Antitesi n.14Ideologia borghese e teoria del proletariato

“Grande reset” o ristrutturazione?

Sul rapporto tra la sovrastruttura e la struttura capitalistica

“Ideologia borghese e teoria del proletariato” da Antitesi n.14 – pag.76


L’obiettivo principale che ci ha spinto a scrivere il seguente articolo è quello di provare a fornire ai comunisti strumenti di analisi utili per dialogare con i movimenti di massa e le masse tutte. Riteniamo necessario lavorare nei movimenti e tra le masse che esprimono posizioni critiche al sistema per coglierne la tendenza positiva, anche laddove queste posizioni siano influenzate da derive definibili come “complottiste”. Per combatterle, senza smorzare il sentimento antisistema che le anima, è necessario approfondire teoricamente alcune questioni.

Il grande reset

Covid-19: il Grande Reset1 è un libro di propaganda borghese che si propone come testo programmatico per il futuro del capitalismo. La posizione ideologica riassunta nel libro è espressione della linea di alcuni gruppi interni alla grande borghesia imperialista, che cercano di affrontare le contraddizioni non risolte inerenti al sistema capitalistico nella sua crisi attuale.

Gli autori sono due economisti: Klaus Schwab, tedesco, figlio di industriali svizzeri, professore di economia politica all’università di Ginevra e Thierry Malleret, francese, analista finanziario di fama internazionale.

Schwab è anche il fondatore e direttore esecutivo del Forum Economico Mondiale, più conosciuto come World Economic Forum (Wef) e Malleret ne è uno degli esponenti principali. Il Wef è un’importante organizzazione internazionale per la cooperazione tra soggetti pubblici e privati, tramite la promozione di incontri che vedono riunite centinaia di rappresentanti degli interessi imperialisti. Questi incontri, pubblici e privati, si tengono annualmente a Davos, in Svizzera, e vantano la partecipazione degli Stati, della stampa ed esponenti del grande capitale. Il Forum è stato pensato per essere una “piattaforma per investitori”, un momento di incontri formali e, soprattutto, informali col fine di favorire la costruzione di rapporti e il convergere degli interessi, cioè una piattaforma organizzativa della classe borghese imperialista dei diversi paesi. Originariamente, gli intenti erano quelli di unire i rappresentanti del grande capitale di tutto il mondo attorno a una comune visione basata sul mercato mondiale e il progresso tecnoscientifico, cioè liberista, globalista e positivista. Tuttavia, il procedere della tendenza alla guerra ha giocoforza inciso, con l’esclusione della Russia. Già questo dato di fatto è importante da sottolineare per comprendere che il nemico di classe non avanza sulla base di un piano prestabilito a tavolino, bensì si organizza in dialettica con le contraddizioni del mondo concreto.

Nel libro si centra l’attenzione su quella che viene definita l’era post-pandemica: il Covid-19 e le misure sociali di gestione della pandemia sono considerate l’occasione perfetta per un “grande reset”, che nel linguaggio informatico significa ripristino generale del funzionamento di un computer. Gli autori riconoscono nella gestione pandemica la presenza di importanti fattori di accelerazione dell’innovazione e del mutamento tecnologico. Si prenda ad esempio come il distanziamento sociale abbia concretizzato la necessità di un “tutto a distanza”2.

Nel complesso, nel libro viene palesata la volontà, dettata da necessità, di sfruttare le contingenze della crisi sanitaria per risolvere il problema strutturale che attanaglia le borghesie imperialiste occidentali: la crisi economica. Si prevede un futuro di “crescita economica ridotta” e grandi cambiamenti sociali che andranno governati, per evitare che sfocino in rivoluzioni. Domandandosi chi potrà governare gli eventi del prossimo futuro e sulla base di quali priorità, ci si appella alle forze politiche progressiste e all’ipocrisia del capitalismo etico. Schwab e Malleret sono dei positivisti che fondano il funzionamento ottimale della società sulla collaborazione tra governi illuminati e sull’utilizzo della tecnica. Sul piano della sovrastruttura politica, per loro, risulta centrale il ruolo della democrazia formale, anch’essa piegata alla tecnica tramite gruppi dirigenti composti dai cosiddetti tecnocrati.

