Strike n.03 – Inserto Locale Milano e dintorni
INDICE
— “Palestina Libera”: licenziata, ma vince
— Strada senza uscita: l’ICMESA di Seveso
EDITORIALE
Il Governo fa i conti, i lavoratori li pagano. Questo a Milano lo sappiamo bene. Sotto la patina luccicante della capitale della produttività si nasconde la realtà di sfruttamento che alimenta la macchina del profitto, un ingranaggio che sta stritolando le vite di lavoratori e lavoratrici.
L’inserto locale di Strike nasce dall’urgenza di puntare il faro su ciò che accade qui, nel nostro territorio metropolitano e in provincia: un’arena dove la compressione dei diritti si manifesta ogni giorno in forme brutali. Siamo circondati da lavoratrici precarie che non riescono a pagare l’affitto e lavoratori che subiscono pressioni ai limiti del mobbing. Conosciamo chi è costretto a straordinari obbligati, orari impossibili che negano il diritto al riposo e le ferie negate per “esigenze aziendali”. Vediamo i contratti collettivi non rispettati e una marea di contratti occasionali o di volontariato usati da aziende e cooperative per imporre peggiori condizioni e paghe da fame, scaricando la crisi sulla classe lavoratrice. La precarietà è un progetto politico di classe che protegge i profitti dei padroni permettendogli di licenziare e assumere a piacimento. Gli scarsi aumenti dei Ccnl spalmati su 3 anni sono i regali del governo a Confindustria per destinare più soldi nella guerra e nel riarmo lasciando pagare la crisi ai lavoratori e lavoratrici.
Le mobilitazioni recenti ci hanno ricordato che, uniti e determinati, possiamo “bloccare tutto”. Quella forza non deve disperdersi: deve diventare organizzazione nei nostri posti di lavoro e nei nostri quartieri. Questo inserto vuole essere un megafono per tutte queste voci spesso isolate e silenziate. Vogliamo intervistare e coinvolgere ogni lavoratore e lavoratrice che vive queste difficoltà, trasformando la rabbia in lotta di classe.
Se pensi che il tuo posto di lavoro sia un inferno, se hai storie di sfruttamento, se hai un’idea artistica di denuncia, se vuoi aiutarci a diffondere questo inserto contattaci!
La lotta per un salario dignitoso e migliori condizioni di lavoro passa dalla capacità di rompere l’isolamento sconfiggendo la cultura della sconfitta.
Redazione Strike Milano
“PALESTINA LIBERA”: LICENZIATA, MA VINCE
Intervista con una lavoratrice del Teatro alla Scala
Nel maggio 2024, una giovane lavoratrice del Teatro alla Scala di Milano è stata licenziata per aver espresso il suo sostegno alla lotta di liberazione palestinese. Non si tratta di un caso isolato.
Ne sono esempi il pompiere e delegato sindacale USB sanzionato disciplinarmente per aver preso parola pubblicamente durante il grande sciopero del 3 ottobre scorso oppure l’assistente scolastico licenziato per aver condiviso dei post social pro-Palestina e molti altri ancora. Il governo e le aziende hanno paura di una mobilitazione guidata dalla classe operaia che blocchi il Paese, come è successo negli scioperi di fine settembre e inizio ottobre. Per questo motivo, colpiscono e puniscono i lavoratori e le lavoratrici che si schierano apertamente, per mostrare a tutti che fine fa chi prende posizione. La lavoratrice della Scala, però, ha deciso di non cedere alla censura, ma di portare avanti una battaglia politica, con coraggio e determinazione.
Una battaglia che la lavoratrice ha raccontato con un’intervista anche alla nostra redazione.
Ciao, grazie per essere qui. Per cominciare, ci racconteresti chi sono le maschere della Scala?
Le maschere sono il personale di sala: accolgono il pubblico, accompagnano gli spettatori al proprio posto e assicurano il corretto svolgimento degli spettacoli.
Il contratto delle maschere della Scala è un contratto a chiamata, riservato agli studenti sotto i 25 anni ed è un contratto a termine, precario. In tutto eravamo circa un centinaio con questo tipo di contratto. I criteri per il rinnovo o la proroga sono molto arbitrari (ad esempio, essere in pari con lo studio) e per questo il Teatro ha perso tantissime cause. Infatti, ci sono anche le c.d. “maschere anziane”, un piccolo gruppo che ha fatto causa alla Scala per avere un contratto vero e proprio e l’ha ottenuto. Avendo un contratto precario, i miei colleghi sono ricattabili, hanno paura di rivendicare i propri diritti o di schierarsi con un collega licenziato. Perché devono pagare l’affitto e non sanno se verranno rinnovati.
Che evento ha ospitato la Scala il 4 maggio?
Il 4 maggio c’era un evento istituzionale, non aperto al pubblico, organizzato dalla Banca di Sviluppo Asiatica e dal Ministero dell’Economia.
