Antitesi n.15Imperialismo e guerra

Il “Diluvio di al Aqsa” e il diluvio universale

Con la Resistenza Palestinese, per la vittoria sull’imperialismo

“Imperialismo e guerra” – inserto di Antitesi n.15 chiuso in redazione il 19/11/23


Abbiamo deciso di integrare la diffusione del numero 15 della rivista, con un articolo di analisi e approfondimento incentrato sulla Palestina, vista l’importanza degli avvenimenti in corso. A spingerci è la volontà di orientare la pratica politica dei compagni e delle compagne in un momento nel quale la lotta del popolo palestinese ha assunto un ruolo globale centrale. Naturalmente, elaboreremo ulteriormente la nostra visione delle cose anche alla luce di una realtà continuamente mutevole, al tempo stesso con la consapevolezza che proporre una lettura del “qui e ora” significa darsi la possibilità di prendervi parte come comunisti e, nel raffrontarsi man mano con lo sviluppo concreto, accumulare la forza di incidervi in senso rivoluzionario. [1]

“Io sono la Fenice: la Stella del Mattino”. Come l’animale mitologico della Fenice, capace di risorgere nel fuoco dalle proprie ceneri dopo la morte, così all’alba del 7 ottobre le forze della Resistenza Palestinese hanno condotto un’offensiva destinata a rimanere impressa nella storia.
Gaza, da prigione a cielo aperto, è diventata la base dalla quale far partire l’Operazione chiamata “Diluvio di al Aqsa”, cogliendo di sorpresa le forze militari israeliane, sbaragliandone le difese e affondando come un coltello nel burro nei villaggi dei coloni che circondano la striscia, permettendo la cattura di molti prigionieri, uno degli obiettivi principali dell’Operazione.
Questo evento epocale, destinato a cambiare la storia del Medio Oriente, è la prova provata delle capacità di colpire il nemico sionista da parte delle masse popolari palestinesi nel contesto della loro decennale guerra di liberazione. A nulla è servita la superiorità militare e tecnologica sionista nel prevenire tale operazione: le masse popolari palestinesi giovanili in Cisgiordania, con la loro guerriglia partigiana degli ultimi anni, hanno tenuto impegnato una fetta importante dell’esercito e dei servizi segreti, permettendo la costruzione dell’articolata operazione militare squisitamente palestinese, da Gaza. I sionisti si illudevano che Gaza, sotto assedio dal 2006 e prostrata da ripetute aggressioni militari, non avesse più la capacità di reagire a questo accerchiamento genocida. Hanno sottovalutato il fatto che, la città, nonostante fosse circondata e sottoposta ad embargo, fosse di fatto una base di appoggio della guerra di liberazione – secondo la teoria della guerra popolare di Mao Tse Tung – poiché controllata dalla Resistenza e impraticabile agli occupanti.
È bene infatti ribadire, a chi crede complottisticamente che questa operazione sia stata avallata dal Mossad o dallo Shin Bet per giustificare l’attacco a Gaza, che essa è stata interamente progettata, organizzata ed eseguita dalla Resistenza Palestinese, in tutte le sue articolazioni, forme politiche, militari ed organizzative, peraltro con un pesante tributo di partigiani caduti in battaglia. Il delirante pensiero secondo cui dietro vi siano i servizi israeliani che avrebbero costruito questo perverso piano per avere la scusa per attaccare la popolazione di Gaza, riflette la capacità imperialista di penetrare ideologicamente all’interno dei nostri spazi, rendendo impossibile immaginare che le masse popolari siano capaci di sferrare un tale colpo al nostro nemico, ingigantendolo a moloch onnisciente ed onnipotente: non è così, i mostri, per quanto grandi e terribili, possono essere colpiti.
Vanno criticate le posizioni opportuniste che predicano la “scorrettezza etica” della Resistenza Palestinese e di Hamas in particolare, ribadendo come ogni popolo debba scegliere i mezzi e i modi per la sua liberazione, come il colonialismo di insediamento si combatta colpendo i coloni insediati (e non con le belle parole). Bisogna inoltre rivendicare l’unità della Resistenza Palestinese [2] nella lotta all’occupante, pur dando voce principalmente alla sinistra rivoluzionaria palestinese, in particolare al Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (Fplp). Certamente dobbiamo denunciare il massacro di civili inermi in corso a Gaza, ma non dobbiamo mai cedere alla propaganda vittimistica: il popolo palestinese è un popolo resistente e combattente che insegna ai popoli di tutto il mondo la via della liberazione. Gaza rischia di essere per i sionisti quello che è stata Stalingrado per i nazisti, mentre i razzi continuano a piovere sugli insediamenti coloniali e la Cisgiordania diventa anch’essa, di giorno in giorno, un campo di battaglia.
Insomma, l’attacco del 7 ottobre e l’intera Operazione “Diluvio al Aqsa” hanno ancora una volta dimostrato che l’imperialismo è, in ultima analisi, una tigre di carta e la vera forza risiede nei popoli in lotta.