Per dirla in termini marxisti, quando Schwab e Malleret parlano di reset si riferiscono in particolar modo alla necessità di una ristrutturazione della struttura economica. La principale soluzione che prospettano al riguardo è quella di fondare il futuro sull’economia green e sull’innovazione. La prima va ricondotta al noto sistema di propaganda col quale la borghesia si finge preoccupata della questione ambientale, per legittimare tra le masse la necessità di una ristrutturazione del capitale fisso industriale e la volontà di liberare il settore energetico da scomodi rapporti geopolitici3. La fiducia sconfinata nell’innovazione, il secondo fattore, è una caratteristica fondamentale dei sostenitori della cosiddetta “IV Rivoluzione Industriale”, cioè quell’insieme di tecnologie sviluppatesi negli ultimi decenni che comprende, tra le più importanti, l’Intelligenza Artificiale, la robotica avanzata, le macchine autonome e anche l’ingegneria genetica. Questa “rivoluzione” viene erroneamente spacciata da parte della propaganda borghese come un salto qualitativo del sistema produttivo capitalista, ma di fatto attualmente corrisponde soltanto ad un avanzamento sul piano quantitativo nell’utilizzo di una parte di queste nuove tecnologie. Per meglio comprendere la sostanza degli interessi che legano gli autori all’innovazione, è emblematico il caso della Schwab Foundation che si occupa di diffondere l’innovazione tecnologica nel mondo e fra i cui principali finanziatori figurano colossi monopolistici come Bayer, Microsoft e Goldman Sachs.

Un altro aspetto interessante del libro riguarda l’ipocrita centralità della preoccupazione etica per la società tutta, dichiarata ad esempio nella necessità di dare alla qualità dello sviluppo economico la stessa importanza che viene data alla sua rapidità tuttavia, nel testo stesso, si palesa la falsità di queste affermazioni. Infatti, trattando dei possibili utilizzi della tecnologia digitale e dell’innovazione, in quanto strumenti centrali per la futura gestione dei mutamenti sociali, Schwab e Malleret non si trattengono dal vantarne i potenziali utilizzi a finalità di controllo, come già sperimentato durante la pandemia col tracciamento dei contatti sociali4. Ovviamente, in quanto parte di quella frazione di borghesia che più investe in queste forme di innovazione tecnologica, gli autori non possono che vedere i rapidi progressi di queste tecnologie come un’opportunità, uno strumento da utilizzare per governare il futuro e riempire le tasche. La società di cui si preoccupano è quella data dagli attuali rapporti di classe, è quella in cui la borghesia imperialista può continuare a esercitare il suo dominio. La storia è lotta tra le classi e Schwab e Malleret, in fin dei conti, non sono altro che due tra i tanti borghesi finto-progressisti e in realtà autenticamente reazionari.

È proprio nell’analisi del piano strutturale che emerge ulteriormente il lavoro di propaganda ideologica. Lo riscontriamo ad esempio nell’analisi proposta sul breve focus che tratta il destino del dollaro, nel quale gli autori si guardano bene dal prendere anche solo in considerazione il carattere imperialista del dominio statunitense5.

Tuttavia, l’esempio più importante è rappresentato dalla “pandemia” che nel libro assume un ruolo di spartiacque tra un prima e un poi: essa è considerata non solo come catalizzatrice di alcuni mutamenti nella società, ma diventa causa determinante della crisi strutturale. Ricordiamoci che Schwab è presidente da più di cinquant’anni del Wef, non è un incompetente né tanto meno uno sprovveduto. Infatti, già nel marzo 2020 era consapevole dell’opportunità unica che avrebbe rappresentato la pandemia per “riflettere, reimmaginare e resettare il nostro mondo”6, cioè per risolvere problemi strutturali pressanti. Provare a ridurre lo stato di crisi dei processi di valorizzazione del capitale, che attanaglia le formazioni imperialiste a capitalismo avanzato da decenni, ad una mera conseguenza del Covid-19 è chiaramente lavoro di propaganda ideologica. Abbiamo ribadito più volte che non è stata la “pandemia” a determinare la crisi, quanto piuttosto il contrario: è la crisi ad aver determinato la fase economica e politica dell’emergenzialismo sanitario e la necessaria gestione autoritaria della “pandemia”, anche come terreno di sperimentazione di strumenti utilizzabili nel futuro.

