Antitesi n.15Controrivoluzione ed egemonia di classe

Governo della crisi e stato di guerra

La borghesia imperialista in continua “emergenza”

“Controrivoluzione ed egemonia di classe” da Antitesi n.15 – pag.47


“Emergenza guerra”, “emergenza Covid”, “emergenza immigrati”, “emergenza siccità”, “emergenza terrorismo”, “emergenza climatica”, “emergenza sicurezza”… La proclamazione di stati di “emergenza” è ormai una costante strutturata nel funzionamento degli apparati di governo ed essenziale per la gestione delle contraddizioni sociali da parte della borghesia imperialista. Le forze politiche vaneggiano con clamore su continue “emergenze”, per le quali propongono di continuo soluzioni che nel concreto non risolvono mai nulla. Le contraddizioni che produce il capitalismo non possono essere risolte nel capitalismo. La borghesia imperialista approfitta di queste “emergenze” per portare avanti la propria lotta di classe. Infatti le strette autoritarie e l’aggravamento delle condizioni di vita sono ciò che rimane alle masse popolari di queste “emergenze” e della gestione che ne attua la classe dominante.
In tempi di guerra, la pacificazione del fronte interno e la legittimazione dello sforzo bellico sul fronte esterno sono questioni che assumono un’importanza fondamentale per il mantenimento dell’egemonia, pertanto anche le “emergenze” devono essere travisate e piegate a questo scopo dalla propaganda borghese.
Nello specifico definiamo il concetto di “emergenzialismo” come un involucro sovrastrutturale che prevede l’utilizzo ricorrente da parte delle classi dominanti delle stesse contraddizioni generate dall’esercizio del proprio dominio, cioè le cosiddette “emergenze”, con il preciso scopo di rinforzarlo e aggravarlo per le classi dominanti..
L’emergenzialismo è “terreno per modificare lo Stato come organizzazione della classe dominante e soprattutto verificare la strategia di controrivoluzione preventiva”. [1] La sovrastruttura statale, in quanto organizzatrice dell’oppressione di una classe sulle altre, non può che essere un prodotto degli eventi storici e della lotta di classe: “è controrivoluzione organizzata sulla base dell’esperienza storica, della sua esperienza di lotta alla rivoluzione. Il carattere preventivo sta nell’essere precisamente organizzata in funzione d’impedire che la classe strutturalmente antagonista possa costruire una propria sovrastruttura politico-ideologica autonoma che le permetta di divenire compiutamente classe rivoluzionaria”. [2]
L’emergenzialismo non è “semplicemente” un assetto di fatto a livello della sovrastruttura politico-statuale, quanto piuttosto una forma egemonica generale del capitalismo in crisi, che tende a riprodurre il suo sfruttamento e dominio sulle masse popolari con meccanismi sempre più funzionali a stringere le catene dell’oppressione. La sovrastruttura ideologica nella sua forma “emergenzialista” influenza il funzionamento della società nel suo complesso: a partire dall’alto del comando politico e degli organi dello Stato, fino ai gangli più bassi della vita sociale, cioè nei posti di lavoro, nelle scuole, nell’ambiente di vita urbano e in quello domestico. Inoltre, l’emergenzialismo pone chiaramente le basi per una giustificazione ideologica di ulteriori giri di vite autoritari.
Le prime conseguenze dell’emergenzialismo si palesano sul piano politico-istituzionale, nella tendenza a un sostanziale rafforzamento del potere esecutivo a scapito di quello legislativo. Si tratta di una tendenza che è stata accresciuta costantemente dalle forze di governo borghesi, sia di destra che di “sinistra”, negli ultimi trent’anni, ma che ora più che mai diventa priorità in preparazione alla guerra imperialista.
Abbiamo già affrontato all’interno della rivista la cosiddetta democrazia governante, cioè “quella forma di governo che al massimo dell’accentramento del potere fa corrispondere il massimo della democrazia formale, quindi, in estrema sintesi, di rafforzare la dittatura mantenendo intatte le forme e i canali dell’egemonia”. [3] Però, è importante notare come i cambiamenti nella sovrastruttura politica legati agli effetti dell’emergenzialismo rappresentino perfino un salto in avanti rispetto alle possibilità offerte dalla democrazia governante. A lungo le classi dominanti si sono preoccupate di mantenere intatta la finzione della democrazia formale. Invece, non deve stupire che ora, con l’aggravarsi delle contraddizioni interimperialiste, palesino anche la disponibilità a un forte cambio di immagine. La grande borghesia, per garantire la stabilità e la pacificazione del fronte interno, sta procedendo verso un incessante rafforzamento dell’autoritarismo, accentuando e accentrando l’esercizio del proprio dominio, fino al punto da compromettere la struttura stessa delle forme democratiche istituzionali.
Un esempio importante è rappresentato dall’utilizzo spregiudicato dei Dpcm durante il periodo Covid, ma di fatto è la stessa “normale” gestione borghese della democrazia che da decenni avviene a suon di decreti legge, [4] abusando di atti normativi pensati per casi di estrema urgenza e necessità.
Oggi il governo Meloni con la riforma presidenzialista vorrebbe fare un salto qualitativo e mutare in assetto politico ufficiale il rafforzamento del potere esecutivo, consolidando definitivamente la tendenza all’accentramento e stravolgendo gli assetti costituzionali fin qui conosciuti. La destra, tradizionalmente presidenzialista, punta a dare una forma nella costituzionale “formale” al rafforzamento del potere esecutivo, già integrato nella “costituzione materiale”. Sul punto, ovviamente, non mancano le contraddizioni interborghesi, visto anche il ruolo di garanti delle classi dominanti interne e internazionali ricoperto negli ultimi anni dai presidenti della repubblica (Napolitano e Mattarella), che rischierebbe di essere indebolito. Attualmente il dibattito politico borghese sulla questione è fermo, [5] ma la sostanza dell’aggravamento dell’autoritarismo è una tendenza in atto.

