Note di fase

Note di Fase n.35

Gennaio 2026

GANG OF WASHINGTON

«Priorità sono e saranno i nostri lavoratori, le nostre industrie e la nostra sicurezza nazionale». In queste righe contenute nel documento “Strategia di Sicurezza Nazionale” degli Stati Uniti, redatto nel novembre del 2025 e firmato Donald Trump, sono riassunte le scelte tattiche che il gigante imperialista metterà in piedi per tentare di non crollare su sé stesso. Il concetto chiave è che la globalizzazione diretta dagli yankee degli anni ‘90 è finita, e per gli Stati Uniti l’obiettivo è ristabilire le fondamenta interne del loro impero, consapevoli di non essere più gli unici che vogliono spartirsi il mondo. Alcuni dati spiegano il perché di questo cambio di rotta: il primo ci dice che il credito speculativo, cioè la quantità di denaro preso a prestito per operazioni finanziarie a rischio è arrivato a 12mila miliardi di dollari, ovvero oltre la metà del PIL complessivo degli USA. Una cifra che promette un crollo finanziario imminente come quello del 2008. Il caso Nvidia ha fatto tremare i polsi a tutto l’establishment americano, con il gigante dei semiconduttori che ha trascinato tutta Wall Street a una perdita del 4%. Questo crollo è avvenuto nonostante l’azienda avesse chiuso il trimestre precedente con ricavi ben oltre le stime. Se a questo aggiungiamo che la maggior parte di questi capitali sono esteri, appare chiaro che il problema da risolvere è grande: questi capitali non devono fuggire e devono essere valorizzati dentro gli Stati Uniti, per evitare il crollo e farlo avvenire in qualche altra parte del mondo.

Il secondo dato ci mostra un debito pubblico fuori controllo: 34mila miliardi, ben oltre il dato del PIL. Se prima la garanzia per il debito pubblico Usa era la potenza del dollaro, oggi questa equazione, in tendenza, non funziona più. Quella che per decenni è stata la moneta di scambio commerciale incontrastata, oggi nel multipolarismo si ritrova molti concorrenti a partire dallo Yuan cinese che cresce velocemente nel volume degli scambi commerciali mondiali.

La soluzione a medio termine che l’amministrazione Trump ha messo in piedi è quella dei dazi. Questi hanno un duplice scopo: controllare i capitali nazionali – rendendo l’investimento in patria più favorevole rispetto all’estero – e costringere i capitali stranieri a investire in Usa per evitare il surplus alla dogana. Lo strumento dei dazi ha anche uno scopo preciso nei rapporti che gli Usa stanno intraprendendo: eliminare o superare gli accordi regionali o multilaterali esistenti, sostituendoli con rapporti bilaterali aventi i dazi come merce di scambio. Siamo davanti alla distruzione del vecchio modello e alla costruzione di uno nuovo, volto a strappare accordi favorevoli al gigante affamato di materie prime, in primis risorse energetiche vecchie e nuove. Questo modo di ridefinire le regole prevede che le alleanze possono saltare repentinamente se non soddisfano il motto “America first”. Con questa tattica, nella fase multipolare dell’imperialismo, gli Usa si candidano a essere i protagonisti di una nuova architettura del mondo in cui bisogna tenere conto che esistono dei concorrenti con cui provare a convivere finché si può.

Se guardiamo agli eventi in Palestina e in Donbass, questo disegno si chiarifica. Via libera alla Russia in Donbass in cambio di un atteggiamento morbido sulla questione palestinese, dove gli Usa provano a rimettere in piedi il progetto degli accordi di Abramo, saltati precedentemente grazie alla Resistenza Palestinese e all’operazione “Diluvio di al-Aqsa”. L’obiettivo del progetto è disciplinare sia le petromonarchie arabe che il loro cane da guardia storico, l’entità sionista. Anche con la Cina la tendenza sembra quella della guerra commerciale a bassa intensità in questa fase. Saltato l’assalto con i dazi che non ha dato i suoi frutti per la risposta cinese, gli Usa propongono per l’area indo – pacifica una sorta di coesistenza fondata sull’ambiguità strategica; distensione, da un lato, laddove non vengano intaccati gli interessi commerciali e di approvvigionamento di materie prime e rifornimento di armi a Taiwan e Giappone dall’altro in funzione anticinese senza però esacerbarne la contraddizione per ora.

