Antitesi n.12Controrivoluzione ed egemonia di classe

Sul capitalismo della sorveglianza

Gli occhi del padrone e le braccia degli operai

“Controrivoluzione ed egemonia di classe” da Antitesi n.12 – pag.54


In questo articolo trattiamo il libro di Shoshana Zuboff “Il capitalismo della sorveglianza” perché pensiamo che, nella situazione odierna, di fronte alla carenza di punti di vista di classe riconosciuti e, nello stesso tempo, allo sviluppo di mobilitazioni di massa a livello internazionale, emerga forte l’esigenza di trovare risposte teoriche ai mutamenti epocali che stiamo vivendo, una teoria che giustifichi la pratica di trasformazione dello stato presente delle cose.

Teorie non di classe, e in ultima analisi riformiste, influenzano e permeano il dibattito nei movimenti e nella nostra classe. La ricerca di nuovi paradigmi, di modelli di funzionamento della società spesso si fondano sulla convinzione dell’impossibilità di leggere oggi la realtà con “vecchie ed obsolete” categorie, come si trattasse di un nuovo inizio. L’analisi delle cause all’origine del contesto attuale viene bypassata.

Per noi, invece, si tratta di analizzare il capitalismo nella sua fase imperialista, oggi quella dell’accelerazione della sua crisi, la fase della sua putrefazione e il suo tentativo di correre ai rimedi.

Per illustrare questa nostra visione delle cose nell’articolo esamineremo nella prima parte il testo di Zuboff, per poi svolgerne la critica.

Il “capitalismo della sorveglianza”

La domanda alla quale il libro di Shoshana Zuboff vuole rispondere è se lavoreremo per una macchina o se sarà quella macchina ad essere usata da persone intelligenti, paventando un mondo distopico nella “Società dell’Informazione/Tecnologia/Comunicazione”, cioè un mondo dove le tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono più diffuse dell’elettricità e permeano la vita di almeno tre miliardi di persone.

Per la scrittrice siamo davanti ad un nuovo ordine economico che si appropria dell’esperienza umana come materia prima da trasformare in dati sui comportamenti utilizzabili per pratiche commerciali. E, non solo se ne appropria, ma punta a modificarli, affermando che la produzione di beni e servizi è oramai legata ad un’industria globale per la modifica dei comportamenti.

Questi dati, processati dalle macchine, oltre a divenire essi stessi merce, vengono utilizzati per generare “prodotti predittivi”, cioè in grado di consentire anticipazioni e previsioni per la produzione. I processi automatizzati non solo conoscono i comportamenti, ma li formano. I “prodotti predittivi” sono tutti quei prodotti o servizi cosiddetti smart (o “personalizzati”) che hanno accesso a Internet e sono in grado di inoltrare in tempo reale informazioni sulle nostre vite alle rispettive aziende produttrici, consentendo così di prevedere i nostri comportamenti per trarne profitto.

Si tratterebbe, secondo l’autrice, di un nuovo inizio. Il “capitalismo della sorveglianza”, dice, non si ciba di lavoro (la vecchia immagine di Marx del capitalismo come vampiro che si ciba di lavoro), ma di ogni aspetto della vita delle persone. Dopo aver saccheggiato la natura, ora viene saccheggiata l’esperienza umana.

Il “capitalismo della sorveglianza” è un modello economico nato dalle aziende che offrono servizi tecnologici o informatici, come Google che, dal 1998 in California nella Silicon Valley, fa un salto di strategia nel 2000, l’anno della recessione e della bolla speculativa delle dot-com. Le dot-com sono tutte quelle società di servizi che sviluppano il proprio business nel settore informatico. Il rapido sviluppo di aziende in questo settore creò, tra il 2000 e il 2001, una sovrastima del loro valore dovuta all’idea che avrebbero creato grandi profitti in futuro. Ciò provocò un grosso incremento dei prezzi delle azioni, aumentarono gli investitori e ciò favorì le speculazioni in Borsa che causarono la bolla speculativa con conseguente crollo drastico dei prezzi. Tutto questo si verificò nel contesto della recessione statunitense quando per tre trimestri, nel 2001, la crescita del Pil fu negativa. Dunque il “capitalismo della sorveglianza” si è determinato rispetto alla fase di crisi.