Emergenzialismo: lotta egemonica nella crisi

La crisi strutturale che attanaglia le formazioni a capitalismo avanzato e la guerra imperialista il cui spettro avanza sui popoli del mondo, sono i due aspetti che principalmente connaturano tutte le emergenze, vere o presunte, che affliggono le masse popolari.
Tuttavia, queste due questioni centrali vengono usate e travisate sapientemente dalla produzione ideologica della borghesia imperialista che, di contro, postula altri fattori specifici, le “emergenze” mediaticamente costruite, e li diffonde tra le masse come chiave di lettura della società e forma di propaganda. Tramite le “emergenze”, le forze politiche e gli apparati d’informazione borghesi esasperano determinate contraddizioni, che seppur significative sono spesso secondarie, e le propinano alle masse come principali e uniche per focalizzarne l’attenzione. Bombardando le masse di “emergenze” ogni volta diverse ed elaborando continuamente sul piano ideologico nuovi “nemici”, la borghesia imperialista priva le masse di una prospettiva d’insieme, rendendole incapaci di cogliere la dialettica tra le contraddizioni e di delineare i veri nemici, quelli di classe. Dicevamo che l’emergenzialismo costituisce un involucro sovrastrutturale usato dalla classe dominante per gestire le proprie contraddizioni e rafforzare il proprio dominio. Nello specifico possiamo riscontrarne un importante ruolo sia sul piano della struttura sia su quello della sovrastruttura, dal piano ideologico a quello politico, fino al diritto.
A livello strutturale l’emergenzialismo serve alla borghesia in chiave di profittabilità del capitale. Le “emergenze” da un lato intervengono come fattore catalizzante del profitto all’interno di mercati già ben definiti, mentre dall’altro agevolano la creazioni di nuovi cicli di valorizzazione del capitale.
L’“emergenza” sanitaria, grazie al terrorismo pandemico, ha rappresentato un ottimo esempio di entrambi questi effetti. Come fattore catalizzante, la corsa ai vaccini ha permesso ai colossi farmaceutici di far volare alle stelle i propri profitti all’interno del proprio mercato di appartenenza. Ad esempio “Pfizer ha chiuso il 2022 con “ricavi record” per 100,33 miliardi di dollari (92,63 mld euro), in crescita del 23%. Lo si legge in una nota in cui viene indicato che l’utile netto è salito del 43% a 31,37 miliardi di dollari e l’utile per azione del 62%”. [6]
Precedentemente invece, la corsa alle mascherine obbligatorie ha consentito a industrie di ben altri settori la riconversione di parte della produzione in nuovi cicli di valorizzazione, garantendo profittabilità del capitale investito anche in un momento di chiusure generalizzate. Caso eclatante è quello di Fca Italy S.p.a. che ha ricevuto fondi pubblici per convertire parte dei processi produttivi di Mirafiori e Pratola Serra, arrivando a produrre milioni di mascherine chirurgiche al giorno, quasi interamente destinate agli istituti scolastici. Ma oltre al danno per i bilanci pubblici, la beffa: interi lotti ritirati e procedimenti per frode avviati perché le mascherine prodotte dagli Elkann non erano nemmeno conformi agli standard europei. [7]
Per quanto riguarda il piano ideologico, le contraddizioni esasperate da cui nascono le “emergenze” sono utilizzate dalla propaganda borghese come collante sociale per il mantenimento di un’egemonia culturale tra le masse e, quindi, come giustificazione delle scelte politiche portate avanti. Di fatto l’“emergenza” corrisponde a un problema, cioè a una contraddizione non risolta: per risolvere tale contraddizione, la propaganda borghese prospetta sempre come condizione necessaria un aumento del proprio dominio e del potere repressivo dello Stato. La lotta ideologica perpetuata dalla borghesia tramite l’emergenzialismo si presta volutamente al disciplinamento e, all’occorrenza, alla mobilitazione reazionaria delle masse popolari. Proprio in termini di reazione, un’altra costante centrale nelle “emergenze” è infatti la definizione di un responsabile e, quindi, di un nemico: la propaganda borghese riesce così a mettere masse contro masse, focalizzando l’attenzione in una caccia alle streghe verso il capro espiatorio di turno. Ad esempio, la cronaca giornalistica è costante utilizzata per produrre nuove strette a livello normativo, blindare la città e catalizzare gli umori delle masse contro il “nemico” mediatico di turno – sia il baby criminale, il mafioso, l’ultras – ed assolvere, anzi rafforzare, il nemico reale, il sistema capitalista e la classe dominante nel suo complesso.