Capitolo a parte merita il continente americano che, secondo il documento sulla sicurezza nazionale, dovrà essere oggetto di una rivisitazione della dottrina Monroe, ora rinominata dottrina Donroe. L’obiettivo è sottomettere l’emisfero occidentale ai propri interessi, nel quale Washington rivendica il pieno controllo delle materie prime, del controllo su infrastrutture logistiche, degli scambi commerciali, ecc. Nessuna interferenza è permessa, non solo ai “nemici dell’Occidente”, ma nemmeno ai cosiddetti alleati. Il rapimento del presidente venezuelano Maduro va in questa direzione. La nazionalizzazione del petrolio di Caracas ad opera del governo bolivariano è la pietra angolare dell’offensiva imperialista di Washington, che punta al pieno controllo delle riserve dell’oro nero del paese, obiettivo che sono disposti a raggiungere sottomettendo l’attuale governo di Caracas o tramite un regime change. Trump ha già messo nel proprio mirino Cuba e i governi di Colombia e Messico, rei di portare avanti politiche non allineate con i diktat Usa. Il sequestro delle navi ombra russe è un segnale chiaro per Mosca e in generale per la Cina, incapaci per ora di difendere la propria rete di alleanze quando queste vengono aggredite dagli Usa. Questo indebolisce l’aspirazione dei Brics+ a farsi portatori di un campo di alleanze al riparo dall’imperialismo statunitense.  Ma non solo, le pretese di Washington sulla Groenlandia rientrano nello stesso spartito e fanno entrare nel mirino anche i cosiddetti alleati atlantici. L’uscita dalla crisi dell’imperialismo Usa passa per lo smantellamento del Vecchio Mondo e per le determinazioni storicamente formalizzate sino ad oggi in termini di trattati, accordi e alleanze, anche utilizzando la forma del gangsterismo economico, diplomatico e militare sul fronte esterno. Sul fronte interno si intensificano le mobilitazioni di massa contro l’ICE, le ultime a seguito dell’omicidio di una donna bianca statunitense in Minnesota. Le varie incursioni di questo esercito sotto il diretto controllo del governo centrale nei quartieri popolari, con azioni che ricordano le forze sioniste in Palestina, continuano a riflettere il clima da guerra civile strisciante.

CAOS MULTIPOLARE

L’attuale fase, caratterizzata dalla messa in discussione del vecchio ordine con tutto il suo corollario di alleanze e accordi predefiniti trova il blocco Ue in difesa, nel costante appello “all’ordine internazionale basato sulle regole”, ovvero a quell’insieme di determinazione multilaterali emerse con la fine della Seconda guerra mondiale e poi con l’implosione dell’Urss. Il declino del vecchio ordine si manifesta nelle contraddizioni interne al campo dell’Alleanza Atlantica tra gli Usa e la “Coalizione dei Volenterosi” che unisce Francia, Germania e Gran Bretagna. Il tentativo degli Europei è quello di darsi una “linea comune” nelle relazioni con Washington limitando i danni, tentando di portare il vecchio alleato su posizioni vicine e cercando di coltivare nel riarmo la propria strategia di uscita dalla crisi.

Sul conflitto in Ucraina si manifesta più apertamente questa tendenza, con l’amministrazione Trump disposta a chiudere la partita con Mosca tramite il riconoscimento del Donbass come territorio russo. Tra accordi economici neocoloniali con Kiev e la vendita del proprio gas a Bruxelles, gli Usa hanno portato a casa i risultati sperati segnando un punto di svolta nella politica estera trumpiana in merito alla questione. Francia, Regno Unito e Germania cercano invece di proseguire il conflitto arrivando a proporre lo schieramento delle proprie truppe sul suolo ucraino dopo un cessate il fuoco. Truppe che la Russia ha già dichiarato essere obiettivo legittimo di proprie operazioni, in quanto tentativo della NATO di espandersi sempre più ad est. Questa rappresenterebbe un’escalation che gli USA vogliono al momento evitare, se non che una potenziale vendita della Groenlandia potrebbe essere utilizzata come escamotage per porre Washington in una sorta di “scambio di interesse”.Di fatto, mentre gli USA cercano sempre più di accelerare il processo di “pacificazione” fra Russia e Ucraina, la “Coalizione dei Volenterosi” non può permettere che ciò accada: anche qualora dovesse essere attuato il cessate il fuoco, lo schieramento delle truppe tedesche, francesi ed inglesi sarebbe comunque strategicamente necessario per dare continuità alla costruzione della “minaccia russa per l’Europa”, e quindi alle politiche di riarmo. La fine di tale processo implicherebbe necessariamente una messa in discussione, e crisi, dell’economia di guerra dei paesi europei.