Nel periodo antecedente, i dati personali raccolti erano usati solo per migliorare l’interazione con l’utenza e perfezionare il servizio fornito, espressione questa di un capitalismo sano, sempre secondo Zuboff. Successivamente, però, vengono impiegati per sviluppare modelli predittivi. La vendita di questi ultimi diventa la prima fonte di realizzazione del profitto per il capitalismo dei big data. In questo caso, l’utente non è né lavoratore né cliente, ma risorsa dalla quale estrarre i dati necessari, che funzionano da materie prime su cui lavorare per trarre i prodotti predittivi.

L’autrice spiega come ogni azione degli utenti produca potenzialmente dati analizzabili, vale a dire la materia prima per ulteriori sviluppi tecnologici. Grazie alla pervasività della mediazione tecnologica diventa possibile la raccolta dei dati nel mondo “fisico” attraverso localizzazioni, telecomunicazioni, servizi di streaming, automobili di nuova generazione, dispositivi indossabili legati al monitoraggio della salute, insomma tutti quei servizi che riguardano il cosiddetto “internet delle cose”. Il passaggio successivo è segnato dalla strategia di modifica dei comportamenti degli utenti in modo da indirizzarne le scelte. Questo avviene, ad esempio, esponendo l’utente a un preciso ambiente mediatico dal quale può essere influenzato o con sistemi di premi e punizioni che vanno dall’assegnare punti o sconti, ad esempio per il costo delle assicurazioni, o con proposte di prodotti calibrate sui dati personali raccolti.

L’autrice arriva alla conclusione che i mezzi di produzione sono subordinati, se non sostituiti, ai mezzi di modifica del comportamento e il mercato cessa di strutturarsi in risposta ai bisogni dei consumatori, ma li anticipa intervenendo sull’emergere delle esigenze e, quindi, aggirando sia la tradizionale interazione tra domanda e offerta, sia i meccanismi di produzione su prenotazione. E aggiunge che la digitalizzazione avrebbe un potenziale emancipatorio poiché libera dai vecchi schemi di consumo e dalla produzione standardizzata, creando la possibilità così di avere beni fatti “su misura”, accessibili per chiunque. Questo cambiamento è in sintonia con il dipanarsi della modernità che, sempre secondo l’autrice, ha un’intrinseca spinta a favore dell’individuo, il quale diventa consapevole del proprio status di persona irripetibile e autonoma. L’evoluzione della modernità e quella del capitalismo convergono e si sostengono a vicenda. Questo processo può commettere errori e sono questi ultimi che vanno evitati: va corretto il grave errore del “capitalismo della sorveglianza” perché, per perseguire la massimizzazione del profitto, non rispetta il meccanismo di reciprocità su cui si basa il capitalismo. Insomma saremmo di fronte ad una deviazione, un errore evolutivo del capitalismo razionale.

Questo errore si manifesta nelle asimmetrie che il “capitalismo della sorveglianza” crea con una tendenza sistemica alla monopolizzazione. Si tratta di disuguaglianze economiche e di conoscenza: i “prodotti predittivi” necessitano di una quantità di dati enorme, cosa che rende impossibile per una piccola azienda approcciarsi al settore. Inoltre, la divisione del lavoro (che Zuboff intende come “fatica”) che ha caratterizzato il “capitalismo industriale” sarebbe soppiantata dalla divisione delle conoscenze.

Il processo di sviluppo del “capitalismo della sorveglianza” è stato favorito dal neoliberismo fondato sulla concezione che ogni limite è una minaccia alla libertà individuale. I “capitalisti della sorveglianza” si sono avvalsi di questa visione per respingere qualsiasi forma di supervisione o di vincolo sui contenuti delle loro piattaforme e sugli “ordinamenti algoritmici delle informazioni” prodotti dalle operazioni delle macchine.

L’attacco alle Torri gemelle, infine, ha fornito il “contesto di eccezione” che ha permesso l’integrazione tra i Servizi statunitensi e le aziende tecnologiche e, quindi, la messa a disposizione dell’enorme massa di informazioni personali ai fini della sorveglianza governativa. La Cia, stanca dei limiti stabiliti dalle garanzie costituzionali e di legge, ha sfruttato la situazione di emergenza per aggirarli tramite il sodalizio con la Silicon Valley. La natura inedita del cambiamento, la rapidità del suo sviluppo e la facilità con cui gli utenti si assuefanno ai nuovi servizi, concorrono nel consolidare questa “mutazione” del capitalismo.