Per quanto concerne il piano politico, è chiaro come le scelte emergenzialiste vengano presentate, sia da destra che da sinistra, come una toppa, una sorta di “riforma” che dovrebbe risolvere, o quanto meno arginare, le contraddizioni prodotte dal dominio della borghesia stessa. Tali contraddizioni vengono utilizzate come centro esclusivo del discorso, senza ovviamente essere poste in dialettica né con lo Stato di crisi del capitale né con la tendenza alla guerra interimperialista, ma neanche con altre contraddizioni, che potrebbero pure rappresentare in un altro momento l’ennesima “emergenza”. L’impostazione in tal senso della narrazione borghese, serve a propri precisi fini politici: ad esempio è proprio sul piano del diritto che le “emergenze” forniscono la concreta possibilità di compiere veri e propri passi indietro sulle libertà individuali e collettive e sulle conquiste ottenute dalle masse con la lotta di classe.
Risulta importante ribadire come le soluzioni propinate dalla borghesia alle “emergenze” corrispondano costantemente ad un aumento dei dispositivi di controllo e ad un peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari. Questa deriva reazionaria del diritto borghese viene propinata come unica via possibile per gestire i fattori di “emergenza” che, secondo la propaganda nemica, colpiscono la società e le masse. Inoltre, tali strette giuridico-normative vengono sempre spacciate come temporanee, come strettamente legate al periodo di “emergenza”, quando invece la realtà concreta è ben altra, con la loro stabilizzazione nel sistema normativo, politico e sociale.
Ad esempio, il daspo urbano è una misura di prevenzione personale introdotta nel 2017 dall’allora ministro degli interni Minniti per la gestione della cosiddetta “emergenza” decoro, i cui ambiti di applicazione sono stati ulteriormente ampliati dai decreti sicurezza. Si tratta, in altre parole, di dispositivi usati contro proletari e sottoproletari per escluderli da determinate zone della città. Questi dispositivi vengono ora sapientemente utilizzati anche in chiave repressi va per impedire a compagni e proletari di partecipare a manifestazioni politiche, come recentemente successo durante la “pandemia” e le manifestazioni di massa contro il green pass.
Si dimostra chiaramente come per la borghesia imperialista ben si prestino le “emergenze” a essere usate come scusante per annullare le finte garanzie dello “Stato di diritto” e sostituirle con quelle ben più sincere dello “Stato di eccezione”, risvolto legale-giuridico dello Stato di guerra.
Anche le rivendicazioni riformiste sono spesso legate alla pretesa di risolvere determinate “emergenze”: si pensi, ad esempio, alla centralità che ha assunto negli ultimi mesi la lotta contro l’abolizione del reddito di cittadinanza all’interno dei programmi politici di alcune forze parlamentari e non. In questo caso, la premessa ideologica riformista è che la povertà sia un fatto di “emergenza” e non una naturale conseguenza del sistema capitalista. Va quindi contestata l’incoerenza legata alla pretesa che lo stesso sistema marcio che crea e manipola queste “emergenze” possa risolverle migliorandosi. Per quanto il riformismo speculi spesso su spinte sincere e progressiste, ovviamente non è capace di pensarle al di fuori del sistema capitalista. Anzi le rinchiude all’interno delle sole possibilità che questo offre. Tuttavia proprio l’avanzare della storia palesa l’insufficienza di queste toppe nel definire le contraddizioni che muovono il mondo, figuriamoci per risolverle. Vale il detto che se la lotta per le riforme dei proletari è sempre giusta e progressista, il ruolo dei riformisti è sempre quello ingiusto e reazionario di impedire lo sviluppo di questa lotta.
Talvolta la stessa propaganda emergenzialista del riformismo è utilizzata per svolte reazionarie. Si veda ad esempio tutto la retorica sulla cosiddetta “emergenza politica corrotta e sprecona” che ha le radici nel Pci berlingueriano (la famosa “questione morale”) e poi è stata ripresa dai Cinque Stelle. Con tale retorica, si sono sia giustificati i tagli alla spesa pubblica sociale sia si è legittimato lo strapotere di procure, giudici e polizia, con ricadute anche sulla repressione del movimento di classe. Esemplari, ad esempio, il ruolo delle procure di Torino e Milano, affermatesi come fustigatrici della malapolitica e poi passate alla persecuzione selvaggia di anarchici, comunisti e militanti delle lotte popolari.