La crisi del regime sionista

“È il momento della verità: vincere o cessare di esistere”. Lo ha detto il premier “israeliano” Benjamin Netanyahu nel discorso alla nazione del 29 ottobre. Questa frase è la cruda sintesi della situazione in cui si trova il sionismo nel momento attuale.
La forma del colonialismo da insediamento presuppone la sconfitta, lo sterminio e la deportazione del popolo preesistente: è questa la vittoria necessaria. Ma è una vittoria che l’entità sionista e il suo feroce regime di occupazione non è riuscita a realizzare in più di 75 anni di occupazione, né con la linea della normalizzazione dell’oppressione perseguita dalla componente “democratica”, né con quella fascista della negazione completa del diritto di esistenza del popolo palestinese.
Queste due linee divergenti nella società sionista mostrano le difficoltà in cui si dibatte l’occupazione, tra l’evidenza che non è possibile procedere normalizzandola, dato che l’obiettivo della stabilizzazione si è via via mostrato sempre più ipocrita oltre che illusorio, e la volontà, razzista e genocida, di portare avanti una “soluzione finale” contro il popolo palestinese per debellarne la lotta di liberazione.
L’Operazione “Diluvio di al Aqsa” ha infatti mostrato inequivocabilmente il carattere indomito della Resistenza del popolo palestinese. Una Resistenza di un popolo intero che ha alimentato e unificato l’avanguardia combattente, rendendo possibile la sortita con la rottura militare del pluridecennale accerchiamento sionista di Gaza. Questo fatto ha messo in luce la debolezza del regime di occupazione: una debolezza politica, culturale, ideologica e anche militare.
I fatti, molto più di qualsiasi propaganda, hanno la testa dura. Un’occupazione che dopo più di 70 anni non è riuscita a soggiogare il popolo dominato corre ancor di più oggi il rischio di essere un’occupazione fallita. È in questo scenario, da incubo strategico per l’entità sionista, che vanno ricercate le ragioni della crisi istituzionale dell’ultra decennale regime di Netanyahu, con la ripetuta discesa in piazza di centinaia di migliaia di “israeliani” contro il loro governo. Sebbene, la questione palestinese non sia emersa formalmente nell’ambito dello scontro politico che, nell’ultimo anno, ha spaccato in due la classe dirigente e la società sionista sulla riforma giudiziaria, in realtà ne è alla base. La linea dell’ultimo governo Netanyahu fin dal suo insediamento è quella del drastico rafforzamento dell’esecutivo a scapito del cosiddetto equilibrio dei poteri, tanto caro alla prosopopea democratica di cui si ammanta l’ipocrisia imperialista.
Al netto del conflitto di interessi (in relazione ai processi per corruzione a cui è sottoposto Netanyahu) la riforma è in realtà in linea con la tendenza che caratterizza negli ultimi decenni le trasformazioni istituzionali delle cosiddette società aperte dell’occidente. Qui la borghesia imperialista per far fronte alla sua crisi di egemonia è costretta ad accelerare il processo di sviluppo della fascistizzazione strisciante che chiamiamo autoritarismo imperialista. Le riforme delle leggi elettorali in senso maggioritario, la subalternizzazione dei parlamenti agli esecutivi, il rafforzamento del controllo dell’esecutivo sulla magistratura, le strette securitaio-repressive e l’istituzione di stati di emergenza per comprimere diritti civili e libertà di espressione (vedi gestione autoritaria della pandemia), sono le manifestazioni concrete di questa tendenza. Tendenza che ritroviamo anche nella riforma costituzionale che vuole attuare il governo Meloni con l’istituzione del premierato.
Nel caso del regime sionista oggi questa è una scelta obbligata per tenere in piedi e continuare sviluppare l’occupazione, con sempre nuovi insediamenti di coloni e reprimendo i palestinesi. Solo un governo via via più autoritario può gestire un processo di continua espansione coloniale e una condizione di guerra continua con buona parte dei paesi vicini (Siria, Libano, Iran…).
Questa condizione dettata dalla natura coloniale dell’entità sionista è stata la vera forza dell’opzione reazionaria del fascista Netanyahu, alimentata dalla spinta dei coloni stessi i cui partiti sono elemento fondamentale dell’attuale maggioranza governativa. Però grazie alla Resistenza di un intero popolo, quello palestinese, la svolta reazionaria non è indolore, con la conseguenza che la società sionista ne risulta spaccata. Una spaccatura che, dopo i primi giorni di ricompattamento mediatico dopo il 7 ottobre, riemerge anche ora, nella guerra, focalizzandosi sulla questione delle centinaia di prigionieri in mano alla Resistenza e sul loro destino, tra la linea criminale del loro sacrificio, costo considerato necessario per proseguire nel genocidio del popolo palestinese, e quella favorevole alla trattativa per la loro liberazione tramite scambio con i prigionieri palestinesi, sequestrati nelle carceri sioniste.
È grazie all’azione della Resistenza infatti che occupazione non fa rima con democrazia. La cosiddetta “unica democrazia del Medioriente”, come la borghesia imperialista del blocco atlantico ama definire la sua super colonia sionista, si trova da tempo di fronte alla necessità di sacrificare l’ipocrita formalità democratica per riuscire a mantenere l’occupazione. In realtà la consapevolezza criminale di Netanyahu è ben presente fin dall’inizio del progetto sionista, come chiarisce nel 1923 il loro teorico e fondatore Vladimir Jabotinsky: “Il sionismo è un’avventura di colonizzazione e quindi sta in piedi o cade per un problema di forza armata. È importante parlare l’ebraico, ma, purtroppo, è ancora più importante saper sparare, altrimenti ho finito di giocare alla colonizzazione. Al rimprovero trito e ritrito che questo punto di vista è immorale, rispondo: assolutamente falso.
Questa è la nostra etica. Finché ci sarà la minima scintilla di speranza per gli arabi di contrapporsi a noi, non venderanno queste speranze, non per certe parole suadenti né per per qualsiasi boccone saporito, perché i palestinesi non sono un plebaglia, ma un popolo, persone viventi. E nessun popolo fa concessioni così enormi su simili questioni fatali, tranne quando non c’è più speranza, finché non abbiamo rimosso ogni apertura visibile nel muro”. [3]