Serve, invece, sempre secondo la scrittrice, un meccanismo che leghi lo sviluppo democratico a quello tecnologico e delle conoscenze e, aggiunge, che il potere del “capitalismo della sorveglianza” non va confuso con il totalitarismo perché non è violento ed è disinteressato al consenso. Ma, con la sua capacità di modificare i comportamenti, incrina l’autonomia personale, la “democrazia di mercato”, arrivando a soggiogare l’individuo, spezzando una presunta possibile dialettica positiva tra il piano personale e quello mercantile.

Nel testo non manca l’attacco frontale alla Cina, presentata come un mostro totalitario dove vige il sistema di premi e punizioni in base a punteggi stabiliti attraverso il controllo dei comportamenti, instaurando così il criterio di inclusione/esclusione.

La soluzione proposta è riassunta con l’espressione il “diritto al santuario”, vale a dire uno spazio intimo, impermeabile, dove non vige il controllo dei “capitalisti della sorveglianza”, ma il diritto all’anonimato, alla privacy e all’intimità: bisogna cambiare la direzione della “terza modernità” organizzandosi. Zuboff auspica la nascita di un movimento come gli Indignados o Occupy Wall street, un movimento di individui che rivendichi autodeterminazione e leadership orizzontale, che chieda un capitalismo digitale che favorisca la partecipazione diretta e l’informazione libera.

Critica al testo di Zuboff

Nel libro è totalmente assente il concetto di crisi del capitalismo ed emerge, invece, la nostalgia del vecchio capitalismo, quello “democratico”. Il “capitalismo della sorveglianza”, dice infatti Zuboff, rovescia la sovranità individuale, è una deriva che minaccia le democrazie occidentali, il futuro digitale sarà nostro (del popolo) se noi lo renderemo abitabile. Insomma, una visione del tutto riformista per chiedere al capitalismo di essere ancora umano.

Inoltre, viene posto come principale il problema del controllo e della privacy, una questione che non è al centro per la valorizzazione del capitale, riguardandone la sovrastruttura e non la struttura, che rimane in generale fondamentale per determinare la sovrastruttura.

La rapina dei dati (considerati, giustamente, materie prime), come abbiamo visto e sempre secondo il testo in questione, è utilizzata per influenzare e creare nuovi comportamenti e “prodotti predittivi”. Il tentativo dei capitalisti è quello di anticipare le previsioni sulla realizzazione del valore e di agire di conseguenza.

Nel libro di Zuboff, non è definita la distinzione tra dati grezzi, la materia prima, e dati lavorati, ovvero le merci prodotte dall’industria dei dati per orientare alla produzione e realizzazione di valore, conoscendo e modificando le scelte dei consumatori. Per quel che riguarda l’utente, solo per una piccola parte dei dati grezzi si può parlare di lavoro. Arriviamo a questa conclusione distinguendo innanzitutto i “dati degli utenti” dai “dati dagli utenti” e pensiamo che, solo per questi ultimi e solo in alcuni casi, si possa parlare di lavoro non pagato del quale si appropria il proprietario della piattaforma: è il caso della produzione e immissione di contenuti come video o testi.

Sulla questione del lavoro gratuito, all’esordio della cosiddetta società dell’informazione, avevano preso piede le tesi neo-operaiste fondate sulla smaterializzazione del lavoro e del lavoro cognitivo che proponevano la centralità dell’antagonismo sociale contro la centralità operaia; tesi che osannavano la rete come invenzione utile a costruire un futuro felice che avrebbe democraticamente e orizzontalmente messo tutti nel mondo sullo stesso piano e rivendicavano un “reddito” per tutti, poiché ogni aspetto della vita era da considerare lavoro, perfino guardare la televisione.

Tesi ampiamente smentite dalla realtà: la rete è stata utilizzata per soggiogare ancora di più il lavoro manuale e intellettuale. Basti pensare ad Amazon dove un algoritmo decide tempi e mansioni del lavoro per massimizzare lo sfruttamento.