Riteniamo, in sintesi, che il portato del libro, abbellito da finte preoccupazioni per le masse popolari e da tante speculazioni, rappresenti il tentativo di una corrente della borghesia imperialista di propagandare un’ideologia spendibile a livello di massa atta a giustificare il futuro di nuovo sfruttamento e subordinazione. Il “grande reset” è un programma ideologico “progressista”, promosso da ricchi filantropi e affini, che si colloca in questa visione e che, scollegando la sovrastruttura ideologica dalla struttura economica e dalle contraddizioni che essa determina – in primis da quella di classe – di fatto finisce per riaffermare quello che sempre dicono i riformisti e cioè che il capitalismo è il solo mondo possibile. Del resto, è la stessa ideologia fintoprogressista che ritroviamo nel Pnrr italiano e nella propaganda del Pd.

Fuori dalla propaganda, Covid-19: il Grande Reset, in ultima analisi, non è altro che la giustificazione ideologica sul piano sovrastrutturale della ennesima e necessaria ristrutturazione capitalistica in atto, fondata sugli ultimi ritrovati tecnologici della digitalizzazione, della robotica e dell’intelligenza artificiale. Ristrutturazione con la quale la borghesia imperialista ricerca margini di profittabilità, dovendo però aumentare sempre di più la composizione organica del capitale nel processo di produzione (il peso delle macchine e delle tecniche).

Nella realtà concreta di oggi questa teorizzazione propagandistica programmatica del futuro in chiave positivista e utopica, sostenuta da gruppi interni alla borghesia, è spazzata via dai venti di guerra. Le teorie di Schwab che prospettano una collaborazione mondiale tra governi illuminati non hanno nessun raffronto nella realtà, non sono altro che un castello di carta la cui infondatezza è palesata dall’acuirsi delle contraddizioni interimperialiste e dal deteriorarsi delle relazioni economiche e politiche tra le diverse formazioni. La tendenza ad un mondo multipolare sull’orlo di una terza guerra mondiale cozza pesantemente con le speculazioni di Schwab. Tutto ciò è confermato anche a Davos, vista l’assenza forzata di rappresentanti della borghesia russa che rivela l’impossibilità di costruire una sovrastruttura unica in grado di dettare l’agenda politica dell’intero globo.

Il “grande reset” secondo i complottisti

La quantità di teorie critiche che negli ultimi anni si sono focalizzate sul “grande reset” mostra la capacità che esso ha avuto di influenzare le idee che si diffondono nei movimenti e tra le masse. Non si tratta di dissertazioni sul libro, ma più che altro di elaborazioni sugli effetti reali del processo di cambiamento sociale che Schwab, Malleret e altri intellettuali della borghesia imperialista auspicano.

Le riflessioni degli autori del libro toccano punti caldi che corrispondono ad alcune delle più centrali preoccupazioni che le masse hanno per il proprio futuro. Sono emerse le più svariate interpretazioni di pancia che lasciano poco spazio al contesto storico e ad un approccio dialettico. Le più radicali critiche al “grande reset” assolutizzano questo processo come unico nella storia e definitivo per il futuro dell’umanità: esse altro non sono che ulteriori prodotti della propaganda borghese che possono erodere la capacità critica delle masse cercando così di impedire lo sviluppo di una visione d’insieme.

Esaminiamo dunque le teorie critiche al “grande reset” e alle ipocrite soluzioni che propongono gli illuminati milionari ai problemi attuali.

In maniera problematica alcune componenti più critiche che si sono espresse nei movimenti di massa (ad esempio nel movimento contro il green pass, nel movimento ambientalista o in quello femminista) si riconoscono in contraddizione con gli interessi della classe dominante e con queste teorie positiviste che ne sono espressione. Al contrario molti di coloro che vorrebbero porsi alla direzione di movimenti come quello ambientalista o “transfemminista” condividono con la grande borghesia queste letture del reale e una cieca fiducia nella tecnologia, rifiutando di dialettizzarsi con le masse quando esse esprimono opposizione a questi processi, ritendole troppo ignoranti. Così è avvenuto rispetto al movimento No green pass, schifato dall’intellettualismo borghese di “sinistra”.

