guerra e spingono al bellicismo le loro sovrastutture ideologico-politico-militari, avviando una nuova epoca caratterizzata dal multipolarismo oligarchico di guerra.
Tutte le cause che concorrono a questa accelerazione sono essenzialmente riconducibili alla questione del controllo del capitale (asset finanziari, tecnologie, materie prime, contingenti di forza lavoro, quote di mercato, ecc.). Per non perdere controllo sul processo di centralizzazione dei capitali, l’oligarchia finanziaria occidentale non ha remore a trascinare l’umanità nella terza guerra mondiale. In questo tornante della fase imperialista del capitalismo, enormi distruzioni e immani sofferenze saranno nuovamente imposte all’umanità, come già mostra la ferocia genocida sionista contro i popoli della Palestina e del Libano e quella dei nazisti ucraini contro le popolazioni del Donbass. La tragica sorte del popolo ucraino dimostra, inoltre, come finché gli imperialisti occidentali troveranno carne da mandare al macello per cercare di tutelare i loro interessi procederanno fino in fondo e senza remore.
Tuttavia l’avvitamento della crisi e della tendenza alla guerra evidenzia anche che una nuova fase rivoluzionaria si è aperta, sia a livello globale che nelle vecchie società imperialiste. Una fase in cui le classi oppresse possono sfruttare la necessità delle classi dominanti di non poter più procedere come prima per cambiare le carte in tavola. Alleandosi alla resistenza dei popoli oppressi e perseguendo risolutamente la sconfitta del proprio imperialismo nella guerra contro gli altri imperialisti, hanno l’opportunità di porre le basi per condurre il processo rivoluzionario fino alla presa del potere, per una società senza classi, oppressione e sfruttamento.
Solo la resistenza dei popoli e la rivoluzione proletaria potrà fermare la guerra.
Ai comunisti il compito di indicare questa prospettiva e di tracciare il percorso per approssimarla.
NOTE:
[1] Discorso tenuto dal generale Carmine Masiello alla cerimonia del 40° della costituzione della specialità lagunari, 10.7.24. difesaonline.it [2] E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli, La guerra capitalista, 2022, Mimesis edizioni [3] K. Marx, Il capitale, vol. 1, cap. 23, pp. 797 798, ed. Sole 24 ore, 2010 [4] Vedi L’imperialismo oggi, in Antitesi n° 13, pp. 54 ss. [5] Vedi Antitesi n° 3, La democrazia governante, p. 60 [6] Cfr. E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli, La guerra capitalista, Mimesis edizioni, pp.33-35 [7] Ivi, p. 173 [8] Ivi, p. 55 [9] Vedi Antitesi n° 9, Covid e deriva autoritaria, p. 56 [10] La Taylor rule è la formula sviluppata dall’economista Usa John B. Taylor. Essa suggerisce come le banche centrali dovrebbero agire sui tassi per stabilizzare il sistema. Vedi, C.Brand, F. Mazelis, Taylor-rule consistent estimates of the natural rate of interest, ecb.europa.eu, marzo 2019 [11] Vedi Antitesi n° 9, Covid e deriva autoritaria, p. 56 [12] Lenin, Prefazione a L’economia mondiale e l’imperialismo di N.I. Bucharin, 1915, reperibile in lingua inglese su marxist.org, traduzione a cura della redazione [13] Vedi Glossario, Antitesi n° 13, p. 67Il nuovo protezionismo: golden power e friend shoring
Per golden power si intende il potere speciale dello Stato (normato per legge) volto ad impedire l’acquisizione di imprese nazionali considerate strategiche da parte di capitali stranieri.
Questo tipo di scudo normativo, implementato negli Usa in seguito alla crisi degli anni ‘70, è stato introdotto negli anni ‘90 anche in diversi Stati europei inizialmente con il nome di Golden share. Si tratta di una strumentazione legislativa che permette ai governi di bloccare o condizionare le operazioni finanziarie o gli investimenti diretti esteri in settori definiti di interesse strategico, cioè nei settori in cui prevale il cosiddetto “interesse alla sicurezza nazionale” rispetto al cosiddetto “libero mercato”. Il campo di azione del golden power nell’ultimo decennio, e in particolare con la guerra in Ucraina, si è allargato enormemente: oltre ai settori difesa, sicurezza nazionale, energia, trasporti, comunicazioni, si è esteso ai settori finanziario, creditizio e assicurativo, alle infrastrutture e tecnologie critiche, come energia, trasporti, salute e acqua, al settore alimentare, all’accesso ad informazioni sensibili, inclusi i dati personali, all’intelligenza artificiale, robotica, nanotecnologie e biotecnologie. In realtà, vengono coinvolti tutti i settori di interesse dei principali monopoli che competono sul piano globale per il controllo delle catene del valore.
Una recente e significativa applicazione del golden power si è verificata nello scontro che ha riguardato la produzione e l’applicazione della tecnologia 5G. Scontro che ha visto l’applicazione del golden power da parte di Usa e occidente per impedire la penetrazione nelle proprie formazioni dei tecnologicamente più avanzati monopoli del 5G cinese.
Il friend shoring è un indirizzo, lanciato dalla segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen, che promuove la rilocalizzazione delle imprese e degli investimenti occidentali, in particolare gli impianti produttivi e gli investimenti esteri diretti (soprattutto quelli delle filiere produttive considerate strategiche) in formazioni economiche di paesi considerati amici.
Con il friend shoring, la borghesia imperialista Usa punta a costruire catene del valore “sicure” per i propri monopoli. Si tratta di un processo di riflusso della globalizzazione, che si era già avviato con il reshoring (ritorno degli investimenti in patria) e con il near shoring (ricollocazione
in aree più vicine) e che con il friend shoring acquista una connotazione più esplicitamente di strategia politica, mettendo al centro le contraddizioni interimperialiste. Le diverse classi dominanti puntano così alla ridefinizione e al rafforzamento delle aree di influenza e di potere monopolistico, garantendo le proprie catene del valore da interruzioni o cambiamenti di condizioni e riorganizzando il piano strutturale del sistema di alleanze imperialiste in funzione dello scontro con i gruppi imperialisti rivali.
Questo nuovo indirizzo della borghesia imperialista Usa (maturato tra “pandemia” e guerra in Ucraina) ha come obiettivo principale quello di indurre le imprese Usa e occidentali a ridurre l’esposizione nei confronti dei monopoli delle formazioni emergenti, principalmente quelli cinesi, escludendoli dalle principali filiere produttive.