Il contesto mediorientale: Iran e Arabia Saudita

L’Operazione “Diluvio di al Aqsa” cade in un momento proficuo per lo sviluppo della lotta contro l’imperialismo Usa nella regione, in quanto anche il Medio Oriente vede un’importante perdita di egemonia delle formazioni occidentali. L’operazione della Resistenza Palestinese si pone, quindi, in dialettica da un lato con le possibilità date dal contesto di crisi egemonica del blocco imperialista finora dominante, e dall’altro con la necessità di agire per la propria sopravvivenza, necessità dettata dalla tendenza alla fascistizzazione del sionismo.
Un primo importante segnale del mutamento del contesto regionale è dato dal fatto che i nemici storici della Repubblica Islamica dell’Iran e il regno dell’Arabia Saudita entreranno assieme nei Brics nel gennaio 2024, insieme ad altri quattro paesi che principalmente appartengono al Tricontinente (Argentina, Egitto, Etiopia e Emirati Arabi Uniti). [4]
Per l’Iran “la piena adesione al gruppo delle economie emergenti del mondo è uno sviluppo di portata storica e una conquista strategica per la politica estera” sostiene Mohammad Jamshidi, rappresentante degli affari politici per la presidenza iraniana.
Forti del rapporto consolidato con Russia e Cina e sfruttando la perdita di egemonia dei nemici storici, gli islamisti iraniani danno il pieno appoggio alla Resistenza Palestinese, collocandola assieme al vasto fronte di forze che dirigono in Medio Oriente contro l’egemonia statunitense, dal Partito di Dio in Libano alle Forze Armate Yemenite. Tale fronte, denominato Asse della Resistenza, è l’unica forza che sta dando sostegno concreto, sul piano militare, ai combattenti palestinesi, attaccando “Israele” da più lati: dalla Siria, dal Libano, addirittura dallo Yemen… L’Iran inoltre è riuscito a sventare, negli anni, i continui tentativi statunitensi, sionisti e degli stessi monarchi sauditi di farlo precipitare nella guerra civile, attraverso la promozione di “rivoluzioni colorate”.
Per il regno saudita, invece, l’ingresso nei Brics rientra in un processo di ristrutturazione delle relazioni internazionali e dell’integrazione economica con il blocco atlantico: già nel 2022 l’interscambio commerciale coi paesi emergenti risultava raddoppiato rispetto al 2017, da 81 a 160 miliardi di dollari. [5] Di fatto, venuto progressivamente meno il predominio statunitense a livello regionale e globale [6] per il regime saudita aumenta l’importanza di costruire un tessuto di relazioni economiche e politiche con le altre formazioni imperialiste.
Il grande attore esterno della pacificazione tra Riad e Teheran è la Cina, potenza particolarmente dipendente dal petrolio mediorientale e quindi interessata a stabilizzare l’area cruciale del Golfo Persico. La Cina vuole presentarsi nel Medio Oriente come “potenza pacificatrice” dei conflitti perché è realmente interessata a sfruttarne le risorse e allo sviluppo dei propri investimenti capitalistici nell’area, occupando gli spazi persi dagli Stati Uniti, ma differenziandosi anche dalla posizione russa, espostasi bellicosamente con l’intervento militare a sostegno del regime siriano.
Oltre alla spinta cinese, la monarchia saudita è andata verso la pacificazione con Teheran a causa del fallimento della sua campagna militare in Yemen, svoltasi dal 2015 proprio per impedire che forze filo iraniane conquistassero il potere politico nel paese confinante e condotta anche su procura statunitense. Nonostante la feroce aggressione condotta dal regime di Riad e dagli Emirati Arabi Uniti, l’avanzamento del cosiddetto Governo di Salvezza Nazionale, di cui il movimento filoiraniano dei Partigiani di Dio è la componente determinante, è arrivato a esercitare l’autorità diretta sull’85% della popolazione. [7]
Si sono così delineate le condizioni per rompere l’isolamento forzato tra le due potenze regionali islamiche voluto dalla linea statunitense-sionista, colpevole di fomentare lo scontro causando ripercussioni a cascata sulla stabilità politica delle aree periferiche e sulle condizioni di vita delle masse popolari che le abitano.
La pacificazione tra Riad e Teheran ha aperto alla ricomposizione del conflitto in Yemen: da qualche mese il governo di Riad partecipa a negoziati riservati con le fazioni filoiraniane, escludendo dalle trattative i propri burattini del governo in esilio. [8]
Il Qatar può oggi svolgere il proficuo ruolo di Stato cuscinetto tra Arabia Saudita e Iran, dopo che per anni Riad lo aveva aggredito politicamente ed economicamente per disciplinarlo all’interno del fronte delle monarchie sunnite, tentando di imporgli, in quella fase, l’allineamento sulla posizione antiraniana. Tale ruolo può essere ancora più significativo, per le dinamiche regionali, se pensiamo che Doha ospita la direzione politica di Hamas, e il paese, per la sua posizione ambivalente di alleato degli Usa, ma sostenitore della causa palestinese, sta divenendo uno dei soggetti chiamato alla mediazione tra l’entità sionista e la Resistenza.