In quanto comunisti a noi interessa invece cogliere il ruolo positivo insito in queste posizioni antisistema. Questo poiché applicando i principi della linea di massa riteniamo fondamentale coglierne la sinistra, cioè cogliere coloro che più hanno tensioni e spinte rivoluzionarie, anche se non necessariamente già comunisti. “I nostri compagni devono capire questa verità: i comunisti saranno sempre una minoranza rispetto ai non comunisti”7.

La critica alla scienza borghese è stata, ad esempio, un tema del movimento contro il green pass, ma non da parte considerevole delle organizzazioni che si dichiarano comuniste in Italia. Di fatto, i movimenti non sono perfetti come li vorremmo, ma incompleti proprio come le loro posizioni anche se genuinamente critiche al sistema. Per questo lavoriamo con l’obiettivo di dialettizzarci ad essi, analizzare le loro idee riportandole elaborate alla luce della scienza comunista. Come diceva Mao “Noi abbiamo il dovere di cooperare con tutti coloro che vogliono collaborare con noi o che sono suscettibili di farlo; non abbiamo assolutamente il diritto di respingerli”8.

Il filo conduttore nell’eterogeneità delle teorie critiche al “grande reset” e a tutto quello che ci sta attorno è la concezione volontaristica di questo processo pensato privo di contraddizioni: un complotto, un piano imperialista ideato e gestito dalle elites mondiali per approfondire il loro dominio sulle masse del mondo intero, aggravando la rapina economica e intensificando il controllo politico e culturale.

La presenza centrale nel testo del Covid-19 e della gestione politica della “pandemia” focalizzano l’attenzione delle teorie del complotto. Questo focus è in parte più che legittimo, infatti gli stessi Malleret e Schwab riconoscono il periodo “pandemico” come un’occasione senza precedenti da sfruttare per apportare profondi cambiamenti alla società sia nella struttura sia sul piano della sovrastruttura9.

Ciò che giustamente produce inquietudine, nelle teorie di Schwab e di altri personaggi come lui, è il cosiddetto “transumanesimo”, vale a dire un’insieme di teorie e pratiche che puntano al superamento dell’essere umano e dei suoi limiti biologici tramite l’ibridazione con le macchine. Le teorie transumaniste si mostrano adatte a fare da base ideologica per i cambiamenti in moto sul piano strutturale: la spersonalizzazione dell’essere umano affinché diventi appendice della macchina, privato di tutto, perfino della sua stessa biologia e così funzionalizzato ulteriormente al profitto del capitale. Queste teorie sono una sorta di sintesi tra linee, in quanto espressione di posizioni appartenenti sia alla destra che alla sinistra borghese. Per la destra, il transumanesimo si prospetta come una sorta di nuova teoria eugenetica alla ricerca di un essere superiore, mentre da sinistra si ripropone l’illusione di una possibile emancipazione delle masse tramite il solo sviluppo della tecnologia. Non stupisce infatti che l’Associazione Italiana Transumanisti, abbia la sua modesta sede legale in via Montenapoleone a Milano, la più costosa via commerciale d’Europa10. In maniera simile, anche il cosiddetto “accelerazionismo”, che auspica la piena automazione dei processi produttivi, rappresenta una sintesi tra linee in quanto ha assunto un ruolo centrale nella produzione teorica sia di settori del postoperaismo (che vaneggia sulla liberazione dalla schiavitù del lavoro), che di alcuni gruppi nazisti superomistici.

Anche queste correnti ideologiche, imbevute di positivismo borghese, puntano ad egemonizzare le masse e ad avvelenarle, insistendo sul progresso e sulla fiducia sconfinata nella scienza e nella tecnologia borghesi. Perfino alcuni che si dichiarano comunisti si lasciano influenzare da queste visioni arrivando a perdere la capacità di cogliere le contraddizioni inerenti ai rapporti di proprietà della tecnologia, della conoscenza tecnica connessa ad essa e della ricerca scientifica in generale, ormai totalmente asservita agli interessi della grande borghesia imperialista.