Uscire dal pantano

Per uscire da questo pantano ideologico la strada che seguiamo è quella di utilizzare il marxismo e le sue categorie. Il marxismo, e lo sottolineiamo, non inteso solo come strumento per leggere la realtà, bensì come concezione scientifica e allo stesso tempo arma potente per comprendere e trasformare con la pratica la realtà.

Alla base della nostra analisi c’è l’evidenza che i cambiamenti nel modo di produzione sono dettati principalmente dalle crisi derivanti dalla contraddizione tra il carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione basati sulla proprietà privata.

La fase attuale è caratterizzata dall’andamento a spirale, sempre più veloce, della crisi di sovrapproduzione di capitale: troppo capitale che non si valorizza a causa della caduta del saggio di profitto. Quest’ultimo misura quanto plusvalore viene accumulato dal capitalista all’esito del ciclo produttivo ed è costituito dal rapporto tra il plusvalore, ovvero il prodotto della forza lavoro dell’operaio che non viene retribuito col salario e la somma tra capitale costante (mezzi di produzione e materie prime) e capitale variabile (salari degli operai). Con il salto tecnologico, il rapporto tra capitale costante e capitale variabile, che assieme costituiscono il capitale investito, inevitabilmente sale a favore del capitale costante (innovazione tecnologica per aumentare la produttività e vincere la concorrenza) modificando quella che Marx chiama composizione organica di capitale. Siccome solo il lavoro operaio produce valore e dunque plusvalore, è necessario aumentare il volume della produzione per ottenere più profitti a fronte del maggiore capitale costante e del minore capitale variabile impiegati. Con la crescita della produzione in termini di investimenti di capitale costante necessari e di immissione di merci sui mercati, si tende ad arrivare ad un punto nel quale l’investimento di capitali è via via meno produttivo di plusvalore, che infatti tendono a non riuscire più a trovare valorizzazione nella sfera della produzione reale e convergono verso la finanza parassitaria e speculativa.

Ad ogni tornante della crisi abbiamo assistito ad un salto tecnologico. Quello odierno, come ben evidenzia in Italia il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), all’insegna della digitalizzazione, è un ulteriore e più vigoroso balzo in avanti. Un balzo in avanti che esaspera le contraddizioni tra monopoli e aggrava la tendenza alla guerra, in una situazione internazionale nella quale si profila la fine dell’ordine mondiale a egemonia Usa e della globalizzazione con la scesa in campo delle nuove potenze emergenti come Cina e Russia.

La strada che i capitalisti perseguono consiste nell’aumento dello sfruttamento della forza lavoro e la diminuzione dei salari da una parte, dall’altra nella tendenza di ogni frazione del grande capitale, strutturata in senso monopolistico e organizzata attorno a una sovrastruttura militare (le potenze imperialiste), a ricercare nuovo plusvalore (nella forma di sovrapprofitti) con la lotta per la ripartizione dei mercati. Tutto ciò, da concorrenza economica, può trasformarsi in guerra imperialista, come nel momento attuale è dimostrato con il conflitto in corso in Ucraina.

Nel testo “Il capitalismo della sorveglianza” nulla si dice di tutto ciò. Il nuovo modello di produzione e il salto tecnologico connesso sembra compaiano perché si sono persi i concetti etici dell’individuo. Si cercano nuove chiavi interpretative, il “Grande Reset”, il nuovo paradigma.

Noi sosteniamo, invece, che oggi assistiamo ad un ulteriore salto tecnologico per far fronte alla crisi, come è già avvenuto per il passaggio dal fordismo, ovvero della produzione di massa con rimanenze in magazzino, al toyotismo, ovvero della produzione calibrata alla valorizzazione stretta, senza rimanenze in magazzino1. La necessità di modulare la produzione attraverso la creazione di “prodotti predittivi” risponde all’esigenza, di fronte all’acuirsi della crisi, di regolare ancor di più la produzione in base al plusvalore previsto.