La tendenza alla guerra regionale

Un altro paese importante per capire l’attuale situazione regionale è rappresentato dalla Repubblica dell’Iraq, dove l’insorgenza sunnita affiliata allo Stato Islamico è stata sconfitta, ma a raccogliere i frutti della vittoria non sono stati gli Usa, la cui perdita egemonia nel paese è sempre più evidente, bensì le forze sciite filoiraniane. Ciò si è reso evidente con le ritorsioni subite dagli Usa in Iraq dopo l’avvio della rappresaglia “israeliana” contro il popolo palestinese. I contingenti statunitensi presenti nel paese a difesa delle basi militari e dei giacimenti petroliferi stanno ricevendo continui attacchi per mano della milizia sciita denominata Resistenza Islamica in Iraq.
Anche in Siria, le basi degli occupanti statunitensi, nel nord-est del paese, vengono continuamente bersagliate da milizie filoiraniane che hanno il sostegno del regime siriano, uscito in larga parte vincitore dalla guerra civile, avendo confinato i ribelli sunniti nella provincia di Idlib, anche grazie al sostegno di Teheran (che ha inviato combattenti e mobilitato i gruppi armati sciiti) e all’intervento russo.
I regimi sunniti che avevano sostenuto l’insurrezione contro “l’infedele alauitasciita” Assad hanno dovuto reintegrare la Repubblica di Siria nella Lega Araba, dopo ben 12 anni dall’espulsione. Una Damasco che è contraria ad ogni normalizzazione con l’entità sionista (che occupa dal 1967 le alture del Golan, territorio siriano) e sostiene la Resistenza Palestinese e Libanese e all’interno della Lega Araba spinge per la rottura con il regime di occupazione.
La più grande sconfitta militare sul campo agli Usa è stata però inflitta nei vent’anni di guerra in Afghanistan, che ha nuovamente mostrato l’impossibilità, per gli eserciti imperialisti, di condurre operazioni di occupazione vincenti sul lungo periodo. Una lezione che ora gli Usa stanno cercando di far intendere ai sionisti, spingendo per far desistere Netanyahu dal decidere di occupare Gaza in termini indefiniti.
La sconfitta dei piani statunitensi di egemonia in Iraq, di distruzione della Siria e dell’Iran, di aggressione dello Yemen per interposta persona dei sauditi e di occupazione dell’Afghanistan, ha ampiamente contribuito al miglioramento delle relazioni tra le diverse borghesie della regione. In definitiva, il fallimento della guerra al “terrorismo e agli Stati canaglia” ha aperto una fase di miglioramento delle relazioni interborghesi nell’area. I sauditi, che si erano accodati alla campagna guerrafondaia guidata dagli Usa, hanno preso atto del suo fallimento e hanno dovuto fare “buon viso a cattivo gioco” rispetto all’Iran e ai suoi alleati nella regione.
Inoltre, il processo di integrazione economica della regione nel crescente alveo imperialista dei cosiddetti paesi emergenti (Russia e Cina in primis), pone le basi per uno sviluppo regionale libero dalla direzione di borghesie compradore totalmente subordinate agli interessi dell’imperialismo occidentale.
Persino nel fronte del conflitto intersunnita successivo alle “primavere arabe”, tra la Repubblica di Turchia e quella d’Egitto, vi è stato un raffreddamento della tensione. I rapporti tra i due Stati erano diventati particolarmente tesi nel 2013 dopo il rovesciamento dell’allora presidente Mohamed Morsi, appartenente al movimento dei Fratelli musulmani e sostenuto da Ankara, e il successivo insediamento dell’attuale presidente al Sisi. Oggi invece, l’esaurirsi della fase di rivolte nel mondo arabo, cavalcate dalla Turchia, e lo sviluppo di progetti energetici comuni tra i due paesi hanno aiutato a porre le condizioni per un riavvicinamento. Nonostante persistano evidenti attriti in Libia, l’integrazione economica tra i paesi continua ad aumentare e il volume degli scambi bilaterali ha raggiunto i 7,7 miliardi di dollari nel 2022, aumentando del 14% rispetto all’anno precedente. [9]
Tuttavia, questi due Stati hanno avviato negli ultimi anni anche un processo di distensione politica con l’entità sionista, che rappresenta un importante partner economico per entrambi e della quale condividono, pur non dichiarandolo apertamente, l’ostilità antiraniana. Per quanto riguarda la Turchia, però, tale processo si è gravemente interrotto con l’attuale aggressione a Gaza, che ha costretto Erdogan a prendere una posizione formale a favore della Resistenza Palestinese, pena la perdita di ogni influenza nel campo islamista sunnita, campo sul quale egli punta come strumento per i propri interessi regionali. Si pongono così le condizioni potenziali per esacerbare lo scontro di interessi tra Ankara e Tel Aviv sul piano regionale.
In linea con la sua posizione di subordinazione all’imperialismo occidentale, l’Egitto collabora con l’entità sionista e ha fortemente militarizzato parte del confine con il territorio palestinese.
La riluttanza del governo golpista di al Sisi ad aprire il valico di Rafah risponde oggi alla stessa linea che, nel 2015, lo spinse ad inondare e distruggere i tunnel sotterranei che collegano i due confini. [10] Infatti, se l’Egitto permettesse la libera circolazione dei rifornimenti e dei mezzi di soccorso favorirebbe direttamente la Resistenza, palesando una presa di posizione contro l’occupazione sionista; al contempo non può nemmeno permettersi di avvallare la deportazione di milioni di palestinesi che comporterebbe oltretutto gravi conseguenze sulla stabilità politica del fronte interno e, in particolare, della penisola del Sinai.