La maggioranza delle critiche che emergono rispetto alle teorie di Malleret, Schwab e altre teste d’uovo della borghesia imperialista riflettono la mentalità e il malessere della piccola borghesia, la quale si trova sempre più schiacciata dall’avvitarsi della crisi capitalistica e inveisce, scandalizzata e frastornata, contro il “mondialismo liberista” che si personalizza poi in singoli milionari che cambiano di volta in volta: prima Bill Gates, poi George Soros, ora Schwab. Pensiamo ad esempio a quanto tale classe oggi paghi duramente l’inflazione, e quanto ieri abbia patito direttamente le politiche di presunta gestione del Covid-19, con i confinamenti, le chiusure e i coprifuoco, vedendo contemporaneamente salire i profitti della grande distribuzione e del commercio on line controllati dal grande capitale monopolista.

La destra reazionaria gioca un ruolo centrale nel tentare di egemonizzare ideologicamente questo malessere, focalizzando l’attenzione sugli eccessi tecnologici, sull’ibridazione uomo-macchina e sulle culture transgender autoproclamandosi paladina dell’integrità biologica dell’essere umano e della cultura tradizionale.

Da questi tentativi di egemonizzazione delle critiche al “grande reset” da parte della destra reazionaria emergono posizioni contro il diritto della donna ad autodeterminare il proprio corpo e in particolare contro l’aborto legale. Il sottofondo ideologico di queste derive è il rifiuto completo della scienza e del progresso scientifico, per riabilitare l’oscurantismo religioso.

Il rifiuto integrale della scienza è diffuso anche in ambienti anarchici e derive antiscientifiche si sono palesate anche all’interno dello stesso movimento contro il green pass.

Tali posizioni sono conseguenza dell’incapacità di cogliere lo sviluppo scientifico come un terreno di contesa, di lotta tra le classi e, quindi, di concepire la scienza oltre la sua fattispecie borghese. Riuscire a cogliere il carattere scientifico del marxismo-leninismo-maoismo e il ruolo centrale del metodo scientifico nella teoria comunista significa riconoscere l’esistenza di una scienza della nostra classe, una scienza del proletariato, una scienza per le masse. É una scienza umana della liberazione rivoluzionaria che, se applicata nella pratica della classe sfruttata, porterà all’espropriazione dei mezzi di produzione ora in mano alla borghesia e darà luce a nuovi rapporti di produzione, dove la scienza naturale come forza produttiva verrà liberata e servirà allo sviluppo di una nuova umanità, una umanità comunista.

Infine, è interessante notare come la propaganda russa condivida e utilizzi parte delle teorie contro il “grande reset” accentuandone le derive complottistiche e portando avanti attraverso di essa una lotta ideologica contro alcuni dei principi del transumanesimo. In questa visione, l’occidente viene stigmatizzato come il male poiché tradisce i principi tradizionali, ad esempio sulla questione delle teorie transgender. Non c’è da stupirsi, pertanto, che parte importante del movimento contro il green pass veda Putin e la Federazione Russa di buon occhio, riconoscendone il ruolo conflittuale ricoperto sul piano della sovrastruttura ideologica in contrapposizione all’egemonia dell’ideologia imperialista occidentale, o almeno di una sua parte positivista, scientista e transumanista.

Principali errori di analisi nelle teorie del complotto

Pensiamo che le principali problematiche delle teorie critiche al “grande reset” siano in particolare una visione soggettivista del capitalismo e una concezione antidialettica del mondo. La nostra analisi si concentra sulle carenze nei contenuti e sull’interpretazione unilaterale che queste teorie forniscono degli avvenimenti globali attuali e anche delle previsioni per quelli del futuro prossimo. Queste problematiche sono in generale riscontrabili pur nella eterogeneità delle teorie del complotto.

In primo luogo, le idee che informano queste teorie hanno una visione soggettivista del capitalismo incapace di legare il particolare al generale: una visione che esalta l’azione volontaristica di forze più o meno occulte a discapito della centralità dei rapporti e degli interessi di classe. In ultima analisi queste teorie postulano l’assenza di contraddizioni all’interno del sistema. Le contraddizioni a livello globale della società capitalista nella sua fase imperialista perdono di importanza fino a scomparire, questo perché non si analizza il concreto andamento del corso storico, fininendo così col non considerare affatto l’attuale condizione di crisi strutturale del capitalismo. Vengono di conseguenza propinate teorie fatte e finite che si presentano come risolutive della situazione attuale, mentre, in realtà, rispondono solo a singole questioni e a interessi particolari.