Il multipolarismo di guerra, che nasce dalla crisi sistemica del capitale a livello mondiale e dalla competizione per l’affermazione su scala regionale e globale dei monopoli vecchi e nuovi, tende a tradursi sempre più pesantemente in tendenza alla guerra globalizzata che vede nella corsa al riarmo delle formazioni il suo tratto distintivo, sia come terreno di fuoriuscita dalla crisi, sia come terreno di difesa e affermazione dei propri interessi. È in questa caotica “fine del Vecchio Mondo” che emergono nuove alleanze, riverberi di vecchie contraddizioni mai risolte e una instabilità costante.Pensiamo ad esempio all’affermazione dei BRICS+, ossia quella coalizione di borghesie, provenienti principalmente da Africa, America Latina e Medio Oriente, che, con guida cinese e russa, tentano di costruire un terreno di sviluppo economico al riparo dal blocco atlantista e consolidano maggiormente la sfera di influenza per paesi come quelli del Sahel che hanno sancito la rottura con la Francia dopo i colpi di stato militari in Mali, Niger e Burkina Faso.Ma anche all’interno dei Brics+ le contraddizioni non sono poche, ed anzi, sono espressione lampante del multipolarismo: le formazioni che vi aderiscono non hanno alcuna intenzione di rompere con il campo occidentale né pensano di sostituirsi ad esso. Ad esempio, la Nigeria, che tenta di avvicinarsi economicamente alla Cina, rimane comunque uno dei più fidi alleati degli USA in Africa, permettendo all’imperialismo statunitense di attaccare il proprio suolo. Anche sul fronte orientale assistiamo ad un aggravamento delle contraddizioni con la corsa al riarmo dell’imperialismo giapponese. Ricordiamo che il Giappone non ha un esercito tradizionale, in quanto l’articolo 9 della sua costituzione prevede esclusivamente un esercito di difesa che può agire solo se attaccato in modo diretto. Si comprende quindi come le parole della premier giapponese Sanae Takaichi, nel definire un possibile attacco cinese a Taiwan minaccia esistenziale per il Giappone, siano un punto di svolta: l’esercito sarebbe potenzialmente anche d’offesa, e non più di difesa.

Anche il piano del riconoscimento di uno stato come indipendente o meno viene utilizzato a proprio piacimento: recentemente, “Israele” ha riconosciuto l’indipendenza del Somaliland, regione separatista della Somalia. L’entità sionista è il primo stato a livello globale a riconoscere la legittimità della regione separatista. Il Somaliland è in guerra col governo centrale di Mogadiscio da decenni. Ricordiamo che il governo centrale somalo è un alleato chiave degli Stati Uniti – i quali hanno una presenza militare attiva nel paese – oltre che essere economicamente sostenuto dalla Turchia. Il riconoscimento dell’entità sionista non è casuale: il Somaliland è considerato terreno fertile per deportare i palestinesi sfollati dal genocidio. Ma soprattutto, la regione sta permettendo la costruzione di almeno una base militare sionista per permettere all’occupazione israeliana di egemonizzare la propria presenza sul Mar Rosso ed attaccare in modo più ravvicinato gli Houthi nello Yemen. In cambio, oltre che una formale riconoscenza, “Israele” potrebbe aver ceduto armi avanzate e tecnologia ai separatisti per la loro guerra con Mogadiscio. Ciò avviene mentre l’occupazione israeliana potrebbe essere interessata ai separatisti nel sud dello Yemen che, inizialmente, nel giro di pochi giorni nel mese di dicembre, hanno catturato la totalità dei territori meridionali nel paese e parte dell’est, sottraendoli al governo centrale. Tuttavia, agli inizi di gennaio, gran parte di questi territori sono stati sottratti ai separatisti a seguito di un’offensiva militare saudita e restituiti al governo centrale. Nel medesimo periodo, i separatisti hanno anche annunciato lo scioglimento del proprio organo centrale, sia politico che militare. Dichiarazione smentita da alcuni ufficiali interni, lasciando i connotati della questione ancora poco chiari. Anche questo scenario è espressione diretta del multipolarismo: il governo di Aden è sostenuto apertamente da USA ed Arabia Saudita. I separatisti del sud sono direttamente finanziati dagli Emirati Arabi Uniti. Lo scontro è entrato in una fase diretta: alla fine di dicembre, l’Arabia Saudita ha bombardato due navi degli Emirati con a bordo armi e munizioni destinate ai separatisti. Emirati ed Arabia Saudita avevano fino ad ora collaborato in chiave anti-Houthi e fomentato la guerra civile in Yemen, oltre che essere alleati strategici in Medio Oriente degli USA.