Vi è poi la questione della creazione e ripartizione di nuovi spazi di accumulazione originaria. Ai capitalisti, per valorizzare l’enorme massa di capitale accumulato, non basta la crescita esponenziale della finanziarizzazione, intensificata in questo nuovo passaggio del modo di produzione, un passaggio foriero di ulteriori bolle speculative. Essi, nella società attuale cercano e costruiscono un nuovo campo di accumulazione, un campo basato, per la sua origine e il suo sviluppo, sulla scissione tra mezzi di produzione e conoscenza che incorporano i produttori (cioè i lavoratori). Torniamo qui sempre a Marx che fa risalire l’accumulazione originaria, base per la rivoluzione industriale, alla separazione tra la terra e chi la lavorava, tra l’attività produttiva e le condizioni ad essa necessarie: la proprietà e le conoscenze. Fu un passaggio avvenuto alla fine del diciottesimo secolo, attraverso la recinzione dei terreni comuni (common land) a favore dei proprietari terrieri della borghesia mercantile alla base dell’accumulazione originaria, che portò alla concentrazione della proprietà terriera nelle mani della borghesia inglese. Questo passaggio fu la base per la rivoluzione industriale attraverso l’accumulo di capitali e la creazione di un esercito di disoccupati, la manodopera a basso costo che sarà poi impiegata nel ciclo produttivo industriale.

Nella società odierna, contraddistinta dal grande sviluppo delle tecnologie informatiche, vige nella rete un sistema di enclosures, le digital enclosures. Esse sono nuovi spazi di interazione, recinti digitali, che consentono alle aziende di possedere, operare e rivendicare la proprietà delle informazioni generate dagli utenti che interagiscono entro i loro confini. Il meccanismo è simile a quello utilizzato per i recinti dei terreni comuni a favore dei proprietari terrieri. Nella rete l’appropriazione dei territori virtuali e, a questo punto dello sviluppo capitalistico, e la centralizzazione sono caratteristiche congenite, poiché la rete stessa nasce in un sistema già organizzato in monopoli, che di conseguenza vanno a spartirsi i relativi profitti e rendite.

Catene del valore

Diventa necessario ricostruire, attraverso le categorie marxiste, la catena del valore per comprendere dove in questo modello di accumulazione il valore lavoro viene estorto. Ci riferiamo alla produzione delle macchine (computer, telefonini, robot ecc), allo sviluppo del software per il loro funzionamento, degli algoritmi, delle app, al bisogno di nuove materie prime, delle nuove infrastrutture per produrle e farle funzionare e alla logistica per la distribuzione.

Per svolgere più facilmente questa ricostruzione schematizziamo la nostra ricerca tra lavoro/valore online e offline.

Online

Qui siamo nel campo della produzione intellettuale. Sappiamo che il deprezzamento del lavoro è l’arma principale per il profitto dei capitalisti. La svalutazione del lavoro viene facilitata, nell’era digitale, attraverso la possibilità della parcellizzazione delle attività specializzate in una miriade di lavori esternalizzati a una massa di collaboratori demansionati e sottopagati. Le mansioni decisionali e quelle tecniche ad elevata specializzazione definiscono una classe privilegiata di operatori del digitale, un pugno di professionisti super pagati (una nuova aristocrazia operaia) e una massa di operai del sapere sottopagati e precari (i proletari del web, spesso inquadrati formalmente come lavoratori autonomi).

Inoltre, anche la produzione intellettuale in rete è soggetta alla legge dei brevetti, ovvero ai diritti di proprietà intellettuale, tramite la quale avviene l’appropriazione dei capitalisti del lavoro concettuale che, per di più, subisce le continue ondate di innovazioni e ristrutturazioni tecnologiche che lo dequalificano velocemente. I brevetti sono, di fatto, proprietà solo dei grandi monopolisti e, anche in questo campo, si evidenziano le caratteristiche della divisione internazionale del lavoro attuale: solo l’1% dei brevetti sono di proprietà di aziende del Terzo mondo, di questi l’84% vengono appropriati da stranieri e meno del 5% vengono usati per la produzione in loco.

Siamo di fronte a un mondo dove nei quartieri finanziari e tecnologici si vive di un’economia che sembra “immateriale”, ma che in realtà si nutre di lavoro sottopagato e produce valore, un’economia perfettamente integrata alla produzione pesante che si è trasferita in altri luoghi.

La produzione in rete dunque non è affatto orizzontale, ma rigidamente verticale, poiché basata sullo squilibrio nell’appropriazione del valore, come ogni altra produzione capitalistica.