Nella parte opposta dei confini stabiliti dal regime di occupazione, vi è il Libano, il cui regime di quote confessionali è stato profondamente destabilizzato dalla crisi economica e dagli attacchi finanziari degli Usa, diretti a punirlo per i profondi legami della propria borghesia nazionale sciita con quella al potere in Siria e Iran. Ciò nonostante, Hezbollah, in riposta alla rappresaglia sionista, ha da subito ingaggiato scontri con gli invasori, costringendoli a rinforzare il fronte settentrionale. La partecipazione attiva al conflitto è stata ribadita il 3 novembre dal segretario generale Sayyed Hassan Nasrallah, secondo il quale il fronte libanese è riuscito ad attirare un terzo dell’esercito sionista, la metà delle capacità navali e un quarto dell’aeronautica militare. “La vittoria di Gaza è un interesse nazionale egiziano, giordano, siriano e libanese”.
Nel complesso, dunque, quello che si delinea è un quadro molto diverso rispetto a qualche anno fa, nel quale oramai l’influenza iraniana sull’intera regione è un dato giocoforza accettato anche dalle borghesie arabe, ma ovviamente non dai sionisti.
Quest’ultimi puntavano ad un patto di normalizzazione con il regime saudita, che avrebbe dovuto essere formalizzato nel periodo attuale, sulle orme di quelli già conclusi da parte di Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco, i cosiddetti “accordi di Abramo” del 2020. Tali accordi sono stati l’ultima infame iniziativa dell’imperialismo statunitense, per quanto riguarda la regione mediorientale, prima che Washington riservasse le sue attenzioni prioritarie sull’Europa, in funzione antirussa, e sull’Asia orientale, in funzione anticinese.
Ebbene, l’Operazione del “Diluvio di al Aqsa” irrompe su ogni prospettiva di pacificazione con l’entità sionista e funzionalizza in chiave antisraeliana la relativa pacificazione del Medio Oriente, consentendo al cosiddetto Asse della Resistenza, diretto da Teheran e composto da Iran, Siria, Partito di Dio in Libano, Partigiani di Dio in Yemen, Resistenza Islamica in Iraq, di dare sostegno diretto alla lotta palestinese. Anche l’Algeria e la Tunisia, hanno assunto una posizione apertamente filo-palestinese: il 2 novembre il parlamento algerino ha fornito al presidente Abdelmadjid Tebboune un’autorizzazione preventiva per entrare in guerra al fianco di Hamas e a difesa della Palestina, [11] mentre la Tunisia intende approvare una legge per rendere illegale qualsiasi rapporto con Israele, prevedendo una “pena da 6 a 12 anni di reclusione per “alto tradimento” per chi commette “il reato di normalizzazione » e l’ergastolo per la recidiva”. [12] La stessa normalizzazione dei rapporti avviata con gli Accordi di Abramo sta venendo messa in discussione: il Bahrein ha ritirato il proprio ambasciatore dall’entità sionista in risposta all’aggressione a Gaza, la normalizzazione con l’Arabia Saudita si è fermata e tutti i paesi arabi e islamici hanno dovuto quantomeno condannare formalmente il governo di Netanyahu.
Complessivamente va detto però che il campo dei paesi arabi e islamici rimane sostanzialmente succube agli Usa e disinteressato, anzi ostile, alla causa palestinese. Il clima mondiale multipolare consente e per certi versi costringe ogni borghesia a giocare in proprio le carte a sua disposizione, sul piano economico e su quello politico, cercando spazio nelle contraddizioni internazionali, specie quelle tra potenze imperialiste. Le dichiarazioni di condanna a livello formale dei regimi arabi e mediorientali non cambiano nulla nella sostanza dei fatti e servono a dare sfogo alla rabbia delle masse popolari. La verità è che le borghesie dominanti temono non solo la destabilizzazione che la guerra può portare ai loro regimi, ma anche l’esempio rivoluzionario del popolo palestinese, capace di estendersi in chiave di contestazione di massa al loro servilismo e al loro opportunismo rispetto all’imperialismo. La posizione iraniana, chiaramente antisionista, rimane isolata tra i regimi borghesi, ma capace di convogliare sotto la sua direzione le forze antimperialiste del mondo arabo. Inoltre, gli Usa temono che un allargamento del conflitto direttamente all’Iran o ai suoi alleati apra l’ulteriore prospettiva dell’intervento o quantomeno dell’ulteriore riposizionamento nell’area della Russia, con la quale Teheran ha consolidato i rapporti proprio in ambito mediorientale, con il comune sostegno alla Siria.
In tal senso, la prospettiva è infatti quella di una guerra quantomeno regionale ed è per questo che gli imperialisti Usa sono stati obbligati a prenderne in mano la direzione strategica, sottraendola ai sionisti, e a mettere in allerta tutte le loro strutture militari nella macroregione mediterranea. La marina statunitense ha già inviato due portaerei, la Ford (contestata a settembre dai no-pass a Trieste) al largo del Libano e l’Eisenhower nel Golfo Persico, utilizzando la base militare di Sigonella per lanciare operazioni di spionaggio e intelligence nei territori palestinesi e per rifornire le forze di occupazione.