Questi esempi citati mostrano quindi le molteplici facce con cui la crisi e il multipolarismo si esprimono: rotture fra alleanze, riconoscimento della sovranità di stati indipendenti sulla base della mira imperialista di uno specifico paese, apertura a modifica della costituzione di un paese in funzione bellica, potenze imperialiste alleate di forze borghesi e reazionarie avverse ad altrettante potenze alleate. In questa fase, dove i popoli vengono macellati in Palestina, Yemen, Venezuela, Ucraina, Sudan, dove le borghesie occidentali spingono sempre di più allo scenario di guerra parlando apertamente di sacrificio delle masse, dove l’implosione delle contraddizioni palesa la faccia più esplicita di un sistema che privilegia i pochi ormai in conflitto anche fra loro, la via è solo una ed è quella che la Resistenza Palestinese ci sta insegnando: solo i popoli possono essere fautori del proprio destino.

LE MASSE POPOLARI PROTAGONISTE

Il caos del multipolarismo di guerra non manifesta esclusivamente le linee di contatto tra formazioni in lotta per una spartizione del mondo in concorrenza tra loro, ma ci mostra anche gli spazi che si aprono ai popoli nella lotta contro l’imperialismo. Bisogna rifiutare quelle letture “geopoliticiste” che riducono la tendenza alla guerra ad un Risiko tra potenze, a colpi di testa di capi di stato in preda a deliri di onnipotenza o che mettono sullo stesso piano chi cerca di strangolare l’autodeterminazione di un popolo, con chi cerca di resistergli. Dobbiamo cercare e sostenere la tendenza progressiva che traccia una linea contro il nemico principale: l’imperialismo e la tendenza alla guerra mondiale. Un esempio di tendenza progressiva attuale è rappresentato dai colectivos venezuelani: in risposta all’aggressione imperialista statunitense, si è assistito a una loro decisa mobilitazione in chiave antimperialista. Al momento, i colectivos sono l’emanazione del potere popolare in Venezuela che spinge alla resistenza antimperialista con più determinazione. D’altronde, sono proprio le masse venezuelane che decideranno l’esito di questo processo, soprattutto dal momento che Trump non ha optato per un’occupazione militare sul territorio e l’opposizione venezuelana è disgregata e incapace di organizzarsi per prendere il potere.

A tre mesi dall’accordo per il cessate il fuoco a Gaza, gli imperialisti occidentali a guida statunitense e i sionisti, non riescono ancora a livello pratico ad arrivare ad una quadra per quel che riguarda la gestione della Striscia di Gaza. L’inghippo più problematico per gli imperialisti è il ruolo che inevitabilmente ha la Resistenza palestinese. I passaggi chiave del piano di Trump, come il disarmo e la governance provvisoria della Striscia, sono messi in crisi proprio dal fatto che non possono essere fatti piani in Palestina senza tenere conto della Resistenza. Le stesse trattative per la tregua, con gli USA costretti a porsi come garanti e mediatori, non senza contraddizioni con i piani sionisti, sono state di fatto un riconoscimento dei partigiani palestinesi come interlocutori, oltre che un’implicita ammissione del fallimento politico e militare di “Israele” a Gaza. In questo senso la tregua, per quanto finta, instabile e continuamente violata, è da trattare come una vittoria. Va sottolineato, beninteso, che si tratta di una vittoria tattica e non strategica e che la situazione, evitando trionfalismi, è tutt’altro che semplice per il popolo palestinese; ma il fatto che la resistenza, nonostante gli sforzi imperialisti, sia ad oggi tutt’altro che sconfitta, è il dato positivo da rimarcare in questa fase.

Nel resto del mondo, le contraddizioni di classe si acuiscono sempre di più. La crisi di egemonia USA, se da un lato permette alle forze regionali di puntare ad allargare la propria influenza, alimentando conflitti locali, dall’altro diventa anche occasione per le masse oppresse di attaccare le proprie borghesie. Il 2025, infatti, è stato costellato dalle cosiddette “proteste della generazione Z” contro le borghesie burocratiche locali di vari paesi del terzo mondo.In Nepal, a settembre, il divieto di utilizzo di varie piattaforme social è stata la miccia che ha fatto esplodere un’ondata di rivolte nella capitale e non solo. Nei giorni successivi vengono presi di mira politici e funzionari locali a vari livelli, con linciaggi e aggressioni. Dopo giorni di scontri e decine di morti sul campo, le masse nepalesi hanno di fatto costretto il premier Sharma Oli alle dimissioni e fatto sciogliere il parlamento, facendo nominare un governo ad interim fino ad elezioni a marzo.L’ Indonesia, negli ultimi mesi, è stata infiammata da rivolte giovanili contro un insieme di riforme che andava a tagliare la spesa pubblica e ad aumentare i privilegi parlamentari. Le proteste, guidate principalmente dalla componente studentesca, hanno obbligato il governo a fare marcia indietro su alcuni punti e portato alle dimissioni di vari ministri, tra cui quello delle finanze.Continuano poi le rivolte in Bangladesh contro il sistema di quote riservate alle famiglie dei veterani per l’accesso al pubblico impiego, dopo che (com’era prevedibile) non sono stati apportati cambiamenti significativi da parte del governo.A questi casi si aggiungono le Finance Bill Protests in Kenya contro la riforma fiscale, le proteste in Nigeria denominate #endbadgovernance e le rivolte in Mozambico. Continua anche la lotta dei giovani kanaki per l’indipendenza della Nuova Caledonia.