Offline

Trattando la questione del lavoro industriale, centrale per una lettura di classe e che riguarda la produzione delle macchine necessarie a far funzionare il “capitalismo della sorveglianza”, l’aspetto più visibile, qui in un paese occidentale dentro al nuovo salto tecnologico, è la dismissione di grandi aziende, i licenziamenti di massa e la delocalizzazione di parte della produzione. In aggiunta constatiamo che l’investimento massiccio sulle nuove macchine rende ancor più sostituibili le mansioni più semplici dei lavoratori che vengono dequalificate, con la conseguente caduta dei salari.

Proviamo a considerare ad esempio la Foxconn, la più grande produttrice del settore, con impianti produttivi in Cina, Malesia, America Latina e in Europa (Slovacchia e Repubblica Ceca). Qui si parla di turni di 12 ore, di un giorno di riposo ogni 2 settimane e di un controllo rigidissimo degli operai ai quali non è permesso nemmeno di parlare tra loro. Queste fabbriche e città-fabbrica sono vere e proprie istituzioni totali. Recentemente Foxconn è venuta alla ribalta per il numero di suicidi nel sito di Shenzhen (Cina), dove centinaia di migliaia di lavoratori vivono in condizioni disumane. Ma lo sfruttamento disumano non riguarda solo la Foxconn: l’industria dei videogiochi, ad esempio, sia per la produzione di software (sviluppatori di programmi) sia di hardware (produzione e assemblamento delle macchine) delocalizza il lavoro dove è possibile il massimo sfruttamento con paghe da fame.

Per quel che riguarda il settore della logistica le condizioni dei lavoratori sono ben conosciute, anche grazie alle loro lotte. Qui ci sembra sufficiente portare l’esempio di Amazon, per la quale la chiave del successo è stata la ricetta di riduzione dei costi di immagazzinamento e di distribuzione. Ciò è però avvenuto solo grazie al plusvalore generato dal tempo di lavoro dei suoi dipendenti per i quali i salari, gli orari, i contratti precari e le condizioni di lavoro nei magazzini, ora portate alla ribalta dalle lotte, sono ampiamente documentate. Per questi lavoratori, il controllo dei tempi di lavoro è affidato ad un algoritmo. E, in altre aziende della logistica, rispunta prepotentemente il lavoro a cottimo legalizzato, dove il pagamento è per singoli compiti (ad esempio le consegne), invece che per il tempo di lavoro erogato.

Analizziamo brevemente anche un altro anello della catena del valore, quello delle materie prime. Per quel che riguarda l’estrazione delle materie prime, per far funzionare le macchine di questo settore, vediamo che la richiesta oggi cresce esponenzialmente, in particolare per il litio e il cobalto. La cosiddetta “economia digitale” sta segnando dolorosamente il mondo con nuove colonizzazioni. Il 40% del litio viene dal Brasile ed è prodotto per vaporizzazione, con enorme danno per l’ambiente: qui i capitalisti traggono profitto sia dal lavoro tenendo bassi i salari, sia dalla rendita legata al controllo della terra e negando, con la copertura del governo, le royalities alle comunità come compenso per la ricchezza sottratta al territorio. Il secondo produttore di litio è la Cina che, essendo anche la prima produttrice a livello mondiale dell’hardware, lo utilizza interamente e ha acquisito ampie quote di una grande compagnia cilena. Il coltan e il cobalto, tra il 60/80% a livello mondiale, provengono dal Congo. Le miniere offrono l’immagine di uno sfruttamento disumano di decine di migliaia di lavoratori, moltissimi bambini, con una paga oraria di pochi dollari al giorno. La crescita della attività estrattiva in Africa ha portato con sé conflitti e guerre, basti vedere gli scontri endemici che attraversano paesi ricchissimi di minerali, come la Repubblica Democratica del Congo.

Infine trattiamo brevemente il tema delle infrastrutture indispensabili per far vivere le macchine del “capitalismo della sorveglianza” e vediamo come sia centrale il 5G. Le macchine del nuovo millennio, hanno bisogno di una potenza di calcolo enorme per poter processare immense quantità di dati. Ciò a sua volta necessita di tecnologie di rete sempre più efficaci che sfrutteranno onde millimetriche (26 giga hertz) in grado di trasportare molti dati a grandissima velocità. Il 5G è essenziale per il nuovo salto tecnologico, oggi travestito da green e lautamente finanziato dal Pnrr, serve a far funzionare i sistemi come veicoli autonomi, fabbriche robotizzate, smart cities ecc.