Il ruolo reazionario dell’emergenzialismo

La gestione borghese del Covid rappresenta un esempio lampante di quanto la politica emergenzialista comporti risvolti autoritari e un aggravamento delle condizioni di vita delle masse popolari.
Abbiamo già analizzato brevemente i risvolti a livello strutturale e la profittabilità della gestione della “pandemia”. È interessante invece come, sul piano ideologico, questa “emergenza” sia stata esasperata dalla propaganda borghese e abbia funzionato come ottima giustificazione alle decisioni politiche e al mantenimento di un’egemonia culturale nell’avvitarsi della crisi, il tutto necessariamente accompagnato dalla creazione ad hoc di un nemico, il novax, contro cui compattare le masse e indire una caccia alle streghe.
Sul piano del diritto, l’“emergenza sanitaria” ha fornito nuove ed enormi possibilità sia per il disciplinamento delle masse, dai posti di lavoro alle scuole, sia per giustificare un’ulteriore stretta securitaria, come ad esempio col green pass. Infine, le decisioni politiche spacciate come soluzione all’“emergenza” si sono di fatto rivelate inutili in un sistema devastato da decenni di tagli alla sanità e privatizzazioni. [8]
Anche la trita e ritrita “emergenza immigrati” deve essere letta e interpretata in questi termini: il mantenimento forzato degli immigrati in condizioni subordinate permette alla borghesia imperialista di sfruttare forza lavoro a bassissimo costo e priva di diritti, alimentando un costante esercito industriale di riserva e abbattendo così le conquiste ottenute dal proletariato con la lotta di classe.
Sul piano della sovrastruttura ideologica, l’odio per il cosiddetto “uomo nero” dovrebbe fungere da collante sociale per le masse popolari autoctone che, sempre più imbarbarite dallo sciovinismo della destra borghese, si schierano contro il proletariato immigrato e perdono coscienza di classe. Questa retorica d’odio è una forma di propaganda volutamente divisiva, che mira a spezzare la forza della nostra classe e, purtroppo, attecchisce anche tra gli stessi immigrati.
A livello politico, è noto il ruolo reazionario della destra borghese che propone come finta soluzione una gestione securitaria dei flussi d’immigrazione, riducendo la dialettica tra le contraddizioni che muovono il fenomeno ad un mero problema di sicurezza. Tuttavia anche la sinistra borghese ben si presta a questo gioco: promuovendo una gestione della contraddizione in chiave prettamente umanitaria e assistenziale, nega il ruolo centrale che dovrebbero avere la lotta antimperialista e la coscienza di classe nel proletariato tutto.
Infine, anche in questo caso la gestione emergenzialista ben si presta, sul piano del diritto, ad un pesante aggravamento dei dispositivi di repressione e controllo per le masse popolari nel loro complesso. Ne sono un esempio emblematico le infami richieste di schedatura e di raccolta delle impronte digitali degli immigrati che negli anni hanno riempito la propaganda borghese e che oggi colpiscono in maniera simile anche gli autoctoni, costretto a fornire le proprie impronte digitali al rinnovo del documento d’identità.
Un altro esempio centrale è dato dalla narrazione borghese della cosiddetta “emergenza climatica”. Abbiamo già analizzato in maniera approfondita nella rivista gli interessi che muovono la borghesia imperialista verso la svolta green. [9] Brevemente, sul piano economico la questione climatica viene utilizzata dalla propaganda borghese come giustificazione delle politiche di finanziamento pubblico al salto tecnologico-produttivo, ovvero con la ristrutturazione del capitale fisso, come volano per la profittabilità del capitale investito nella produzione industriale, liberandolo inoltre dalla scomoda dipendenza dalle potenze energetiche sempre meno allineate agli interessi della borghesia occidentale.