Tutti questi moti hanno come bersaglio principale il sistema di corruzione del proprio paese. Questo ovviamente non è da ricondurre ad un ipotetico senso morale e legalitario dei popoli, ma è da inserire in una lettura di classe. Come detto prima, queste rivolte rappresentano la lotta di masse popolari contro la borghesia burocratica, composta da funzionari statali, politici, polizia, militari, ecc. La corruzione per le borghesie burocratiche in generale, ma in modo particolare nei paesi taglieggiati dall’imperialismo, è una caratteristica strutturale: si potrebbe quasi dire che si reggono sulla corruzione. Questa diventa quindi per le masse un obbiettivo chiaro per colpire le proprie borghesie locali. La corruzione, come elemento che tende ad essere strutturale nelle formazioni governate da borghesie burocratiche, è alla base delle mobilitazioni delle masse che individuano nel sistema di potere che le sostiene e riproduce il nemico principale. La corruzione è anche il terreno fertile per l’imperialismo per penetrare e comprare il consenso di pezzi di questa stessa borghesia burocratica, assumendo dei propri agenti utili ai fini del regime change e dei colpi di mano. Le mobilitazioni in Iran di questi giorni riflettono il copione sopra descritto. Da una parte, le masse oppresse dalla crisi economica, quest’ultima scatenata dalle sanzioni imperialiste e mal gestita dalla borghesia burocratica; dall’altra parte, una coalizione di reazionari e forze imperialiste, con Usa e “Israele” in testa, che aspetta il momento per sfruttare il corpo ferito dell’Iran, rimuovendo il regime degli Ayatollah e insediando un governo prono ai propri diktat.

Un’altra caratteristica comune a tutte queste rivolte è il protagonismo delle masse giovanili. Il termine comunemente usato “Gen Z Protests” sta appunto ad indicare la partecipazione attiva dei giovani nella fascia di età indicativa tra i 15 e i 30 anni, o anche più giovani. I giovani sono infatti i più colpiti dalla crisi e i primi a subire il continuo peggioramento delle condizioni di vita, la disoccupazione e il carovita. Dall’altro lato sono la componente che ha più slancio e determinazione, e dunque la linfa vitale di qualsiasi movimento rivoluzionario. La partecipazione attiva dei giovani in queste rivolte non rappresenta di per sé una novità da un punto di vista storico; movimenti di questo tipo, specie in paesi con età media molto bassa, è normale che si reggano sui giovani. Ma il fatto che masse oceaniche di giovani e giovanissimi in così tanti luoghi del mondo entrino sulla scena politica in modo così impattante, rappresenta un dato importante da registrare. Queste sono le generazioni che verosimilmente determineranno il ruolo delle lotte dei popoli nei prossimi anni di crisi e guerra mondiale.

LA FINANZIARIA DI GUERRA

La manovra economica prevista per il 2026 è una manovra di preparazione alla guerra e si regge su tagli ai servizi pubblici, taglio al welfare e istruzione per far fronte all’enorme incremento della spesa militare. Parallelamente, abbassa il potere di acquisto della classe lavoratrice e prevede un aumento dell’età pensionistica accompagnata da un sistema normativo che ha come timido obbiettivo quello di provare a riempire una cassa previdenziale profondamente deficitaria e svuotata.

Quali interessi di classe siano difesi dalla manovra emerge con chiarezza dalla distribuzione asimmetrica dei benefici destinati quasi esclusivamente a imprese e redditi alti, lasciando strutturalmente irrisolte le condizioni materiali della classe lavoratrice. I quattro punti economici principali presenti sono: taglio dell’aliquota IRPEF dal 35% al 33% (ma solo per i redditi dai 28mila ai 50mila euro), 8 miliardi di euro in sostegno alle imprese attraverso incentivi e sgravi fiscali concentrati nell’area dell’industria 4.0, rafforzamento della Legge Fornero con dirottamento del TFR dei neoassunti nella cassa previdenziale, e per ultimo un intervento economico finto e debole per quanto riguarda gli impianti ILVA.La manovra 2026 punta ad aumentare i capitali dei proprietari industriali, agevolando i finanziamenti per accelerare i processi produttivi senza nessun vincolo ridistribuivo del profitto per quanto riguarda stato occupazionale e salario.