Attorno al 5G e al controllo della filiera delle apparecchiature che servono per questa infrastruttura è in atto da tempo la competizione tra le potenze mondiali. La Cina, dove sono attivi l’80% dei device 5G operativi nel mondo, ha il primato e si prefigura così la perdita del predominio statunitense sulle comunicazioni mondiali.

Infine, la corsa all’accaparramento delle materie prime, del primato sulle infrastrutture e la lotta nella divisione internazionale del lavoro alimentano lo sviluppo della guerra imperialista.

Per quel che riguarda l’Italia, filo atlantica per eccellenza, all’interno di un’Europa sempre più scossa dalle contraddizioni tra Usa, Russia e Cina tutto ciò influisce prepotentemente sulla situazione della classe operaia, sottoposta a licenziamenti, taglio dei salari ed eliminazione delle conquiste, nonché su quella delle masse popolari che stanno affrontando aumenti esorbitanti dell’energia. Oggi, nel precipitare della crisi del capitalismo in guerra interimperialista, vediamo anche come quest’ultima si combatta anche nell’informazione, con la messa in moto della macchina della propaganda di guerra, una vera e propria “guerra in rete” alla quale si aggiunge la cyber war attraverso gli attacchi informatici. La guerra in Ucraina ha e avrà importanti effetti sui mercati dei chip e dell’approvvigionamento delle materie prime, come già mostrano le sanzioni da parte degli Usa e della Ue alla Russia che impattano frontalmente il settore tecnologico.

Questo scatenarsi della guerra nel cuore dell’Europa è accompagnato da una repressione che poco ha da invidiare al periodo fascista. Possiamo dire che siamo in una full-immersion nel cambio epocale dovuto alla risposta dei capitalisti alla loro crisi, gestita anche con l’uso disinvolto, e per certi versi criminale, della “pandemia”. In questo contesto è cresciuta rigogliosamente la fabbrica della “salute” a scapito della sanità come diritto inalienabile dell’uomo e della centralità della prevenzione. Il “capitalismo digitale” e il suo versante nel controllo sociale hanno avuto una crescita iperbolica. La “pandemia” è stata usata come acceleratore per l’introduzione di nuove tecnologie sia economiche sia di controllo (app di tracciamento, green pass e code sugli smartphone, didattica informatizzata, smartwork, ecc.)

Capitalismo etico o comunismo?

Se questa è la realtà, per noi comunisti, la strada che potrà cambiare le cose non è sicuramente quella della rivendicazione di democrazia della rete e della difesa della privacy e nemmeno quella di appellarsi al ripristino di principi etici, per quanto giusti essi siano. Affermando questo non vogliamo assolutamente contrapporci alle mobilitazioni in opposizione all’autoritarismo e alla repressione, ma vogliamo farlo da un punto di vista di classe e organizzando forze della classe.

Siamo ostinatamente “vetero” e vogliamo organizzarci per andare a intervenire politicamente laddove viene estorto il lavoro vivo tramite uno sfruttamento sempre più spinto (condizioni di lavoro, contratti precari e in nero, salari da fame ecc.).

Vogliamo intervenire anche contro le politiche di guerra dei vari governi della grande borghesia, lottando in primo luogo nei nostri territori, contro l’imperialismo italiano allineato fino in fondo a quello Usa.

Non ultima, nel frangente odierno, riteniamo importante la lotta per la difesa della sanità sottomessa alle logiche di profitto del salto tecnologico e la battaglia contro il green pass e tutta la strumentazione autoritaria messa in atto con la scusa della “pandemia”. Una strumentazione molto utile per questo passaggio epocale della società capitalistica, soprattutto per la gestione da parte dello Stato sul fronte interno, che vorrebbe mantenere il consenso delle masse popolari e tentare di ostacolare le contraddizioni, mentre sul fronte esterno la guerra imperialista divampa.


Note:

1 Vedi Antitesi n° 3, pp. 19 ss.


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