Queste analisi dei fenomeni vertono quasi unicamente sulla centralità di azioni programmate dalla sovrastruttura politica, atte a portare avanti determinati programmi sul piano politico e sociale. Quel che ne deriva è l’assenza di valutazione delle condizioni oggettive proprie della struttura economica che risulta così eterodiretta in maniera meccanica dalle diverse sovrastrutture. Le cose vengono considerate in modo unilaterale e non nel loro insieme.

La deriva soggettivista arriva fino al punto di non riconoscere il ruolo del conflitto e l’importanza dei rapporti di forza: lo scontro tra formazioni imperialiste e tra settori interni alle singole formazioni imperialiste non viene neanche preso in considerazione, rendendo concepibile l’esistenza di gruppi occulti che decidono unilateralmente le sorti del mondo intero.

Ne consegue una teorizzazione di onnipotenza delle organizzazioni internazionali che gestiscono gli affari della borghesia e le relazioni con le altre formazioni imperialiste. Ovviamente, all’interno di analisi che postulano l’assenza di contraddizioni, tutte le scelte politiche sono interpretate come piani orchestrati a tavolino e applicati in maniera lineare.

La piccola borghesia complottista e tutti i settori di massa da essa influenzata, prendono per reali le teorizzazioni di quelli come Schwab e Malleret, assumendo cioè che il mondo sia plasmabile dai ricchi a loro piacimento. Queste concezioni, pur rappresentando una sorta legittima ribellione intellettuale e sociale, in ultima analisi sono funzionali a disarmare la classe, instillando l’idea errata di malvagi che agiscono singolarmente o in piccoli gruppi più o meno segreti. In particolare, scompaiono dall’evolversi del corso storico le contraddizioni di classe, se non addirittura le classi stesse, che ne sono invece motore centrale: “La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi”11.

In conclusione sia le teorie di Malleret, Schwab e similia, che fanno l’apologia del cosiddetto “grande reset”, sia quelle dei loro critici piccolo borghesi e complottisti, negano il ruolo che ricoprono le contraddizioni nel muovere il mondo reale, le contraddizioni insite nel sistema di produzione capitalista, il ruolo della dialettica tra struttura e sovrastruttura e, sopratutto, il ruolo delle classi e della lotta di classe nel fare la storia. L’utopia reazionaria delle teste d’uovo imperialiste e la distopia pessimista della piccola borghesia radicalizzata appaiono, da questo punto di vista, come due deboli tentativi intellettuali di negare il “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”12.

Il bagaglio teorico della scienza comunista

Come comunisti riteniamo che la causa di queste derive ideologiche che influenzano i movimenti e le masse siano dovute al notevole arretramento, avvenuto nel corso degli ultimi decenni, delle forze comuniste e quindi della loro elaborazione teorica e della loro propaganda. Un grave arretramento che ha privato la classe e le masse tutte degli strumenti della scienza comunista e che ha lasciato ampio spazio alla propaganda della classe dominante. Oggi, però, la borghesia imperialista a causa la crisi nella quale è immersa fatica a mantenere l’egemonia ideologica sull’intera società. Bisogna riconoscere, infatti, che queste posizioni antisistema sono conseguenza del vuoto ideologico nel quale si trovano molti di coloro che criticano la società attuale. È un vuoto ideologico dettato dalla mancanza di coscienza di classe da un lato e dalle crescenti difficoltà dell’egemonia borghese dall’altro. È uno spazio concreto di agibilità per i comunisti e per la propaganda di classe, ma è un vuoto che se non è riempito da idee rivoluzionarie lo sarà da quelle reazionarie.

Oggi più che mai, nel momento in cui la guerra determina le pesanti condizioni di vita che subiscono la classe e le masse, in assenza di strumenti teorici adeguati si diffonderanno tante idee sbagliate. La crisi di egemonia della borghesia imperialista è un solco da scavare sempre più a fondo. In questo senso è importante cogliere la linea di possibile rottura insita in queste posizioni contro il sistema confutandone le derive complottiste per sottrarle all’influenza dell’ideologia dominante e per orientarle verso una posizione di classe.