La logica è chiara: socializzazione dei costi degli investimenti e privatizzazione dei profitti. L’aumento delle retribuzioni viene completamente scaricato sulla capacità dei lavoratori di organizzarsi e lottare.Sul fronte previdenziale, la manovra mostra un ulteriore elemento di continuità con le politiche di austerità. L’aumento di 20 euro delle pensioni minime rappresenta un intervento puramente simbolico, che non incide sulla povertà. Al contrario, il rafforzamento della Legge Fornero, l’innalzamento progressivo dell’età pensionabile, il congelamento del riscatto agevolato della laurea, l’eliminazione di forme di pensionamento anticipato e il tacito dirottamento del TFR in fondo pensione dei neoassunti colpiranno direttamente i lavoratori e le lavoratrici, soprattutto quelli con carriere discontinue e salari bassi.

Il quadro si completa osservando le priorità settoriali della spesa pubblica. Mentre il governo stanzierà miliardi per favorire le industrie belliche e spianare la strada a un mercato di guerra, dedicherà a mala pena 100 milioni per mantenere operativi gli ex impianti ILVA fino a febbraio 2026 in vista della conclusione della gara di appalto. Non si tratta di una scelta industriale atta alla reintegrazione sia della produttività che dei lavoratori, ma è il risultato delle mobilitazioni dello scorso novembre degli operai ILVA di Genova e di Taranto che si sono opposti alla chiusura degli stabilimenti. Questa miserissima misura inserita nella manovra del 2026 non ha lo scopo di mantenere i posti di lavoro degli operai visto che il 75% dei fondi sarà destinata alla cassa integrazione e nemmeno alla messa in sicurezza o al mantenimento degli impianti. L’ obbiettivo è tenere ben tranquilla la situazione congelando il conflitto sociale attraverso una finta ripresa operativa.

Come la manovra 2025 rispondeva agli obbiettivi NATO di aumentare la spesa per la difesa, anche a questo giro la manovra è la carta economica giocata dalla classe dominante per affrontare la crisi del capitale attraverso la guerra: la spesa militare sarà di 31,2 miliardi con un aumento del 7,2% rispetto a quanto previsto nel 2025 e rappresenta più del 5% del bilancio dello stato. Questi soldi sono stati presi dai tagli ai ministeri gravando sui finanziamenti ai servizi pubblici, il cui aumento è stato letteralmente nullo, se non più basso rispetto al 2025 calcolando l’inflazione. Non solo il governo ha deciso di dedicare una quantità di soldi mostruosa alla spesa militare, ma ha anche dirottato il 41% dei fondi industriali del periodo 2026-2028 alla crescita delle industrie belliche dove Leonardo e Fincantieri sono indicate come le principali società beneficiarie (contratti di produzione, appalti e finanziamenti alla ricerca interna e asili aziendali). La legge di bilancio punta quindi a rafforzare il ruolo delle imprese nella politica industriale strategica – quella bellica ad alto contenuto tecnologico – con lo scopo di rendere fertili gli investimenti in questo settore. Degna di nota è la presenza in bilancio di un accordo di fatto unilaterale tra il Ministero dell’Interno e alcuni dei principali gruppi dell’economia italiana (Eni, Intesa Sanpaolo, Fincantieri e Leonardo) che promuove la creazione di asili nido aziendali. Tale impostazione finisce per garantire forme di welfare selettivo, privato ed esclusivamente dedicato alle famiglie con occupazione nelle imprese ritenute strategiche per il futuro di guerra del paese. Si finanzia così la futura aristocrazia operaia.

Il governo presenta un aumento della spesa per diritto allo studio (+200 milioni), ma le risorse non compensano l’inflazione e non incrementano né borse né beneficiari: cresce il numero di idonei non beneficiari per mancanza di fondi reali negli atenei. I finanziamenti alla ricerca risultano vincolati a obiettivi “strategici”, in particolare militari e dual-use, favorendo imprese private. La spesa militare resta circa tre volte quella per università e ricerca. Anche la sanità non vede aumenti reali: le risorse coprono solo inflazione e tagli passati, mentre si rafforza il settore privato e assicurativo, spingendo verso una progressiva privatizzazione del servizio pubblico. Nel suo insieme, la manovra 2026 è una manovra di classe, che rafforza il potere economico e politico della borghesia in tutte le sue sfaccettature, scarica i costi della crisi sulla classe lavoratrice e utilizza lo stato solo come strumento di organizzazione del capitale in funzione di una fase storica segnata dalla sua crisi risanabile solo attraverso la guerra. Solo così la nostra borghesia imperialista potrà garantirsi la continuità dei propri profitti sulla pelle dei lavoratori e lavoratrici.