Sul piano ideologico l’“emergenza climatica” viene egemonizzata dalla retorica borghese sulle responsabilità del singolo individuo, con l’obiettivo palese di nascondere le colpe e i disastri ambientali direttamente riconducibili alle logiche del sistema economico capitalista. Non stupisce infatti che le politiche propinate dal sistema altro non siano odiose vessazioni per le masse popolari, inutili e spesso dannose sul piano ambientale, ma utili, anzi necessarie, per i profitti dei padroni e il controllo dello Stato.
L’irrigidimento delle condizioni di accesso alle città e la ricaduta sui proletari dei costi per il rinnovo delle abitazioni e dei mezzi trasporto, in una finta prospettiva di sostenibilità, sono solo degli esempi di derive antipopolari e classiste delle politiche green. Sala, il sindaco di Milano, ha ammesso apertamente la natura antipopolare delle politiche di regolamentazione degli accessi dei veicoli più “inquinanti” alle aree urbane riservate senza troppi problemi, dichiarando l’Area B risponde ad “una scelta e la politica deve fare delle scelte, perché il bivio è tra migliorare il profilo ambientale e mettere a rischio una parte dei cittadini che non possono cambiare auto”. [10]
Tornando invece indietro di qualche anno, un altro importante esempio di emergenzialismo reazionario è rappresentato dal “terrorismo” di matrice islamica. In tutto l’occidente esso ha funzionato da giustificazione ideologica all’intervento imperialista degli Usa e dei suoi alleati strategici in Medio Oriente e poi in altre parti del mondo. Gravati dalla crisi di sovraccumulazione capitalistica, gli Usa e le potenze imperialiste europee hanno tentato così di sancire il proprio predominio su una vasta area del pianeta, dal Nord Africa all’Asia Centrale, unificata culturalmente dalla religione islamica e dove si concentrano le maggiori ricchezze energetiche. Sul piano della struttura economica è chiaro come questa campagna politico-militare abbia aperto enormi margini di profittabilità per i monopoli della guerra e delle risorse energetiche. Inoltre l’imperialismo statunitense ha perseguito il compattamento dei propri alleati europei nella strategia di guerra neocoloniale, colpendo invece i paesi non allineati ai suoi diktat e vicini alle potenze rivali.
Grazie alla resistenza dei popoli – in Palestina, Afghanistan, Iraq e ovunque gli invasori colonialisti abbiano messo piede – la crociata moderna della “lotta al terrorismo islamico” è però sostanzialmente fallita, contribuendo ad aprire l’attuale fase di decadenza dell’egemonia yankee. [11]
Con la giustificazione del pericolo islamista, abbiamo comunque assistito all’ennesima stretta autoritaria su scala globale per le masse popolari, sia nei paesi imperialisti che nei paesi oppressi. Infatti, le decisioni politiche e le riforme legali introdotte come parte della lotta al “terrorismo” islamico non hanno portato ad altro che ad un aggravamento dei dispositivi di repressione e ad un aumento nell’utilizzo di tecnologie di controllo e sorveglianza.
Un altro esempio ancora più attuale è quello della cosiddetta “emergenza mafia”, vero e proprio laboratorio della repressione da estendere poi sul piano sociale e politico. Nel diritto penitenziario, questa “emergenza” è stata utilizzata come legittimazione per un attacco diretto alla condizione dei rivoluzionari prigionieri e come governo terroristico delle carceri, con dispositivi repressivi aberranti e disumani quali il 41-bis. [12]