Il mutare delle contraddizioni globali

Di ritorno dal viaggio in Israele, in seguito all’operazione del 7 ottobre, il presidente statunitense Joe Biden ha pronunciato un discorso alla nazione la sera del 19 ottobre molto importante, che sancisce le scelte di campo strategiche a stelle e strisce. “Hamas e Putin rappresentano minacce diverse, ma hanno una cosa in comune: vogliono annientare le democrazie”; gli Usa debbono avere la funzione di “arsenale della democrazia”, garantendo un “sostegno senza precedenti a Israele e Ucraina”. A tal scopo, egli annunciava la richiesta presidenziale al congresso di un supporto per ben 100 miliardi di dollari da destinare al regime di Tel Aviv e di Kiev per condurre le rispettive guerre in Palestina e Donbass. [13]
Quello che emerge difatti è la necessità dell’imperialismo statunitense di mantenere il primato politico ed economico con l’ultima carta possibile che gli resta da giocare: quella militare. L’Operazione Militare Speciale contro l’Ucraina e l’Operazione “Diluvio di al Aqsa” rappresentano, pur nella diversità del contesto e del soggetto che le ha promosse, due sfide strategiche all’imperialismo statunitense, condotte rispettivamente contro un regime russofobo costruito su misura per accerchiare Mosca e contro lo storico avamposto coloniale di Washington nel mondo arabo. La logica imperialista che sta dietro al proclama di Biden è che, trattandosi, in entrambi i casi, di attacchi diretti alla loro egemonia mondiale, gli Usa hanno non solo il dovere di sostenere i regimi direttamente coinvolti, ma di assumersi la responsabilità politica e la direzione strategica dei due conflitti, conducendoli come un’unica guerra di difesa del proprio predominio globale. Si tratta apparentemente di una dichiarazione di forza, ma in realtà essa rivela la profonda debolezza degli imperialisti yankee. Vi si ammette, infatti, la profondità degli affondi subiti in Europa e in Medio Oriente e, assumendosi la responsabilità diretta dei conflitti, non solo ci si espone alle conseguenze, ma si lega il determinarsi della propria egemonia al loro andamento, tutt’altro che lineare e potenzialmente foriero di ulteriore sconfitte per la cricca capeggiata da Biden.
La fase attuale difatti va letta rispetto al crollo di egemonia politica che attanaglia gli yankee con il fallimento della guerra al “terrorismo e agli Stati canaglia”. Le batoste ricevute con le campagne militari neocolonialiste nel mondo arabo-islamico, come in Afghanistan, Iraq e Yemen, non hanno fatto altro che erodere il peso politico-militare e la capacità egemonica del gigante Usa nel mondo, aprendo le porte poi al 24 febbraio 2022, momento nel quale la Russia ha rotto l’accerchiamento atlantista, cambiando così il corso della storia. Tale evento ha determinato il cambio delle fasi, passando da quella nella quale era principale la contraddizione “imperialismo-popoli oppressi” (nella dicitura yankee “guerra contro il terrorismo e gli Stati canaglia”) ad una nuova, nella quale assumeva ruolo principale la contraddizione tra potenze imperialiste (nella dicitura yankee “guerra tra democrazie ed autocrazie”).
Ora, a quasi due anni di guerra sul fronte ucraino, con la controffensiva di Kiev impantanata nella difesa russa, l’Operazione “Diluvio di al Aqsa” riporta la contraddizione tra imperialismo, in particolare Usa, e popoli oppressi come principale. Ciò si deve soprattutto alla capacità offensiva messa in campo dalla Resistenza Palestinese nella nuova data fatidica del 7 ottobre, ma anche allo sviluppo stesso della contraddizione tra potenze imperialiste. I vacillamenti dell’egemonia statunitense grazie alle lotte di liberazione dei popoli, hanno lasciato spazio all’intervento diretto e indiretto, nell’area mediorientale, delle nuove potenze emergenti. Si tratta principalmente della Russia, che ha dato il contributo decisivo alla vittoria di Assad nella guerra civile, impedendo che venisse meno un retroterra statuale alla Resistenza Palestinese e Libanese. La vittoria di Assad ha di fatto imposto ai regimi sunniti la coesistenza non solo con il proprio regime, ma con tutti gli alleati dell’Iran nella regione, che oggi appoggiano concretamente, armi in pugno, la Resistenza Palestinese.
In questo quadro la Cina si è presentata come polo economico alternativo agli Usa, ma soprattutto politico, ricucendo il rapporto tra Iran e Arabia Saudita. I Brics nel loro complesso si sono posti l’obbiettivo di dare spazio, nella formula della “crescita multipolare”, anche alle borghesie mediorientali, accettando nel loro seno Egitto, Arabia Saudita e Iran contemporaneamente. Tanto che l’Arabia Saudita sta seguendo tranquillamente la linea della Russia di tagliare la produzione di petrolio, fregandosene delle richieste statunitensi e aggravando così la crisi del campo occidentale.
Quindi, confermando il rapporto dialettico tra lo sviluppo delle contraddizioni, la contraddizione interimperialista si è ridefinita sulla base dello sviluppo della contraddizione tra imperialismo Usa e popoli oppressi, grazie allo spazio aperto dalle lotte di questi ultimi. Ora la contraddizione con i popoli oppressi ritorna come principale, con la lotta del popolo palestinese come protagonista, anche grazie ad un quadro mutato, sul piano regionale e globale, dallo scontro tra potenze imperialiste, scontro che mantiene ancora il suo epicentro in Ucraina/Donbass. E lo sviluppo della contraddizione tra imperialismo e popoli oppressi, a partire da Gaza e dalla Palestina, determinerà, in futuro, anche gli ulteriori sviluppi delle contraddizione tra potenze imperialiste.
Tuttavia, per il momento, a parte qualche presa di posizione politica più dura da parte della Russia, le potenze emergenti stanno a guardare, con la consapevolezza che un nuovo fallimento politico-militare degli Usa a livello mediorientale aprirà ancor di più brecce per lo sviluppo della loro egemonia mondiale.
Chiaramente, l’Europa si trascina stancamente dietro la politica yankee. I mal di pancia legati anche alle sanzioni alla Russia stanno venendo a galla con la recessione economica del maggior aggregato produttivo, la Germania, e l’incubo attentati ritorna a dilagare. In questa cupa prospettiva, Macron rilancia l’imbarazzante proposta di costruire una coalizione contro Hamas come fatto per lo Stato Islamico. Proposta talmente povera di analisi, prospettiva e di presa sulle masse che nemmeno per un momento è stata presa sul serio, ma che identifica la scelta di campo europea: rinnovare la subalternità agli Usa, ridefinendo i propri spazi capitalistici dietro la crociata yankee per mantenere il predominio globale, al costo anche della terza guerra mondiale.
Viviamo dunque in una fase di transito delle contraddizioni che segnano la situazione globale, con la tendenza ad alternarsi repentinamente. In questa contingenza assistiamo al legarsi sempre più strettamente delle contraddizioni imperialismo – popoli oppressi e interimperialiste. Ciò è evidente, ed è a sua volta esacerbato, dall’avvitarsi della spirale della guerra, che è la modalità con la quale si determinano entrambe, sul terreno della crisi del capitalismo internazionale.