TENTATIVI DI COSTRUZIONE DELLA MOBILITAZIONE REAZIONARIA

Davanti alle oceaniche mobilitazioni di massa per la Palestina e contro la guerra, il governo ha deciso di rispondere articolando diversi strumenti, finanche quello di costruire una mobilitazione reazionaria che rompesse l’egemonia che le piazze per la Palestina stavano costruendo. Va sottolineato come in tutti i tentativi di mobilitazioni reazionarie degli ultimi anni (piazze atlantiste, sioniste, securitarie) l’obiettivo della borghesia sia sempre rimasto lo stesso: difendere l’economia di guerra e legittimarne tutte le manovre repressive applicate. Va anche detto che questi tentativi non sono andati a segno. Dopo il fallimento del tentativo da parte della sinistra borghese di creare una diretta partecipazione delle masse alla propaganda bellicista, culminato con la chiamata della Piazza per l’Europa, che ha visto una timida partecipazione dell’elettorato del centro sinistra, data la completa assenza di settori giovanili non si possono registrare particolari decolli di mobilitazioni reazionarie.Questo non significa che non ci saranno nuovi tentativi: le masse vanno preparate alla guerra in ogni modo possibile, e il fatto che queste sono scese in campo mobilitandosi contro i piani dell’imperialismo occidentale è un problema da risolvere per la borghesia.

Tuttavia, un elemento che ha caratterizzato una prima risposta alle mobilitazioni scoppiate dopo il 7 ottobre 2023, e soprattutto nell’ultimo periodo, è stata l’individuazione di un nemico interno. La necessità è stata quella di colpire uno dei principali soggetti protagonisti delle piazze per la Palestina: le comunità arabo e afrodiscendenti e, in particolare, i giovani di seconda generazione e in generale con background migratorio. Con questi obiettivi è partita la “caccia al maranza”, con tentativi di ronde nei quartieri popolari, rinfocolando l’islamofobia e creando un clima nel quale reazionari di ogni risma hanno trovato uno spazio. Tra questi, anche le forze neofasciste ringalluzzite con la parola d’ordine della Remigrazione, con aggressioni alle occupazioni studentesche e provocazioni nelle scuole scortati dalle forze dell’ordine. Le loro azioni hanno offerto un terreno perfetto al governo per indebolire le mobilitazioni di massa, dandogli il pretesto per intervenire con denunce e repressione. L’importanza di questi piccoli rigurgiti reazionari non è stato tanto il loro impatto, quanto la creazione di un clima utile al governo per portare avanti pesanti pacchetti sicurezza e disegni di legge volti a criminalizzare la lotta antisionista, sui quali si è velocemente allineato anche il centro sinistra.

Tutto questo si rende evidente con il tentativo di espulsione e il trasferimento in CPR dell’imam di Torino Mohammed Shahin a novembre, insieme all’arresto di Hannoun e altri membri dell’API a fine dicembre. Questi atti repressivi sono infatti spinti da entrambe le sponde della borghesia: se da destra vengono propagandati come lotta all’islamismo in ottica securitaria, la sinistra borghese si nasconde timidamente dietro le accuse di antisemitismo. In realtà la volontà è quella di attaccare frontalmente il movimento antisionista che recentemente ha messo in seria difficoltà il governo e la borghesia. Come nel caso del DDL Gasparri e nella proposta di legge Delrio che hanno lo scopo di chiudere ogni spazio di agibilità politica.

La difficile applicazione delle misure repressive del Dl Sicurezza volte a blindare il fronte interno mostrano la vulnerabilità del governo Meloni: basti pensare al blocco stradale compiuto dai metalmeccanici a Bologna o agli innumerevoli blocchi delle mobilitazioni in solidarietà alla Sumud Flotilla, sui quali lo stato ha dovuto soprassedere in larga misura. Questo non significa una capitolazione dell’apparato repressivo: invece, le scorse settimane hanno dimostrato che non c’è stata nessuna amnistia generale. Piuttosto, i magistrati e la questura hanno scelto di presentare il conto in una “soluzione dilazionata e mirata” alle avanguardie per il loro ruolo nelle mobilitazioni per la Palestina, onde evitare una recrudescenza delle stesse mobilitazioni. Basti pensare alle denunce per blocco stradale a Ravenna, alle misure cautelari emesse (con tanto di fanfara istituzionale!) a Catania, allo sgombero dell’Askatasuna. La strategia repressiva è chiara: colpire i protagonisti e le pratiche che hanno contraddistinto le lotte degli ultimi mesi.