Mettere la guerra al centro

Per concludere questa sintetica analisi del ruolo reazionario a cui si prestano le “emergenze” spacciate dalla borghesia imperialista, è necessario porre l’accento sulla guerra imperialista, come “emergenza” principale oggi sul piano internazionale.
Sul fronte interno, la guerra imperialista viene gestita dalla classe dominante come le altre “emergenze”: comunicazione mediatica martellante e unilaterale, legislazione d’urgenza (ad esempio sulla questione dei rifornimenti energetici dopo le sanzioni imposte alla Russia) e possibilità di profitti milionari alle imprese che producono armamenti e sistemi di “difesa”. [13] In linea con quanto analizzato finora, sul fronte interno è stato delineato un nuovo nemico, il “filoputiniano”, che insieme ai nemici esterni, Putin e la Federazione Russa, dovrebbe fare da collante ideologico delle masse popolari per il mantenimento di un fronte interno pacificato. Attualmente, i tentativi della propaganda borghese di egemonizzare le masse sulla giustificazione della partecipazione italiana alla guerra sembrano ottenere scarsi risultati, anche secondo i sondaggi degli istituti borghesi. Pare fallita dunque l’operazione di persuasione di massa, meno efficacie, ad esempio, di quella propinata durante la “pandemia”, sebbene per contro fatichino a prendere vita mobilitazioni contro la guerra paragonabili al movimento di massa contro il green pass.
Infine, sul piano della sovrastruttura giuridica, all’emergenzialismo bellico è ovviamente strettamente connesso un potenziamento dei dispositivi di controllo e della censura liberticida – basti guardare a quella operante in rete – nonché un ennesimo aggravamento delle condizioni di vita delle masse popolari.
Per concludere: le “emergenze” propinate dalla borghesia imperialista sono aspetti delle contraddizioni [14] reali, che sorgono nel sistema capitalista, mediaticamente distorte e/o ingigantite, poste al centro della vita socio-politica e funzionali al rafforzamento del potere della borghesia imperialista e della continuità del sistema capitalista. L’emergenzialismo è parte del tentativo della classe dominante di governare la crisi del sistema capitalista e contribuisce a trasformare lo Stato in funzione della guerra, come regime dell’eccezione normativa e dell’arbitrio, quindi come Stato di guerra.
I comunisti hanno il dovere di collocare le “emergenze” proclamate e propagandate dalla borghesia imperialista sul piano reale, attraverso l’analisi materialista e sviluppando un’inchiesta [15] sulle ricadute che lo sviluppo dell’emergenzialismo ha sulla vita delle masse popolari. Rispondiamo alla retorica emergenzialista con il materialismo dialettico, contrastandola sul piano ideologico per aprire spazi per la lotta di classe.
Dobbiamo in particolare mettere al centro del nostro agire politico la guerra, poiché costituisce l’aspetto onnipresente in ogni emergenzialismo portato avanti dalla classe dominante: l’autoritarismo è riflesso della guerra sul fronte interno. Proprio in questi termini risulta sempre più necessario organizzarsi in quanto classe per combattere contro la reazione e l’autoritarismo borghesi e favorire una mobilitazione di massa contro la guerra imperialista. Ribadiamo la necessità di stare nei movimenti che si pongono la questione dell’emergenzialismo, lavorando politicamente per mettere la guerra al centro: legando il particolare delle lotte specifiche al contesto generale della guerra.