L’incapacità di utilizzare strumenti ideologici della nostra classe colpisce anche parte di quei movimenti che più si proclamano di sinistra e che possono vantare consistenti storie di militanza: ne sono un esempio le posizioni delle forze che, imbevute di propaganda atlantista, interpretano la guerra in Ucraina come la scelta politica di un folle sanguinario. Tali posizioni, anziché ricondurre al piano diabolico di Schwab tutti i mali del mondo, li riconducono a quello crudele di Putin. Peccato che, essendo in linea con la propaganda borghese occidentale, queste posizioni non abbiano neanche la tendenza positiva insita nelle idee critiche verso il sistema.

La rinuncia degli strumenti del marxismo-leninismo-maoismo e la derivante incapacità di costruire un’autonomia ideologica di classe ha lasciato anche le stesse avanguardie proletarie nell’incapacità di interpretare correttamente il mondo concreto e di agire conseguentemente.

Studiare la teoria per risolvere problemi pratici: la teoria deve essere per i comunisti una guida per l’azione, dal momento che per colpire l’obbiettivo è fondamentale scagliare la freccia mirando al bersaglio. Questi sono alcuni importanti insegnamenti che provengono dalla storia del movimento comunista. Infatti, le carenze teoriche non tardano a rispecchiarsi in carenze pratiche.

Come comunisti riteniamo fondamentale ricollocare la struttura e la sovrastruttura su un giusto piano dialettico e materialista, ponendo la prima come base dei processi e la seconda come soggetto che da un lato ne è determinata e dall’altro dialetticamente la influenza. Nello specifico, ciò significa che la sovrastruttura influenza costantemente a sua volta lo sviluppo della struttura, arrivando talvolta a dirigerla: si pensi, ad esempio, alla centralità che assume la guerra nell’analisi delle contraddizioni imperialiste nel momento in cui si concretizza il conflitto interimperialista. Contro una visione soggettivista propria delle “teorie complottiste” collochiamo al centro della nostra analisi attuale la crisi del capitalismo nella sua fase imperialista e la guerra imperialista, come risposta della borghesia alla crisi stessa. Quest’ultima è la manifestazione più alta delle contraddizioni del sistema e del fallimento delle classi dominanti nella gestione della crisi all’insegna dello sviluppo progressivo e progressista.

Dobbiamo armarci teoricamente per combattere tutte le ideologie che analizzano l’evolversi della storia senza analizzarne le contraddizioni che, nel particolare momento storico, assumono un carattere principale. “Siamo per la lotta ideologica attiva, perché è l’arma per assicurare l’unità del partito e delle organizzazioni rivoluzionarie e renderli così idonei a combattere”13.

Combattere le derive soggettiviste con la lotta ideologica per arginarle e sviluppare la coscienza di classe tra le masse nel movimento contro la guerra!

Trasformare la lotta contro la guerra imperialista in campo di battaglia e scuola per formarci come comunisti, per raccogliere le forze per la rivoluzione del proletariato, per un nuovo umanesimo comunista!


1 K. Schwab, T. Malleret, Covid-19: The Great Reset, edizioni del World Economic Forum, Ginevra 2020

2 Ivi, p. 153

3 Vedi Clima di guerra, in Antitesi n°12 p. 44

4 Cfr. Ivi, pp. 67 ss

5 Cfr. Klaus Schwab, op. cit., pp. 72-75

6 “Represents a rare but narrow window of opportunity to reflect, reimagine and reset our world”, ivi, p. 244

7 Mao Tse Tung, Rettificare lo stile di lavoro del partito, Opere di Mao Tse Tung, Edizioni Rapporti Sociali, vol. 8, p. 144

8 Ibidem

9 “We should take advantage of this unprecedented opportunity to reimagine our world”, Malleret, Schwab, op. cit., p. 19

10 Per Forbes, nel 2022, la via Montenapoleone di Milano era la terza via più costosa al mondo sulla base del prezzo degli affitti al metro quadro. Mark Faithfull, New York’s Fifth Avenue World’s Most Expensive Shopping Street, forbes.com, 25.11.2022

11 “Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta”. F. Engels, K. Marx, Il Manifesto del Partito Comunista, marxist.org

12 F. Engels, K. Marx, Ideologia tedesca, centrogramsci.it, p. 35

13 Mao Tse Tung, Contro il liberalismo, in Opere di Mao Tse Tung, Edizioni Rapporti Sociali, 1994, vol. 5, p.123