Ovviamente era tutto blindato ed erano presenti le delegazioni di vari paesi, tra cui Israele. C’erano un delegato del Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il Ministro delle Finanze Giorgetti, il sindaco di Milano Beppe Sala.
Eppure la Scala in altre occasioni ha preso posizione contro la guerra, vero?
Per l’Ucrania, il Teatro ha organizzato tantissimi eventi di beneficenza e iniziative. Si è spinto persino a censurare le opere e gli artisti russi. Addirittura un famosissimo direttore d’orchestra russo è stato interrotto durante l’esibizione. Invece, è rimasta indifferente alla Palestina. Ha continuato a collaborare con Israele e con i suoi partner economici, che riforniscono Israele di armi e sottraggono risorse ai palestinesi.
Come ti sei sentita quella sera e perché hai deciso di nominare la Palestina?
Quella sera, nel pieno di genocidio, il Teatro ha accolto degli assassini. Infatti, l’evento del 4 maggio scorso cadeva in un momento davvero cruciale: da due mesi non entravano gli aiuti umanitari a Gaza, la situazione era davvero delicata e tragica Mi sono detta che, come lavoratrice, nel mio piccolo, avrei pur dovuto fare qualcosa. In questo contesto, il mio istinto mi ha spinta a fare questa azione, che è durata pochi secondi, il tempo di dire “PALESTINA LIBERA”, prima che iniziasse il concerto.
Come ha reagito il Teatro?
Anche se non ho interrotto lo spettacolo, sono comunque stata subito sollevata di peso e allontanata. Da quel giorno non mi hanno mai più fatto mettere piede nel Teatro, neppure per recuperare le mie cose nell’armadietto. Infatti, sono stata immediatamente sospesa in via cautelare e poi licenziata. Non ho mai potuto parlare con il direttore del personale. C’è stata una barriera totale fin dall’inizio.
Perché proprio il licenziamento?
Hanno deciso di punirmi con la massima sanzione che avevano a disposizione. Potevano darmi un richiamo, una sospensione, una multa. E, ovviamente, potevano anche non punirmi affatto. Il Teatro sostiene che se proprio avessi voluto manifestare, avrei dovuto farlo in un altro modo, fuori dal posto di lavoro, senza divisa, e che comunque avrei dovuto scusarmi, pentirmi, e invece non l’ho mai fatto. Il Teatro ha deciso di punire me, con una pena esemplare, per spaventare tutti i miei colleghi. Non sono l’unica che parlava di Palestina tra i miei colleghi…
Cosa è successo tra i tuoi colleghi dopo il licenziamento?
Dopo il mio licenziamento hanno fatto un discorso a tutti i miei colleghi, li hanno riuniti e hanno detto che la mia azione era da egoisti. Li hanno spaventati, facendo capire che nessuno doveva neanche pensare di poter rifare una cosa del genere. Ovviamente dietro a questa reazione del Teatro c’erano pressioni politiche non indifferenti dal Governo. Si è creato un clima di divisione e tensione, molti volevano esporsi, inviare una lettera, altri avevano paura.
Hai impugnato il licenziamento?
Sì, con il sostegno dei sindacato, ho impugnato il licenziamento in Tribunale. Non posso avere la reintegra, perché il mio contratto era a termine e sarebbe scaduto il 30 settembre, ma posso comunque fare cadere il licenziamento ed essere risarcita.
Ma non solo, con la CUB abbiamo organizzato una raccolta firme tra i lavoratori della Scala: ne abbiamo raccolte 700! Certo, non è uno sciopero, ma è un buon risultato considerato il clima di paura e intimidazione. Abbiamo organizzato i presidi fuori dal Tribunale in occasione delle udienze e un’iniziativa prevista per il 3 dicembre. Essendo stata tagliata fuori dal luogo di lavoro, il sindacato mi ha aiutata a raggiungere i colleghi e creare una rete di solidarietà, così che nessuno potesse sentirsi solo.
Pochi giorni fa, il Tribunale di Milano ha dichiarato illegittimo quel licenziamento e condannato il Teatro a risarcire la lavoratrice.
La sua vittoria è un precedente importante: non è solo una rivincita personale, ma un successo collettivo che rafforza tutte le lotte. Dimostra che la repressione può essere sconfitta e che “i capri espiatori” scelti dal potere possono e devono trasformarsi in simboli di resistenza.
STRADA SENZA USCITA: l’ICMESA DI SEVESO
Il disastro del luglio ’76 in un fumetto
La storia dell’Icmesa è una storia operaia e una storia ambientale insieme. Mostra come il lavoro in fabbrica, i danni alla salute e l’inquinamento del territorio siano legati tra loro: le ferite nei corpi dei lavoratori sono le stesse che colpiscono i paesi e le comunità intorno. Sono passati quasi cinquant’anni da quel 10 luglio 1976, quando successe qualcosa alla fabbrica Icmesa di Meda.
Qualcuno lo chiamò “crimine”, altri “catastrofe”, altri ancora “incidente” o “disastro”.