Note:

[1] Antitesi n. 12, p. 63

[2] Antitesi n. 0, p. 55

[3] Antitesi n. 3, p. 66

[4] Nello specifico si tratta di atti normativi prodotti direttamente dal potere esecutivo che hanno un valore parificato a quello della legge, “sia come capacità di innovare nell’ambito dell’ordinamento giuridico, che come resistenza all’abrogazione da parte di fonti subordinate”, vedi “decreto-legge”, treccani.it

[5] “Nessun testo, ma tre possibili scenari su cui sondare le opposizioni (…): presidenzialismo, semipresidenzialismo e premierato”, vedi Riforme: i tre modelli sul tavolo del governo con l’obiettivo della stabilità, rainews.it, 9.5.23

[6] Pfizer: ricavi 2022 record oltre 100 miliardi dollari, ansa.it, 31.1.23

[7] F. Naima, Le mascherine prodotte da Fca con soldi pubblici non funzionano: ritirati interi lotti, lindipendente.online, 14.9.21

[8] Privatizzazioni che non tendono a diminuire anzi, anche per i pronto soccorso la tendenza del capitale privato è quella di garantire “ambulatori ad accesso diretto” che permettano di saltare la coda a pagamento. Vedi F. Lo Torto, Saltare la fila? Basta pagare: si moltiplicano i pronto soccorso privati in Lombardia. Dopo Brescia e Milano, ecco Bergamo, ilfattoquotidiano.it, 11.8.23

[9] Vedi Antitesi n. 12, pp. 44 ss.

[10] Giuseppe Sala: A Milano ci sono troppe auto, al lavoro per porre dei limiti, quattroruote.it, 5.7.23

[11] Vedi “Il gigante vacilla”, Antitesi n. 15

[12] Vedi Antitesi n. 14, p. 75

[13] Vedi Antitesi n. 14, pp. 49-50

[14] Vedi Antitesi n. 8, pp. 57 ss.