MASSE IN MOVIMENTO

Dalle mobilitazioni di settembre sino ad ora, è innegabile che le masse abbiano dimostrato un grado di protagonismo inedito nell’ultimo decennio. Sebbene rispetto allo sciopero nazionale del 4 ottobre si deve registrare un calo a livello quantitativo nelle piazze, bisogna anche prendere atto di un innalzamento qualitativo della partecipazione. Due esempi plastici a proposito sono stati i cortei del 18 ottobre della GKN e quello del 4 dicembre degli operai ILVA a Genova. In queste due piazze, abbiamo visto la dimostrazione del potenziale che la mobilitazione della classe operaia ha di intaccare direttamente gli interessi della nostra borghesia imperialista. In entrambi i casi si è assistito ad una volontà di mantenere una presenza conflittuale, in continuità con le parole d’ordine e con le pratiche che hanno caratterizzato le piazze in solidarietà con la Resistenza Palestinese. Ciò è stato possibile dal momento che la Resistenza Palestinese, e la mobilitazione in solidarietà ad essa, ha aiutato le masse ad identificare il loro nemico, rafforzandone la determinazione in contesti di piazza e facilitandone poi l’organizzazione. A questo proposito, gli scioperi generali del 29 novembre e del 12 dicembre hanno rappresentato dei momenti importanti per provare a intercettare la classe lavoratrice e rilanciare la lotta contro l’imperialismo nostrano, in primis attaccando la nuova finanziaria. Tuttavia, la scelta da parte dei sindacati di chiamare due scioperi ha sicuramente depotenziato l’iniziativa. Il dato evidente è che la lezione del 3 ottobre non è stata imparata. Ma d’altra parte non ci si deve aspettare che siano le “segreterie sindacali” a superare il proprio settarismo sedendosi attorno ad un tavolo. È il protagonismo delle masse che le deve costringere a farlo.Inoltre, un fattore importante nel riflusso degli scioperi post 3 ottobre è da rintracciarsi nel mutamento del bersaglio. Infatti, mentre la solidarietà all’iniziativa della Global Sumud Flotilla era percepita come un terreno di possibile vittoria, lo scontro sulla finanziaria è apparso fin da subito come distante e futile, finendo dunque per coinvolgere solo le componenti più militanti all’interno dei sindacati.

La partecipazione alle piazze è da intendersi come un punto di partenza e non di arrivo: bisogna usare questi momenti come terreno di inchiesta e quindi come volano per costruire dei rapporti più organici con la classe sui posti di lavoro. A questo proposito, sono due le costanti che ci portiamo dietro dagli ultimi mesi: la centralità dell’identificazione chiara del nemico di classe nelle mobilitazioni di massa e la guerra come punto debole del governo. Difatti, questi due punti sono complementari, poiché la lotta alla guerra imperialista è diventata una delle parole d’ordine che ha fatto capolino nelle piazze e negli scioperi degli ultimi mesi. Nonostante il momento di relativo reflusso, questo paradigma rimane valido e deve continuare a guidare la nostra azione.

La risposta repressiva, per quanto possa incutere timore, non fa altro che riconfermare che il legame tra la Resistenza palestinese, la tendenza alla guerra e le sue ricadute sul proletariato aprono ad uno spazio politico che rappresenta il tallone d’Achille del governo. E non è solo il governo a non riuscire a colmare questo spazio: anche la sinistra borghese e le forze neoriformiste stanno faticando. È proprio in questo spazio d’azione che i comunisti devono continuare a muoversi, per rinsaldare quanto è stato raccolto nelle mobilitazioni degli ultimi mesi e per far tremare le stesse classi dirigenti, che a fronte delle contraddizioni della guerra sul fronte interno rispondono parlando di “poveri comunisti”, dimostrando di fatto che iniziano a temere che uno “spettro che si aggira per l’Europa”. Dopotutto, la possibilità che i comunisti saldino la mobilitazione contro la guerra ai posti di lavoro – come dimostrato a Genova – è la prospettiva più inquietante per la borghesia imperialista in questa fase.

La “fine del vecchio ordine” e la tendenza alla guerra possono far paura e possono spingerci a difendere il salvabile, ma nella fine del vecchio mondo si aprono le crepe per costruirne un altro. È in questa fase gravida di contraddizioni che i comunisti devono imparare ad organizzarsi e dotarsi di strategia e organizzazione rivoluzionaria per farla finita con questo sistema di misera e barbarie.