Dal Covid alla Palestina

Il 4 novembre decine di migliaia di manifestanti solidali con la Resistenza Palestinese hanno assediato la Casa Bianca con la richiesta del cessate il fuoco contro il popolo di Gaza e della Cisgiordania. Un movimento di ampie masse, che si è espresso a livello globale, è riuscito così a indicare, nel ventre della bestia, il vero nemico delle classi e dei popoli oppressi di tutto il mondo. Lo stesso giorno innumerevoli manifestazioni in tutto il mondo hanno dato slancio ad una mobilitazione globale, che prosegue da diverse settimane e che vede manifestazioni oceaniche in tutte le città arabe e del tricontinente, ma anche nelle metropoli europee. Grandi masse sono in movimento evidenziando una frattura tra la criminale compattezza delle classi dominanti occidentali, schierate a fianco della linea genocida della loro super colonia sionista, e il sentimento popolare partigiano e solidale con la causa del popolo palestinese.
È anche questo un tratto della sempre più grave crisi di egemonia che attanaglia la borghesia imperialista Usa e occidentale. Si assiste ad un movimento che si ribella ad una propaganda unilaterale del conflitto (che i mass media ripropongo oramai in maniera sempre più martellante nelle diverse fasi di crisi e guerra dell’imperialismo) e che cerca la via di un nuovo protagonismo di massa dei popoli e delle classi oppresse, contro il sistema dello sfruttamento imperialista, gravato da una crisi strutturale che ci sta portando al baratro della guerra imperialista.
Nelle nostre città, questo movimento fa seguito a quello contro la stretta securitaria attuata con la gestione autoritaria della cosiddetta emergenza Covid. Stretta orchestrata con la trasformazione di un’epidemia nella psicopandemia. Non è certamente un fatto casuale che le componenti più significative del movimento No Green Pass, sopravvissute al riflusso, oggi portino il loro contributo al movimento in appoggio alla Resistenza Palestinese, come hanno fatto per il movimento contro la guerra imperialista promossa dalla Nato in Ucraina.
Grazie alla Resistenza in Palestina, irrompono, nella vita pubblica, in maniera determinante le masse immigrate arabe, e non solo, che popolano la nostre città e che costituiscono una parte significativa di un proletariato ormai multietnico. Migliaia di giovani di seconda e terza generazione sono l’avanguardia di massa nelle manifestazioni che attraversano le nostre città. Nelle manifestazioni la presenza di donne è veramente significativa, smentendo l’immagine stereotipata e razzista delle donne arabe e mussulmane come passive e sottomesse. Settori di classe lavoratrice brandiscono l’arma del boicottaggio internazionalista, rispondendo alle richieste di solidarietà che vengono dai sindacati palestinesi. Il 31 ottobre, quattro organizzazioni sindacali del settore logistico in Belgio hanno proclamato il boicottaggio dei carichi militari verso il regime sionista.
Il loro esempio è stato seguito da picchetti di portuali e solidali a Sidney, Barcellona, Genova, Salerno… Gli studenti del nostro paese, specialmente lo scorso 17 novembre, sono stati protagonisti di cortei, occupazioni e mobilitazioni di massa che hanno unito l’opposizione al governo Meloni alla solidarietà alla Resistenza Palestinese.
Grazie a queste mobilitazioni un risultato è stato già raggiunto: la denuncia di massa e l’isolamento sociale del piano criminale della borghesia imperialista occidentale che rilancia il keynesismo militare e il militarismo imperialista per cercare di far fronte alla crisi del suo sistema. E così il re è nudo. Un isolamento che si è riflesso anche nel voto dell’Assemblea Generale dell’Onu sul cessate il fuoco a Gaza, dove gli Usa sono rimasti isolati nel loro appoggio incondizionato al massacro del popolo palestinese.
A fronte dell’incapacità (nonostante il monopolio mediatico) di orchestrare una mobilitazione reazionaria pro sionista sul fronte interno, le classi dominanti percorrono la via della repressione con il tentativo di vietare le manifestazioni, con l’equiparazione dell’antisionismo con l’antisemitismo, fino a episodi di denuncia di apologia di terrorismo per aver portato in piazza la bandiera del Fplp, come successo a Mestre, lo scorso 28 ottobre, durante un volantinaggio.
Ma la borghesia imperialista cerca anche di condizionare il movimento popolare per linee interne e lo fa con la linea “nè con Israele, nè con Hamas”. E in questo tentativo attiva le stesse componenti opportuniste che hanno maggiormente denigrato il movimento No Green Pass e che si sono fatte carico della posizione “nè Nato, nè Putin” nel movimento contro la guerra imperialista. Questa è la linea da isolare e sconfiggere, rilanciando quella della mobilitazione contro il nostro imperialismo e il suo alleato sionista, affermando a chiare lettere l’appoggio incondizionato ai resistenti palestinesi.
I nostri contenuti devono essere chiari all’interno del movimento per la Palestina.
Israele non è semplicemente un regime assassino, ma un nemico da distruggere, liberando l’intera Palestina, dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, tramite la rivoluzione di nuova democrazia. [14] La cosiddetta “Israele” non è uno Stato che agisce per “vendetta”, ma coerentemente alla sua natura coloniale e razzista definita dall’ideologia e dal progetto sionista, il quale strumentalizza l’ebraismo e usa la menzogna infamante dell’antisemitismo per coprire la propria identità imperialista e i propri crimini. Bisogna dire basta alla strumentalizzazione della questione femminile da parte della borghesia imperialista occidentale, spargendo il veleno reazionario dello “scontro di civiltà”. La miglior risposta al colonialismo travestito da “progresso di genere” è il ruolo delle partigiane palestinesi nella lotta all’occupazione, come aspetto principale per trasformare l’intera società ed emanciparsi in ogni ambito.

I nostri compiti

Come comunisti dobbiamo registrare che lo sviluppo della situazione inizia a evidenziare alcuni sintomi di una fase rivoluzionaria. Un primo sintomo è rappresentato dalla capacità delle parti coscienti delle masse di identificare il proprio nemico principale nella borghesia imperialista e le sovrastrutture politiche, nazionali e internazionali, su cui essa si regge (Usa, Nato, Ue, Israele, G7, Banca Mondiale, Fmi, ecc.). Questo è un sintomo decisivo nella considerazione della fase come fase rivoluzionaria, perché indica la capacità di identificare l’obiettivo e la direzione del colpo principale della rivoluzione. Un secondo sintomo è l’unità delle masse nella prospettiva della rivoluzione.
Un’unità che vede la convergenza delle lotte di liberazione dei popoli oppressi con la resistenza agli attacchi alle condizioni di vita dei proletari nei paesi del centro capitalista. Un’unita che in questo frangente non può che svolgersi sul piano politico della lotta contro la guerra imperialista.
Il movimento di solidarietà alla Palestina dà una base di massa allo sviluppo dell’opposizione alla guerra imperialista e i comunisti, con il loro intervento nelle piazze e dovunque si manifesti tale movimento, devono essere promotori di questo sviluppo.
L’obbiettivo è la trasformazione del movimento di solidarietà al popolo palestinese in movimento generale contro la guerra imperialista, che deve avvenire anche con l’agitazione di massa e la propaganda selezionata agli elementi più coscienti. Bisogna dunque spingere perché si passi dall’appoggio esterno ad un popolo che lotta alla promozione della lotta sul fronte interno, contro la classe dominante italiana, alleata in termini strutturali e strategici con il regime sionista.
Ovviamente questa indicazione generale, di fase, si articola in linee particolari nei settori di massa rispetto a cui interveniamo: operai, studenti, immigrati, giovani, donne… Dobbiamo porre “la guerra al centro” grazie alla solidarietà internazionalista con il popolo palestinese e, su questa base politica, raccogliere gli elementi più avanzati, costruendo una leva comunista basata sulla formazione ideologica e l’attivismo politico. Ciò significa anche mettere in campo una mobilitazione militante, con forme, metodi e organizzazione all’altezza delle sfide all’agibilità politica che oggi la borghesia imperialista ci pone con la sua repressione. Mobilitazione che costituisce un ambito di sviluppo della capacità generale di lotta dei comunisti.
Sul piano della nostra concezione del mondo, dobbiamo tenere presente che l’esperienza della Resistenza del popolo palestinese conferma come “(…) bisogna opporsi alla guerra con la guerra, opporsi alla guerra ingiusta con la guerra giusta, ogni volta che sia possibile” [15] e che “il compito centrale e la forma suprema della rivoluzione sono la conquista del potere politico con la lotta armata e la soluzione del problema con la guerra”. [16] Per noi comunisti non si tratta quindi solo di appoggiare un popolo nella battaglia contro il comune nemico di classe, ma di imparare dalla sua lotta di liberazione per sviluppare la nostra lotta rivoluzionaria.
La classe operaia e i popoli oppressi assieme possono e devono distruggere l’imperialismo, conquistando la loro liberazione.