[15] Vedi “Inchiesta”, Glossario, Antitesi n. 15


La scuola va alla guerra, la guerra va alla scuola

L’infame “alternanza scuola-lavoro” (oggi chiamata Pcto) ha reintrodotto in Italia, con il governo Renzi, il lavoro minorile non retribuito, secondo la linea dettata da Confindustria.
Gli studenti che vi si sono opposti, dopo le morti sul lavoro di loro coetanei durante queste “attività”, hanno incontrato una forte repressione. A Torino quattro studenti sono rimasti per sette mesi ai domiciliari in attesa di giudizio, accusati dei tafferugli davanti alla sede di Confindustria durante il corteo del 18 febbraio 2022. Nell’attuale fase di guerra interimperialista cui l’Italia partecipa, la classica “alternanza scuola-lavoro” va esasperandosi sempre più in direzione di una nuova frontiera che assume i contorni torbidi di una vera e propria alternanza tra banchi ed esercito. Oltre ai militari nelle scuole abbiamo gli studenti nelle caserme.
Portiamo solo alcuni esempi. Nel 2016 a Roma, il liceo classico Plauto è stato coinvolto nel lavoro dell’ufficio storico dell’esercito e nella redazione della sua rivista militare ufficiale. Nel 2019 a Legnago (Verona) gli studenti della scuola professionale Medici sono stati “integrati nei ritmi lavorativi dell’Ottavo Reggimento Guastatori Paracadutisti, in un percorso etico-educativoformativo. L’attività, fondata sul protocollo d’intesa siglato tra Ministero della Difesa e Ministero dell’Istruzione, ha visto i ragazzi partecipare per due settimane alla cerimonia dell’alzabandiera, inquadrati coi propri professori, cantando l’inno e issando, a turno, la bandiera italiana di fronte al reggimento schierato. Hanno alternato periodi in aula, dove hanno frequentato corsi di difesa personale MCM (metodo di combattimento militare), a periodi di pratica. Gli studenti del corso di agraria hanno progettato ed eseguito il recupero di una zona verde della caserma. Il corso alberghiero si è esercitato a preparare pietanze e gestire il servizio di vettovagliamento anche in modalità campale, a favore dei guastatori in addestramento. Gli studenti del socio-sanitario si sono affiancati al personale nelle attività di supporto sanitario al reggimento. In conclusione, l’attività è stata molto proficua e il prossimo anno si aumenterà il numero dei frequentatori” (Esercito e alternanza scuola lavoro, esercito.difesa.it, 1.7.2019). Infine, la scorsa primavera in Sicilia diversi studenti delle superiori hanno dovuto fare gli stage direttamente a Sigonella, la principale base aeronavale utilizzata dalle forze armate italiane e statunitensi nel Mediterraneo.
Naturalmente anche l’università non si sottrae dal suo ruolo nella preparazione della guerra, anzi diventa un ingranaggio funzionale e fondamentale all’escalation militare in corso. È in continuo aumento l’investimento di risorse economiche, umane, formative e materiali a vantaggio della proiezione militare dell’Italia negli scenari di guerra e della militarizzazione del fronte interno. Le relazioni tra atenei e settore bellico sono sempre più sistematiche e capillari: sono ormai “normalità” gli accordi, lo scambio di conoscenze e la ricerca in tecnologie dual use, in cui è sempre più difficile definire il confine tra uso civile e uso militare. Attualmente le università italiane sono coinvolte in “67 progetti di ricerca e formazione con aziende private del comparto bellico (85 aziende, di cui circa la metà non è nota) e istituzioni militari” (Il ruolo dell’università nell’escalation militare, riscattopisa.it, 8.7.2023).
È significativo al riguardo il caso dell’università di Pisa, città vicino alla quale sorge la base Usa diCamp Derby. La scorsa primavera l’istituzione universitaria è stata costretta da una mobilitazione degli studenti a desecretare gli accordi stipulati negli ultimi anni con aziende militari e settori della difesa. Si tratta di ricerche su immagini satellitari, sistemi sonar ed effetti da esposizione a onde elettromagnetiche per conto dell’accademia navale, del ministero della difesa e di aziende come Ge Avio (specializzata in progettazione, produzione e manutenzione di sistemi per l’aeronautica civile e militare). Gli accordi con Leonardo Spa (azienda leader del settore militarindustriale) riguardano invece ricerche su materiali a bassa osservabilità, funzionali a rendere meno individuabili i dispositivi e le tecnologie militari. Gli accordi con MBDA (azienda leader su scala globale specializzata nel settore dei sistemi missilistici per terra, aria e mare) riguardano le ricerche su propellenti solidi. Infine, si aggiungono i contratti stipulati con HPE (manifattura di precisione nel settore difesa e aerospazio), con Beretta (fabbrica di armi vendute in tutto il mondo) e con Simmel (produttrice di munizioni per fanteria e marina). L’importo complessivo di questi contratti, non tutti peraltro stipulati dietro corrispettivo economico, supera il milione di euro. (Vedi Il ruolo dell’università nell’escalation militare, riscattopisa.it).