Tanti nomi diversi per dire la stessa cosa. E tanti modi diversi di ricordare – o di dimenticare – quella storia. Quel sabato di luglio era mezzogiorno, faceva caldo. Un odore forte e una nube uscirono dallo stabilimento chimico. Il vento la spinse verso sud-est, sulle case vicine alla fabbrica. Lì abitavano soprattutto operai venuti dal Veneto e dal Sud, che si erano costruiti le case con le loro mani, sperando in una vita meno precaria. In pochi si preoccuparono. La puzza dell’Icmesa era lì dal 1947, faceva parte della vita quotidiana. Erano abituati a quell’aria cattiva. Per questo nessuno capì subito quanto fosse grave.
I giorni del silenzio
Solo la domenica, l’11 luglio, le autorità locali vennero informate. Uno dei reattori che producevano triclorofenolo si era surriscaldato e aveva fatto saltare la valvola di sicurezza. I proprietari svizzeri la chiamavano proprio così, quella fabbrica: Dreckfabrik, “fabbrica sporca”.
Il materiale di scarto uscì in una nube carica di diossina, una delle sostanze più tossiche che esistono. Poi seguirono “i giorni del silenzio”: confusione, incertezza. La Givaudan-Hoffmann-La Roche, che possedeva l’Icmesa, sapeva già che era diossina. Il 14 luglio arrivò la conferma dai laboratori di Zurigo. Ma scelsero di tacere alle autorità italiane quanto fosse pericolosa la situazione.
Gli operai chiusero la fabbrica
Il 16 luglio furono gli operai a chiudere definitivamente la fabbrica. Proclamarono lo sciopero generale e denunciarono l’assenza di garanzie per la salute. In quei giorni nacque anche il CTSP: Comitato tecnico scientifico popolare. L’idea era semplice ma rivoluzionaria: mettere insieme tecnici, operai e abitanti per capire cosa era successo davvero. Non lasciare che solo gli “esperti” decidessero cosa dire e cosa fare. Il comitato ricostruì come funzionava la produzione, perché era esplosa la fabbrica, che sostanze erano uscite, di chi era la responsabilità. Si basarono sui documenti tecnici, sulle conoscenze degli operai dell’Icmesa, sull’aiuto di esperti come Bruno Mazza e Vladimiro Scatturin. Gli operai conoscevano la fabbrica dall’interno: i turni, i materiali, i rischi. Come diceva il medico Giulio Maccacaro, bisognava superare la “chimica astratta” dei manuali e guardare al lavoro reale. L’indagine fatta “dal basso” mostrò che le modifiche introdotte per risparmiare soldi avevano reso l’incidente quasi inevitabile. Non era più un rischio, era una certezza. I risultati furono prsentati il 28 luglio 1976 all’assemblea sindacale di Cesano Maderno.
L’ICMESA e il mondo
Il disastro dell’Icmesa fu, in Italia e in Europa, la prima occasione vera per riflettere sul rischio chimico e sui costi dell’organizzazione capitalistica del lavoro. Fino a quel luglio del 1976 si pensava che il rischio fosse solo dentro la fabbrica. Un luogo a parte, dove la nocività era considerata “necessaria”. Il prezzo della produzione lo pagavano i corpi dei lavoratori. Si pensava che incidenti e avvelenamenti facessero parte del contratto: un destino individuale, non un problema di tutti. Seveso spezzò questa illusione. Diventò chiaro che la fabbrica non è separata dal resto: il veleno non resta dentro, colpisce i territori e le comunità. Per un momento l’Italia fu costretta a guardare l’impatto dell’industrializzazione selvaggia, il modello di sviluppo che aveva creato il “miracolo economico” e le sue ombre. Seveso – e anche Manfredonia, nello stesso 1976, troppo spesso dimenticata – è l’ultimo anello visibile di una lunga catena iniziata nel dopoguerra. La conseguenza logica di un sistema che mette sempre il profitto prima della salute, l’arricchimento privato prima del benessere collettivo. Un sistema che costringe le persone a scegliere tra lavoro e salute. Una scelta mai libera, imposta dalla struttura stessa del capitalismo. Come scrisse Dario Paccino sulla rivista Sapere: “Seveso è il capitalismo, con i suoi aspetti più macabri e grotteschi. Le multinazionali vedono nell’Italia una provincia imperiale, dove tutto è lecito, anche fare di tutti noi cavie da esperimenti fuori dal laboratorio”.
Il fumetto, la lotta che continua
Strada senza uscita, autoprodotto nel 2024, è un fumetto che prova a raccontare questa storia. Una ricostruzione collettiva della memoria, non neutrale ma esplicitamente “di parte”: la parte dei lavoratori, delle donne, dell’ambiente e delle comunità colpite.
Una lotta che continua ancora oggi. Stavolta contro l’autostrada Pedemontana lombarda, che dovrebbe attraversare proprio i luoghi contaminati dalla diossina nel 1976. Un’altra devastazione del territorio.