Con la Resistenza Palestinese, incondizionatamente!
Praticare la solidarietà internazionalista, unirla alla lotta di classe!
Nella lotta alla guerra imperialista, costruire l’organizzazione dei comunisti!


Note:

[1] Chiuso in redazione il 19 novembre 2023.

[2] Ricordiamo che le forze della Resistenza Palestinese si sono date strutture formali unitarie per la lotta al nemico sionista, come ad esempio la Joint Operation Room, che riunisce tutte le fazioni per pianificare azioni partigiane.

[3] V.Z. Jabotinsky, Il muro di ferro (1923), Indipendently published, 2017.

[4] “La presenza di Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti nella stessa organizzazione economica o politica sarebbe stata impensabile anche solo qualche anno fa”. Redazione, L’alleanza Brics si allarga: entrano Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ilsole24ore.com, 24.08.2023

[5] E. Ardemagni, Arabia Saudita a tutto BRICS, ispionline.it, 23.6.2023

[6] Vedi Antitesi n. 15, Il gigante vacilla, pp. 26 ss.

[7] Sulla base di questo dato, gli attacchi subiti dall’entità sionista che provengono dal territorio dello Yemen non vanno considerati come frutto dell’azione di una forza ribelle, bensì come scelta militare del governo de facto.

[8] E. Ardemagni, Yemen: lo strano caso della “pace saudita”, ispionline.it, 21.4.2023

[9] Turchia, le relazioni con l’Egitto continueranno a migliorare, ansa.it, 4.7.2023

[10] L’Egitto che affonda Gaza, nenanews.it, 28.9.2015

[11] E. Rossi, Egitto, Tunisia e Algeria. Il Nordafrica in cerca di una posizione su Israele, formiche.net, 5.11.2023

[12] C. Del Frate, La Tunisia vara la legge anti Israele (e l’Algeria sta con Hamas): un problema per l’Italia?, corriere.it, 3.11.23

[13] L. Urbani, Biden contro Hamas e Putin Chiesti al Congresso 100 miliardi per gli aiuti, lumsanews.it, 20.10.23

[14] Vedi Antitesi n. 15, p. 83

[15] Mao Tse Tung, Sulla guerra di lunga durata, 1938, in Opere di Mao Tse Tung, volume 6, p. 206, Edizioni Rapporti Sociali, 1993

[16] Mao Tse Tung, Problemi della guerra e della strategia, ivi, volume 7, p. 54


I prigionieri palestinesi

La rappresaglia sionista contro il popolo palestinese dopo l’attacco del 7 ottobre non si è consumata solo col genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania, ma anche con terribili vessazioni, violenze e torture imposte alle migliaia di prigionieri politici palestinesi, ai quali l’amministrazione penitenziaria è arrivata persino a togliere l’acqua.
Da sempre, le carceri sono uno degli strumenti del regime di occupazione per reprimere il movimento di liberazione: si calcola che circa un milione di palestinesi le abbia “conosciute” dal 1948 ad oggi, praticamente uno su cinque. I prigionieri sono considerati il cuore della Resistenza perché incarnano lo scontro irriducibile con l’entità coloniale e la necessità imprescindibile della liberazione.
Lungi da essere dei soggetti passivi in mano al nemico, essi sono stati protagonisti di continue lotte, sopratutto attraverso prolungati scioperi della fame, talvolta condotti fino al martirio, rivendicando migliori condizioni di detenzione, la possibilità per i propri parenti di accedere ai colloqui e di poter telefonare ai familiari, oppure accesso a cure mediche adeguate, che sono molto spesso negate, come dimostrano i più di duecento prigionieri morti, dall’occupazione del 1967, per negazione di assistenza sanitaria. Le rivendicazioni dei prigionieri riguardano, in molti casi, condizioni basilari che dovrebbero essere garantite anche secondo standard internazionali, ma che “l’unica democrazia nel Medio Oriente” continua ad ignorare, se non quando gli vengono imposte con la lotta.
Nell’estate scorsa, si è svolta l’ultima importante lotta dei prigionieri palestinesi, in particolare contro il regime della detenzione amministrativa, cioè senza accuse formali e garanzie processuali.
Praticamente si tratta di un arbitrio totale dei carcerieri che possono così trattenere anche per anni i palestinesi, senza nemmeno imputare loro un reato, ma semplicemente perché conosciuti dalle autorità del regime di occupazione. Tra i detenuti in regime amministrativo ricordiamo in particolare il compagno Bilal Jado, responsabile del centro “Amal al Mustaqbal” nel campo profughi di Aida, vicino Betlemme, da sempre impegnato a far conoscere la realtà palestinese nel nostro paese e nel promuovere la solidarietà internazionalista.
Dal 7 ottobre in poi il numero dei prigionieri palestinesi è continuato ad aumentare: a fine ottobre erano stimati in più di 5.200, tra cui sicuramente 333 donne e 170 minori. Il ritmo degli arresti è divenuto ancora più serrato a partire dall’inizio di novembre, quando il numero dei prigionieri in detenzione amministrativa ha superato abbondantemente i duemila.
Uno degli scopi dell’Operazione “Diluvio al Aqsa” è stato proprio quello di catturare sionisti, in modo da poterli scambiare con i prigionieri palestinesi, come avvenuto nel 2011, quando circa un migliaio di essi sono stati rilasciati in cambio della liberazione, da parte della Resistenza, del carrista “israeliano” Shalit, arrestato cinque anni prima in un’azione partigiana.